Moderna, vaccino per il Covid con efficacia al 94,5 per cento


 Il farmaco di Moderna <dura fino a 30 giorni nel frigo di casa>.

L’azienda statunitense Moderna ha annunciato in un comunicato che il suo vaccino contro il Covid  mRNA-1273 ha una efficacia del 94.5%.

La scorsa settimana, Pfizer aveva annunciato per il suo vaccino un’efficacia del 90%. I dati sono preliminari, e gli studi sono ancora in corso: questo significa che le percentuali potranno cambiare.

Per ora infatti Pfizer e Moderna hanno annunciato i risultati attraverso comunicati stampa e non pubblicando le ricerche su riviste scientifiche peer-reviewed: le società non hanno ancora divulgato i dati dettagliati che consentirebbero a esperti esterni di valutare le loro affermazioni.

Ciò nonostante i risultati sono più che incoraggianti e offrono una speranza nel mezzo di una pandemia che ha ucciso oltre 1,2 milioni di persone e ne ha infettate 53 milioni nel mondo.

«È davvero una buona notizia», ha detto Anthony Fauci, il massimo esperto americano di malattie infettive, che ha parlato anche di «forte passo nella direzione giusta».

«Pensavo che saremmo stati bravi, ma il 94,5 percento è davvero impressionante». 

Il vaccino non sarà tuttavia disponibile su larga scala fino a primavera. Moderna ha annunciato che entro fine anno saranno disponibili 20 milioni di dosi per il mercato americano e tra 500 milioni e 1 miliardo di dosi entro il 2021.

Covid, studio conferma: c’è gruppo sanguigno che corre meno rischi


Uno studio della Società americana di Ematologia, pubblicato sul portale Blood Advances, conferma che c’è un gruppo sanguigno meno esposto al contagio da Covid. La ricerca, infatti, su cui si sofferma ‘La Legge per tutti’, ha concluso che le persone di gruppo 0 corrono i rischi minori.

“Sono stati messi a confronto i dati di 473mila danesi sottoposti a prove sul Covid con quelli di un campione di popolazione di oltre 2 milioni di persone, considerando anche la loro origine etnica, visto che la distribuzione dei gruppi sanguigni può variare in base a questo fattore.

L’esito rivela che il numero di pazienti positivi con sangue di gruppo 0 è molto inferiore rispetto a quelli con sangue di tipo A, B o AB si legge su ‘La Legge per tutti’ Oltre a questo, sono stati monitorati i dati di 95 persone ricoverate per Covid in condizioni critiche in un ospedale di Vancouver, in Canada.

Secondo i ricercatori, il virus si sarebbe manifestato in forma più grave tra i pazienti di gruppi A e AB rispetto a quelli con sangue di tipo 0 o di tipo B: i primi richiedevano più frequentemente la dialisi per insufficienza renale ed erano più predisposti alla ventilazione artificiale per problemi polmonari.

Inoltre, i pazienti A e AB restavano ricoverati più a lungo in terapia intensiva”.

“Secondo gli autori della ricerca prosegue ‘La Legge per tutti’ il fatto che il gruppo 0 possa essere più resistente al Covid può essere dovuto alla presenza nel sangue di Isoagglutinina, un anticorpo che reagisce con un isoantigene presente sulla superficie di globuli rossi di soggetti della stessa specie e che impedisce che il virus vi resti ancorato.

Ad ogni modo, gli esperti chiedono di non arrivare a delle conclusioni frettolose e di evitare di classificare la popolazione in base al gruppo sanguigno: anche chi appartiene al gruppo 0, avvertono, può ammalarsi di coronavirus a causa dell’età, dell’obesità o di altri fattori”.

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Il vaccino potrebbe non bastare per tutti anche se aiuta contro il Covid


Il segretario generale dei medici di famiglia, Silvestro Scotti, propone due finestre: ottobre-novembre e la seconda a dicembre. Le scorte andrebbero però rifornite se dovessero terminare“Siamo sul filo”.

Traspare tutta la preoccupazione nella voce del dottor Silvestro Scotti, segretario generale nazionale della Federazione italiana medici di medicina generale, sulle dosi del vaccino antinfluenzale.

Questo anno è infatti alto il rischio che l’offerta non basti a coprire la domanda di vaccino. “Da aprile dico che ci sarebbe stato il problema.

In Campania racconta il medico di famiglia mi hanno dato ascolto e infatti nel mio studio il vaccino già è arrivato. Dal primo ottobre sono pronto ma questo anno più che mai dovrò spiegare ai pazienti che dovranno aspettare se non rientrano nelle categorie che hanno la priorità, come gli over 65 con patologie croniche ad esempio”.

Allo stesso tempo però, Scotti sottolinea come ai suoi pazienti debba pur dare la speranza che riusciranno a vaccinarsi ugualmente anche se non rientrano nelle categorie più fragili.

Per questo chiede di premere “il pulsante rosso” per poter allertare il sistema quando, a fronte di un monitoraggio sincrono dei punti vaccinali tra chi gestisce e chi eroga il servizio, si dovesse accorgere che il vaccino sta iniziando a scarseggiare.

“Alcuni soggetti, che pure avrebbero diritto a vaccinarsi perché rientrano nelle categorie a rischio, sono esitanti” dice, confidando nel fatto di poter reindirizzare il vaccino a chi invece ne ha fatto richiesta. “Si potrebbe poi pensare di avere due finestre per il vaccino: la prima a ottobre-novembre e la seconda a dicembre con un rifornimento delle scorte. Il problema vero però è il tempo di produzione”, spiega il medico di base.

L’allarme è stato ribadito anche dallo studio della Fondazione Gimbe che evidenzia come solo un italiano su 3 riuscirà a vaccinarsi. In sette regioni: Piemonte, Lombardia, Umbria, Molise, Valle d’Aosta, Abruzzo Basilicata e a Trento e Bolzano, le dosi non basteranno a raggiungere la soglia del 75% di vaccinati che garantisce l’immunità di gregge.

Quindi l’aumento delle dosi a disposizione, 5 milioni in più rispetto all’anno scorso per un totale di 17 milioni destinati a operatori sanitari, malati cronici e over 60, non bastano a coprire l’aumento di domanda che si genererà nella popolazione soprattutto tra i soggetti sani.

Chi volesse poi comprare da privato il vaccino in farmacia, avrà vita difficile perché alle farmacie sono state date scorte pari all’1% del totale, secondo i dati forniti dalla Fondazione.

Il bilancio arriva proprio quando lo studio del Centro Cardiologico Monzino di Milano, pubblicato sulla rivista Vaccines, ha invece evidenziato come il vaccino antinfluenzale potrebbe essere un alleato fondamentale nella lotta al coronavirus.

Sembra infatti che aiuti a combattere il Covid-19. La ricerca ha scoperto come, durante il lockdown, nelle regioni con un più alto tasso di copertura vaccinale tra gli over 65, c’erano meno contagi, meno pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva e meno decessi per Covid-19.

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Il premio Nobel Hoffman: “Vaccino arriverà nel 2021”


Penso onestamente, e sono personalmente convinto, che per i membri del personale sanitario” ci sarà un vaccino, “quando è sempre un po’ aleatorio dirlo, ma certamente se non sarà a Natale sarà a Pasqua, allora potremo vaccinarli. E per la popolazione generale” il vaccino ci sarà “nel corso del 2021”.

Ne è certo il Premio Nobel per la Medicina 2011 e immunologo di fama mondiale Jules Hoffman, francese di origine lussemburghese, direttore di ricerca e membro del consiglio di amministrazione del Cnrs, Direttore di ricerca emerito del Centre National de la Recherche Scientifique presso l’Istituto di Biologia molecolare e cellulare a Strasburgo, già Presidente della Académie des sciences, membro dell’Académie française.

A Milano per l’annuncio dei vincitori dei Premi Balzan, Hoffman, membro del Comitato generale premi della Fondazione Internazionale Premi Balzan e Premio Balzan 2007, ha tenuto una lectio magistralis dal titolo ‘Les pandémies dans l’histoire humaine, à la lumière du Covid-19’.

Certo, ci sono stati “due o tre casi di reinfezione ha concesso ma in biologia non è come in altre discipline, è estremamente variabile, ogni cosa è variabile, nessuno di noi somiglia totalmente all’altro“.

Ma vi giuro ha poi scherzato che verrò ancora qui per il Premio nel 2022 e sono certo che a quel punto il problema sarà stato superato“, ha sottolineato.

E perché sono sicuro?“, ha continuato. “Semplicemente perché ci troviamo di fronte ad una situazione a parte alcuni dettagli in cui cominciamo a capire bene di cosa si tratta. Siamo in una situazione in cui l’umanità non si è mai trovataabbiamo delle tecniche che sono fantastiche. L’umanità non le ha mai avute: ha conosciuto delle pandemie ma non aveva gli strumenti che abbiamo oggi per combatterle“.

Stress, isolamento, meno efficienza Ecco il lato oscuro dello smart working


Non è tutto smart il “lavoro agile di massa” di questi mesi. A dispetto della mistica talvolta eccessiva che ha esaltato questa formula come la salvezza dell’economia e dello stipendio, proprio le esperienze di questa stagione mettono in evidenza anche quello che è stato definito “il lato oscuro dello smart working”.

Un lato fatto di isolamento, stress, prigionia domestica, connessione continua o raddoppio dell’impegno (principalmente per le donne), ma anche di drastico crollo della produttività degli stessi lavoratori, come nel pubblico impiego, con la perdita verticale di efficienza nei servizi pubblici.

I numeri e le ragioni dell’impennata del fenomeno sono noti. L’emergenza Coronavirus ha imposto un’accelerazione senza precedenti.

E così, in pochissime settimane, ci siamo trovati a essere un popolo di smart workers: dati Istat alla mano, con milioni di addetti in cassa integrazione, si è passati dall’1,2 per cento all’8,8 in pieno lockdown per stabilizzarsi al 5,3 nella fase 2 e 3, ma con punte dell’80 per cento nel pubblico impiego.

Insomma, 4-5 milioni di persone, che per la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, potrebbero arrivare a 8 milioni.

La grande sperimentazione di massa della formula, però, ha fatto emergere i limiti e le controindicazioni connesse a un passaggio travolgente avvenuto largamente senza cambi di organizzazione produttiva e di mentalità, senza tecnologie adeguate, digitalizzazione diffusa e precauzioni opportune.

Tanto che, non a caso, se vi sono giganti che confermano oggi strutturalmente e per tutti la tendenza, come la Banca Schroders, altri stanno tornando indietro, almeno in parte.

Se guardiamo agli effetti “negativi” a livello individuale, un sondaggio di LinkedIn ha rivelato che una quota del 46 per cento degli italiani in smart working nel settore privato ha dichiarato di sentirsi più ansiosa e stressata per il proprio lavoro rispetto a prima, manifestando disagio, fatica, stati di agitazione, insonnia, attacchi di panico.
E non mancano esperti di medicina del lavoro che parlano di vera e propria sindrome da burnout da smart working.

Le lavoratrici con figli, principalmente, si sono trovate a vivere dentro slalom infernali tra gli impegni familiari e quelli dell’ufficio.

Ma la gestione del tempo di lavoro (con il corollario del sempre connessi) si è trasformata spesso nel contrario della flessibilità, dell’autonomia e dell’agilità lavorative: più ore di lavoro, con giornate cominciate in anticipo e finite più tardi, senza pause.

“È indubbio osserva Emmanuele Massagli, presidente di Adapt che vi sia anche un lato oscuro. Il riferimento è soprattutto ai lavoratori agili ‘forzati’, quelli che vorrebbero tornare a lavorare in gruppo. Per chi ha pochi locali a disposizione e allacciamento a internet scarso il lavoro agile può diventare fattore di stress e alienazione”.

Ma il lato oscuro del lavoro da casa tocca anche i risultati per le aziende. La mancanza di rapporti diretti e immediati tra i lavoratori e con i loro dirigenti può portare anche a cali di produttività e sicuramente riduce la creatività e la spinta all’innovazione.

“La parte individuale ha osservato Mariano Corso, dell’Osservatorio del Politecnico di Milano quella più tecnica, può essere svolta ovunque. Ma c’è una parte di relazione, quella dei corridoi, del caffè alla macchinetta che non è solo socialità, ma anche spinta all’innovazione”.

Se mal gestito, insomma, lo strumento può spingere in senso opposto. “È probabile insiste Massagli che molti vorranno tornare alla concretezza dei rapporti umani, della pausa caffè, della riunione organizzata al volo, relegando il lavoro agile in una parentesi drammatica (per le condizioni storiche) della propria esperienza”.

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Covid: ricerca italiana mostra come dimezzare morti


Con la diagnosi precoce si può dimezzare il numero dei morti tra i pazienti ricoverati per Covid nelle Terapie Intensive. È questo in estrema sintesi il risultato di una ricerca italiana condotta al policlinico Sant’Orsola di Bologna. Da mesi ormai il rapporto tra Covid e danno polmonare è sotto la lente d’ingrandimento del mondo scientifico. Una recente ricerca ha dimostrato che per tre pazienti su dieci i danni polmonari saranno cronici.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Respiratory Medicine, è stato coordinato dal professor Marco Ranieri. La ricerca ha visto la partecipazione del professor Franco Locatelli dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità e membro del Comitato Tecnico Scientifico, che sta affiancando il governo nella gestione dell’emergenza Covid.

Covid e danno polmonare: con la diagnosi precoce risultati importanti

Occorre identificare nel modo più veloce possibile i pazienti che presentano un cosiddetto doppio danno polmonare. Si tratta di persone a cui il coronavirus ha danneggiato sia i capillari, sia gli alveoli presenti nei polmoni. Sei pazienti su dieci che manifestano questo doppio danno ai polmoni muore. Se però si riesce a fare una diagnosi precoce è possibile arrivare a far scendere anche del 50% il numero delle vittime. Quando invece il coronavirus colpisce o gli alveoli o i capillari, la mortalità scende al 20 per cento.

Molti gli ospedali coinvolti

I ricercatori del policlinico emiliano hanno analizzato i dati di 301 pazienti ricoverati in diversi ospedali italiani. Oltre a quelli del Sant’Orsola e del Bambino Gesù, i pazienti ricoverati al Policlinico di Modena,  all’Ospedale Maggiore e all’Istituto Clinico Humanitas di Milano, all’Ospedale San Gerardo di Monza e al Policlinico Gemelli di Roma. Il team di esperti ha dimostrato che agendo nel più breve tempo possibile sul doppio danno polmonare si possono salvare molte vite.

Covid e danno polmonare: quali sono le conseguenze della ricerca

Per riconoscere il fenotipo del paziente, cioè il modo in cui si manifesta la malattia, è sufficiente eseguire due esami che misurino la funzionalità del polmone la distendibilità del polmone minore di 40, invece del valore di 100 e il parametro ematochimico.

Una volta identificato il doppio danno polmonare i medici potranno utilizzare le misure più innovative ed efficaci come la ventilazione meccanica. La ventilazione non invasiva invece potrà essere riservato a coloro che hanno un danno singolo, o agli alveoli o ai capillari, lasciando disponibili i macchinari per la ventilazione meccanica a chi ne ha assoluto bisogno.

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Addio a Henry Pessar, il fotografo delle star


Uno dei più famosi fotografi delle celebrità del secolo scorso. Si è spento all’età di 85 anni. Suo lo scatto di John Lennon a letto con Yoko Ono

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Henry Pessar verrà salutato con un tributo religioso alle 9,30 di venerdì 28 agosto presso il crematorio di Nizza.

Il vaccino italiano è stato testato su una volontaria


È iniziata allo Spallanzani la sperimentazione del vaccino italiano contro il Covid-19. Alle 8.30 è stata inoculata la prima dose al primo dei 90 volontari selezionati.

“Il vaccino italiano sarà pubblico e a disposizione di tutti coloro che ne avranno bisogno” ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, in una conferenza stampa. “La Regione” ha aggiunto “seguirà passo dopo passo il processo di sperimentazione per arrivare prima possibile alla distribuzione del vaccino.

Crediamo molto nel vaccino bene comune, per questo abbiamo finanziato questo progetto pubblico. Da oggi inizia una fase storica della ricerca: è un bellissimo traguardo che la scienza e la medicina italiane hanno raggiunto”.

“Rinnovo un appello alla responsabilità delle persone. Non è corretto che ancora una volta si scarichino sul personale sanitario i pericoli del coronavirus.

Stiamo facendo di tutto per incentivare il filtro per individuare i positivi, ma senza il senso di responsabilità di tutti non ce la faremo mai. Rischiamo di tornare indietro. Servono dunque comportamenti responsabili che non significa non vivere” ha aggiunto.

A ricevere la prima dose è stata una donna di 50 anni. “Mi auguro che la mia disponibilità possa essere d’aiuto per salvare vite e che le persone siano sempre più responsabili per non mettere a rischio se stesse e gli altri” ha detto.

Come funziona la sperimentazione

Il vaccino è realizzato, prodotto e brevettato dalla società biotecnologica italiana ReiThera. Il volontario ha ricevuto tramite iniezione intramuscolare la dose di vaccino e iniziato l’iter che lo porterà nei prossimi mesi a sottoporsi a una serie di ravvicinati controlli periodici che serviranno ai ricercatori per verificare la sicurezza e la tollerabilità, nonché eventuali effetti collaterali.

La sperimentazione, messa a punto da un team di ricercatori e clinici dello Spallanzani in collaborazione con ReiThera, sarà effettuata su novanta volontari suddivisi in due gruppi per età: 45 tra i 18 e i 55 anni, altrettanti di età superiore ai 65 anni. Ciascun gruppo sarà suddiviso in tre sottogruppi da 15 persone, a ciascuna delle quali verrà somministrato un diverso dosaggio del preparato vaccinale.

Una parte della sperimentazione sarà effettuata presso il Centro Ricerche Cliniche – Policlinico G.B. Rossi di Verona. Se i primi risultati della fase 1 saranno positivi, entro la fine dell’anno potranno prendere il via le fasi 2 e 3, che saranno condotte su un numero maggiore di volontari anche in paesi dove la circolazione del virus è più attiva.

Quella di oggi è una tappa importante di un percorso iniziato nello scorso marzo, grazie all’impegno del Ministero della Ricerca Scientifica e la Regione Lazio che, d’intesa con il Ministero della Salute, hanno deciso di finanziare il progetto con 8 milioni di euro (di cui 5 a carico della Regione e 3 del Mur), individuando nell’INMI “Lazzaro Spallanzani” di Roma e nel Consiglio Nazionale delle Ricerche i partner operativi per la realizzazione della sperimentazione.

Il vaccino di ReiThera ha superato i test preclinici effettuati sia in vitro che in vivo su modelli animali, che hanno evidenziato la forte risposta immunitaria indotta dal vaccino e il buon profilo di sicurezza, ottenendo successivamente l’approvazione della fase 1 della sperimentazione sull’uomo da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco e del Comitato Etico Nazionale per l’Emergenza Covid-19.

Come funziona il vaccino

Il vaccino GRAd-COV2 utilizza la tecnologia del “vettore adenovirale non-replicativo”, ovvero incapace di produrre infezione nell’uomo. Il vettore virale agisce come un minuscolo “cavallo di Troia”, che induce transitoriamente l’espressione della proteina spike (S) nelle cellule umane. Questa proteina è la “chiave” attraverso la quale il coronavirus, legandosi ai recettori ACE2 presenti all’esterno delle cellule polmonari, riesce a penetrare ed a replicarsi all’interno dell’organismo umano. La presenza della proteina estranea innesca la risposta del sistema immunitario contro il virus.

Chi ha prodotto il vaccino

ReiThera Srl, società con sede a Castel Romano, ideatrice del vaccino, è stata costituita nel 2014 da un gruppo di ricercatori italiani che avevano ideato l’utilizzo dell’adenovirus dello scimpanzé come “navicella” su cui innestare il materiale genetico necessario per realizzare vaccini contro malattie infettive come Epatite C, malaria, virus respiratorio sinciziale, ed Ebola.

Sulla base di questa esperienza, ReiThera ha recentemente sviluppato il nuovo vettore virale, GRAd32, isolando un adenovirus di gorilla che negli studi preclinici ha indotto una forte risposta immunitaria, sia umorale che cellulare, contro le proteine veicolate, dimostrando inoltre un buon profilo di sicurezza.

Attraverso tecniche sofisticate questo virus, assolutamente innocuo per l’uomo, è stato modificato per azzerarne la capacità di replicazione; successivamente è stato inserito al suo interno il gene della proteina S del SARS-CoV-2, il principale bersaglio degli anticorpi prodotti dall’uomo quando il coronavirus penetra nell’organismo.

Una volta iniettato nelle persone, questo virus modificato, o meglio la proteina S che trasporta, provocherà la risposta del sistema immunitario dell’organismo, ovvero la produzione di anticorpi in grado di proteggere dal virus SARS-CoV-2. Altri vaccini basati su vettori adenovirali ricavati dai primati sono già stati valutati in trial clinici di fase 1 e 2 per candidati vaccini di altre malattie infettive, dimostrando di essere sicuri e di generare risposte immunitarie consistenti anche con una singola dose di vaccino.

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Coronavirus, Usa e Brasile superano i mille morti al giorno.


Gli Stati Uniti hanno raggiunto la quota di 175.245 morti a causa del virus Covid 19. Lo rende noto l’Università Johns Hopkins, che ha contato per oggi altre 1.067 vittime.

Complessivamente si sono registrati negli Usa 5.618.133 casi di contagio. Solo nella città di New York sono morte per Covid 23.641 persone. Nel New Jersey 15.941, in California 11.886, in Texas 11.391, in Florida 10.168.

Il Brasile ha registrato ulteriori 1.054 decessi e 30.355 nuovi contagi nelle ultime 24 ore: lo hanno comunicato in serata il Consiglio nazionale dei segretari della sanità (Conass) e il ministero della Sanità brasiliani.

Il numero complessivo dei casi confermati di Covid-19 nel Paese è dunque salito a 3.532.330, mentre il totale delle vittime dall’inizio della pandemia ha raggiunto quota 113.358.

Il tasso di letalità è rimasto fermo al 3,2%, mentre quello di mortalità è pari a 53,9 persone ogni centomila abitanti.

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Covid, Oms: “Speriamo di uscire da pandemia in meno di due anni”


Ginevra, 21 agosto 2020 Covid, Oms speriamo di uscire da pandemia in meno di due anni

La conferenza stampa dell’Oms per fare il punto sull’emergenza Coronavirus. 

 

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