Negli anni ’20 il sistema economico dei Paesi occidentali, e in particolare quello degli Stati Uniti, appariva solido e destinato a fortune sempre maggiori. All’improvviso il benessere terminò, proiettando il mondo nella Grande Depressione, che terminò con l’introduzione del New Deal da parte del presidente Roosevelt.
La crisi del 1929, nota anche come Grande depressione o Crollo di Wall Street, è la congiuntura economica negativa iniziata negli Stati Uniti e poi propagatasi in tutta Europa, che portò milioni di persone a restare senza lavoro, soprattutto tra la popolazione giovanile, i consumi a crollare, la criminalità ad aumentare e in alcuni Paesi a favorire l’avanzata dei totalitarismi.
La crisi ebbe inizio alla borsa di Wall Street, con il cosiddetto “giovedì nero” del 24 ottobre 1929 in cui vennero venduti circa 13 milioni di azioni, ma si estese presto all’economia reale.
Per favorire la ripresa, i governi furono costretti a rivedere le loro politiche economiche e ad accrescere l’intervento pubblico in economia. La ripresa iniziò nel 1933 con il New Deal introdotto da Franklin D. Roosevelt, ma i livelli di produzione pre-1929 furono raggiunti solo dopo molti anni.
Le cause della crisi del ’29, come si arrivò alla Grande Depressione
Sulle ragioni della crisi del 1929 sussistono interpretazioni discordi. È però certo che le origini della depressione vanno rintracciate nel boom economico degli anni precedenti.
Negli Stati Uniti, gli anni ’20, passati alla storia come “anni ruggenti”, furono un periodo di grande prosperità. Il Paese forniva prestiti e capitali a molti Stati, disponevo di un sistema produttivo in crescita costante e di un mercato azionario che garantiva profitti rapidi e “senza sforzo”.
Circa un milione di americani giocava in borsa, traendo lauti guadagni. Basti pensare che tra il 1922 e il 1929 l’indice azionario (cioè la media ponderata del valore delle azioni) della principale borsa statunitense, quella di Wall Street a New York, passò da 63 a 381,17.
Il sistema, però, nascondeva alcune debolezze: anzitutto, la crescita della produttività non era compensata da un’equivalente crescita del potere di acquisto. Quel che è peggio, il mercato azionario produceva ricchezza “fittizia”: ci si arricchiva con mere operazioni speculative, guadagnando denaro “irreale”, non “giustificato” dalla produzione di beni e servizi.
Il Grande crash di Wall Street
Negli Stati Uniti, il boom terminò nell’ottobre 1929. Il mercato azionario si era gonfiato a dismisura e la bolla non poteva non scoppiare.
Il 24 ottobre, noto come giovedì nero di Wall Street, gli investitori iniziarono a vendere i loro pacchetti azionari, facendo così diminuire il valore dei titoli. Le vendite e il deprezzamento raggiunsero un nuovo picco il 29 ottobre, passato alla storia come martedì nero.
Le conseguenze furono drammatiche, perché la crisi passò rapidamente dall’economia finanziaria all’economia reale. Le aziende furono costrette a ridurre gli investimenti e in molti casi a chiudere.
Coloro che avevano investito in borsa si ritrovarono senza capitali e ridussero i consumi, provocando la chiusura di altre aziende. Entro il 1932 la produzione diminuì del 46%.
La crisi, inoltre, coinvolse le banche: le aziende non potevano rimborsare i prestiti e molti istituti di credito furono costretti a chiudere, trascinando nel fallimento le imprese che finanziavano e spingendo i risparmiatori a ritirare il proprio denaro. La conseguenza più drammatica della crisi fu la disoccupazione: tra il 1929 e il 1932 circa dodici milioni di americani restarono senza lavoro.
La crisi economica in Europa
Negli anni ’20 l’economia mondiale era fortemente interconnessa e gli Stati Uniti erano i principali fornitori di capitali ad altri Paesi. A causa delle crisi, i capitali vennero a mancare e il commercio internazionale si ridusse, provocando conseguenze gravissime.
Banche e aziende fallirono in tutta Europa, sia pure in misura diversa a seconda dei Paesi. Particolarmente gravi furono le conseguenze della depressione in Germania e in Austria, Paesi sconfitti nella Prima guerra mondiale.
Le conseguenze sociali e politiche della crisi del 1929
Negli Stati Uniti, la crisi provocò un peggioramento del tenore di vita e creò vaste sacche di povertà.
Dalla disoccupazione, inoltre, derivarono problemi sociali molto gravi, tra i quali l’aumentò della criminalità e della devianza giovanile. Il sistema politico, però, non fu messo in discussione, a differenza di quanto avvenne in alcuni Paesi europei.
Il caso più emblematico fu quello dell’ascesa del nazismo in Germania. Prima della crisi il partito nazista godeva di scarso consenso (sebbene i suoi voti fossero in crescita già dal 1928), ma la crisi fece perdere alla popolazione la fiducia nel governo democratico, spingendola a offrire il proprio sostegno ai partiti estremisti.
Dopo il 1929 il partito nazista andò incontro a un vero e proprio boom, che lo portò a ottenere la maggioranza relativa dei voti alle elezioni del novembre 1932. La crisi non fu l’unica ragione dell’ascesa nazismo, ma certamente la favorì in misura significativa.
Il New Deal di Roosevelt e il piano per la ripresa
La crisi raggiunse l’apice nel 1932. Da allora iniziò una lenta ripresa pressoché in tutto il mondo, sia pure con ritmi diversi a seconda dei Paesi.
Negli Stati Uniti, il presidente Franklin D. Roosevelt, eletto nel 1932, promosse riforme molto ardite, passate alla storia con il nome di New Deal (nuovo corso): abbandonò la posizione di non intervento dello Stato in economia e introdusse un programma di lavori pubblici.
Roosevelt, inoltre, sganciò il dollaro dal sistema aureo (o gold standard): fino a quel momento il valore del dollaro, come quello di tutte le principali valute del mondo, era basato sulle riserve di oro del Paese, secondo un preciso tasso di cambio; nel 1933 il presidente svincolò il dollaro dall’oro, allo scopo di svalutarlo e, di conseguenza, stimolare il mercato interno e le esportazioni.
Altre misure del New Deal regolamentarono il sistema bancario e posero dei limiti alla speculazione finanziaria.
Anche nel resto del mondo, per i governi puntarono soprattutto sull’aumento dell’intervento pubblico e sull’abbandono del gold standard.
Gradualmente l’economia si riprese, ma in molti Paesi i livelli precedenti al 1929 furono raggiunti solo dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale.
Autunno: come mantenere livelli adeguati di vitamina D
Con l’arrivo dell’autunno, le giornate si accorciano e la luce solare diminuisce.
Si tratta di un cambiamento che ha influenza diretta sulla produzione di vitamina D, essenziale per la salute di ossa, muscoli e sistema immunitario.
Sono diversi gli studi recenti che hanno confermato come i livelli di vitamina D tendano a calare già nei mesi autunnali, anticipando la carenza tipica dell’inverno.
Vediamo perché e se esistono strategie sostenute dalla scienza per prevenirne la carenza.
La vitamina D cala in autunno: manca il sole?
La vitamina D viene sintetizzata dalla pelle grazie ai raggi ultravioletti B (UVB).
Durante l’estate, l’esposizione solare è sufficiente a mantenere livelli adeguati. Con l’autunno, però, l’intensità dei raggi diminuisce e si trascorrono più ore al chiuso: di conseguenza, la produzione endogena si riduce gradualmente.
Una ricerca pubblicata nel 2024 su ScienceDirect, intitolata High prevalence and seasonal patterns of vitamin D, ha analizzato i livelli di vitamina D in oltre 10 000 bambini e adolescenti. I risultati mostrano che:
la concentrazione media era di 37,7 ng/mL;
la carenza interessava il 17,7 % dei partecipanti e l’insufficienza il 23,4 %;
i valori più bassi si registravano in inverno (23,2 %), ma il calo iniziava già in autunno (12 %);
gli adolescenti e chi viveva in aree con alto inquinamento atmosferico presentavano livelli più bassi.
Lo studio conferma che la ridotta esposizione al sole è il principale fattore stagionale di rischio.
Non solo chi conduce una vita sedentaria o trascorre molte ore al chiuso rischia la carenza.
Anche gli sportivi, in modo particolare coloro i quali si allenano in ambienti coperti, possono andare incontro a una riduzione dei livelli di vitamina D.
Uno studio pubblicato nel 2023 su MDPI, An Observation of the Vitamin D Status in Highly Trained Adolescent Swimmers, ha monitorato un gruppo di giovani nuotatori britannici tra ottobre e gennaio. I ricercatori hanno rilevato che:
l’80 % mostrava variazioni significative dei livelli di vitamina D tra autunno e inverno;
solo la metà assumeva integratori di vitamina D₃;
chi non integrava registrava un calo da 62 a 51 nmol/L, vicino alla soglia di insufficienza.
Gli autori dello studio suggeriscono di valutare un’integrazione controllata per chi pratica sport indoor o vive in Paesi con poca esposizione solare. Rimane tuttavia essenziale rivolgersi al proprio medico prima di cominciare qualsiasi iter di integrazione.
Autunno: come mantenere livelli adeguati di vitamina D
Contrastare la carenza autunnale di vitamina D è possibile, ma richiede attenzione e consapevolezza. Le principali strategie consigliate dagli esperti sono:
esporsi alla luce solare: bastano 10-20 minuti al giorno, con viso e braccia scoperte, nelle ore centrali della giornata;
curare l’alimentazione: includere pesci grassi (come salmone, sgombro e sardine), tuorlo d’uovo e funghi esposti ai raggi UV;
monitorare i livelli: un semplice esame del sangue (25-OH-D) consente di valutare la concentrazione della vitamina;
integrare se necessario, sotto consiglio medico: la supplementazione è utile per anziani, persone con pelle scura o chi vive in zone poco soleggiate;
limitare i fattori ambientali: smog e inquinamento riducono la sintesi cutanea, rendendo ancora più importante la prevenzione.
Le ricerche più recenti confermano che il declino della vitamina D inizia già in autunno e riguarda tutte le fasce d’età. Agire per tempo, con piccoli accorgimenti quotidiani, aiuta a prevenire carenze che possono influire su ossa, muscoli e sistema immunitario.
Esporsi al sole in modo sicuro, adottare una dieta equilibrata e rivolgersi al medico per eventuali controlli o integrazioni mirate rappresentano i passi fondamentali per mantenere un buono stato di salute durante i mesi freddi.
Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha dichiarato che, poiché la guerra richiede soldi, soldi e soldi, “chiunque sostenga l’Ucraina e allo stesso tempo sostenga la guerra, sostiene anche l’aumento delle tasse e il recupero dei finanziamenti dai governi nazionali, perché Bruxelles non ha soldi”.
Il premier ungherese ha detto che oggi solo gli Stati Uniti vogliono la pace. Per Orbán principale ostacolo ai tentativi di pace del presidente statunitense è un gruppo di Paesi europei che si fa chiamare Coalizione degli attori.
Secondo Orbán questi paesi sono disposti a mandare altri in guerra a morire si stanno solo armando.
Il leader ungherese ha poi affermato che attualmente esiste un disaccordo di fondo tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea su come porre fine alla guerra.
Orbán: Siamo all’inizio di una corsa agli armamenti
Secondo Orbán, la situazione era ancora peggiore un anno fa, quando anche gli Stati Uniti erano in allarme per la guerra. Ha affermato che oggi anche i russi hanno mostrato la volontà di fare la pace “a certe condizioni”.
Orbán ha detto a Kossuth Radio che è comprensibile che gli ucraini, che stanno combattendo una guerra per il loro Paese, non vogliano porre fine ai combattimenti, e che gli europei “li stanno finanziando senza accorgersi che questo conflitto non potrà essere deciso sul campo di battaglia”.
Oggi, ha detto il premier ungherese, siamo all’inizio di una corsa agli armamenti e l’Europa “arranca verso una situazione che minaccia sempre più la guerra”. In questa situazione dobbiamo consapevolmente “piantare i piedi, i talloni” e “stare dalla parte della pace”.
Le richieste della Russia per la fine della guerra in Ucraina
Venerdì scorso il Financial Times ha riferito che gli Stati Uniti hanno annullato l’incontro di Donald Trump con Vladimir Putin a Budapest, precisandone il motivo, rivendicazioni territoriali esagerate da parte di Mosca.
Secondo il quotidiano britannico, ciò è stato deciso in seguito a una tesa conversazione diplomatica telefonica. Si è appreso inoltre che, dopo l’incontro, il ministero degli Esteri russo sotto la guida di Sergei Lavrov ha inviato un documento al Dipartimento di Stato statunitense.
chiedendo significative concessioni territoriali in cambio della pace,
una riduzione significativa delle forze militari ucraine,
e la garanzia che il Paese non si sarebbe mai unito alla Nato.
Lavrov e il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio hanno poi avuto una conversazione telefonica e Rubio avrebbe informato Trump che Putin non avrebbe mostrato alcuna volontà di negoziare.
La Casa Bianca si è quindi chiesta se valesse la pena negoziare con Mosca fino a quando il Cremlino non cambierà posizione.
Secondo il Ft, Trump si aspetta una maggiore flessibilità da Putin, e finché non la vedrà, non si siederà al tavolo con lui.
In assenza di un vertice di pace, Washington ha imposto sanzioni alle due maggiori compagnie petrolifere russe, giudicate dal Cremlino una mossa poco amichevole.
Venerdì la Commissione europea si è detta fiduciosa che un accordo per consentire al Regno Unito di partecipare a uno dei programmi di difesa più importanti dell’Ue sarà concluso nelle prossime due settimane, con il tempo sufficiente per consentire agli Stati membri di adeguare i loro piani di riarmo.
Bruxelles e Londra sono impegnate dall’estate in colloqui per consentire al Regno Unito di partecipare al programma Safe del blocco, che mira a incrementare l’acquisto congiunto di sistemi d’arma di fabbricazione europea, mentre l’Ue cerca di riarmarsi in modo aggressivo in risposta alla minaccia della Russia.
Gli Stati membri dell’Ue hanno tempo fino alla fine di novembre per presentare i loro piani nazionali che descrivono come spenderebbero le quote assegnate nell’ambito del programma di prestiti per la difesa da 150 miliardi di euro.
Venerdì previsti colloqui telefonici tra il commissario alla Difesa dell’Ue e il segretario alla Difesa britannico
Il Commissario alla Difesa Andrius Kubilius e il segretario alla Difesa britannico John Healey dovrebbero discutere dei negoziati in corso durante una telefonata venerdì, ha confermato un portavoce della Commissione in risposta a una domanda di Euronews.
“Possiamo aspettarci una fumata bianca prima del 30 novembre? Questa è più o meno la nostra speranza. Siamo impegnati in negoziati profondi e molto efficienti. Stiamo avanzando a velocità molto elevata”, ha dichiarato Thomas Regnier.
“Il nostro obiettivo è trovare una soluzione, avere un accordo e concludere i negoziati intorno alla metà di novembre”, ha aggiunto Reigner .
Il Safe prevede la cosiddetta preferenza europea, in base alla quale almeno due terzi degli acquisti finanziati attraverso il programma devono essere prodotti nel blocco.
In quanto Paese terzo, il contributo del Regno Unito è attualmente limitato a un massimo del 35 per cento. Ma se l’accordo viene raggiunto, il Regno Unito sarà trattato come uno Stato membro dell’Ue, senza alcun limite. Questo vale già per Norvegia, Ucraina e Islanda.
Il governo britannico potrà inoltre partecipare ad appalti congiunti con altri Paesi europei, almeno tre Paesi, tra cui due Stati membri dell’Ue, devono acquistare insieme per qualificarsi per il Safe, anche se non potrà attingere ai prestiti erogati dall’Ue.
Incerto il contributo finanziario del Regno Unito al programma Safe
Uno dei punti probabilmente ancora sul tavolo dei negoziatori è l’entità del contributo finanziario del Regno Unito.
Ma è probabile che anche molti Stati membri siano contenti dell’inclusionedel Regno Unito nel programma, dato che il Paese è un importante esportatore di prodotti per la difesa, con l’Ue che rappresenterà un terzo delle sue esportazioni totali di difesa dal 2019 al 2023.
Un accordo prima della presentazione dei piani nazionali consentirebbe quindi agli Stati membri di modificarli per includere i componenti di produzione britannica prima della scadenza.
La Commissione ha dichiarato di voler effettuare i primi versamenti agli Stati membri al più tardi verso la fine del primo trimestre del prossimo anno.
Anche l ‘Australia e il Canada hanno espresso interesse a concludere accordi simili con l’Ue.
Osa cose straordinarie, trionfa in gloria, anche se screziato dall’insuccesso, piuttosto che schierarti tra i poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nell’indistinto crepuscolo che non conosce vittorie e sconfitte.
Non ci sarà nessun incontro tra Trump e Putin a Budapest. Il vertice, che avrebbe dovuto rappresentare una svolta per la guerra in Ucraina, già rinviato a data da destinarsi, è stato ufficialmente annullato.
Lo scrive il Financial Times che cita fonti informate. Il motivo? L’intransigenza di Mosca. A mettere una pietra tombale sul faccia a faccia sarebbe stata una telefonata particolarmente tesa tra i capi delle due diplomazie, americana e russa, i ministri degli Esteri Marco Rubio e Sergej Lavrov.
La conversazione segue l’invio di un memorandum in cui vengono poste dal Cremlino condizioni dure per la pace in Ucraina, tra cui la cessione, da parte di Kiev, di ulteriori territori rispetto all’attuale linea del fronte, che invece Trump vorrebbe congelare.
Mosca “deve difendere i propri interessi nazionali nei negoziati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump”, affermava ieri il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov in conferenza stampa.
“Come possiamo raggiungere un accordo con lui? Partendo dai nostri interessi, dagli interessi nazionali russi. E’ ciò che sta facendo Putin”. Peskov ha descritto il tentativo di Trump di raggiungere un accordo come “sincero”, ma il tycoon oggi sembra voler mettere da parte la strategia dell’imbonimento con l’omologo russo, come dimostra anche la scelta di imporre sanzioni alle principali compagnie petrolifere della Federazione. Il vertice cancellato è un ulteriore segnale per Putin.
Kiev attacca gli impianti energetici russi
Sul fronte della guerra combattuta, continua l’offensiva ucraina contro le infrastrutture energetiche di Mosca.
Questa notte, secondo quanto riportato da funzionari russi e canali Telegram, sono stati attaccati impianti nelle oblast’ russe di Orël, Vladimir e Yaroslavl.
Gli attacchi scrive il Kiyv Independent avrebbero preso di mira la centrale termoelettrica di Orël, il più grande generatore di elettricità e riscaldamento della regione; la sottostazione elettrica di Vladimir, un importante snodo energetico russo; e la raffineria di petrolio di Novo-Yaroslavl, la più grande raffineria della Russia settentrionale.
Mosca ha fatto sapere che lo scudo russo ha distrutto 130 droni ucraini in 14 regioni russe durante la notte, 31 droni nella regione di Kursk, 21 nella regione di Voronezh, 14 nella regione di Belgorod e 10 nella regione di Bryansk.
Nove droni sono stati abbattuti nelle regioni di Orël, Tambov e Tula, e sei nelle regioni di Lipetsk e Yaroslavl. Sono stati neutralizzati anche cinque droni nella regione di Rostov, quattro nella regione di Volgograd, tre nella regione di Kaluga, due nella regione di Ryazan e uno nella regione di Mosca.
Il mondo si trova sulla soglia di una trasformazione climatica senza precedenti, dove interi ecosistemi potrebbero collassare innescando reazioni a catena devastanti.
Un recente rapporto scientifico internazionale ha documentato come alcuni elementi fondamentali del sistema terrestre abbiano già oltrepassato punti di non ritorno, mentre altri sono pericolosamente vicini a farlo.
Le conseguenze potrebbero tradursi in innalzamenti irreversibili del livello dei mari e sconvolgimenti profondi degli equilibri climatici globali.
La situazione più critica riguarda le barriere coralline tropicali, che secondo gli scienziati rappresentano il primo punto di svolta già superato. Con l’attuale riscaldamento globale di circa 1,4°C rispetto all’era preindustriale, questi ecosistemi hanno oltrepassato la loro soglia termica stimata di 1,2°C.
Gli episodi ripetuti di sbiancamento stanno causando mortalità record in tutte le regioni tropicali, e anche se le temperature si stabilizzassero a 1,5°C, il collasso proseguirebbe inesorabile.
Il recupero delle barriere coralline sarebbe possibile solo riportando le temperature globali a 1°C sopra i livelli preindustriali o meno, una prospettiva che appare sempre più remota. Più a lungo questa soglia rimane superata, minori sono le probabilità di rigenerazione.
Si tratta di un fenomeno autoalimentato che non si arresta semplicemente stabilizzando il riscaldamento.
Nico Wunderling, professore di Scienze Computazionali del Sistema Terrestre presso l’Università Goethe di Francoforte e ricercatore presso il Senckenberg Research Institute, è tra gli autori principali del Global Tipping Points Report 2025.
La sua analisi non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche:
“Le conseguenze devastanti che emergono quando vengono oltrepassati i punti di svolta climatici costituiscono una minaccia massiccia per le nostre società. Esiste persino il rischio che il superamento di un punto critico in un sistema climatico possa innescare o accelerare il collasso di altri sistemi.“
Il rischio aumenta drasticamente oltre la soglia di 1,5°C
Gli scienziati hanno identificato circa due dozzine di componenti del sistema climatico globale che potrebbero raggiungere punti di svolta.
Il rapporto prevede che la temperatura media globale supererà la soglia di 1,5°C sopra i livelli preindustriali nei prossimi anni, segnando l’inizio di un periodo in cui molteplici punti critici potrebbero essere oltrepassati simultaneamente.
Tra i sistemi già a rischio immediato figurano le calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, il cui scioglimento potrebbe causare innalzamenti del livello marino di diversi metri.
La foresta amazzonica rappresenta un altro elemento critico del sistema. L’incremento delle temperature combinato con la deforestazione in corso sta spingendo questo ecosistema verso una trasformazione su larga scala in savana, fenomeno che potrebbe verificarsi tra 1,5 e 2°C di riscaldamento.
Tale cambiamento non solo devasterebbe la biodiversità locale, ma accelererebbe ulteriormente il cambiamento climatico globale, creando un circolo vizioso difficile da interrompere.
Particolare preoccupazione desta il possibile collasso della Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC), che include la Corrente del Golfo.
Questo sistema di correnti oceaniche potrebbe cedere con meno di 2°C di riscaldamento globale, provocando inverni più freddi nell’Europa nordoccidentale, interruzioni dei monsoni globali e una drastica riduzione della produttività agricola in numerose regioni.
Per un continente come l’Europa, abituato a un clima relativamente mite grazie proprio a queste correnti, le conseguenze sarebbero drammatiche.
Il documento, coordinato da Tim Lenton, professore presso il Global Systems Institute dell’Università di Exeter nel Regno Unito, ha coinvolto oltre 100 scienziati provenienti da più di 20 paesi.
Pubblicato in vista della trentesima Conferenza Mondiale sul Clima che inizierà il 10 novembre 2025 a Belém, in Brasile, il rapporto si è già affermato come riferimento fondamentale per valutare i rischi dei punti di svolta climatici.
Il concetto di punto di svolta climatico è emerso come focus principale nella ricerca sul clima solo negli ultimi vent’anni.
Gli autori del rapporto lo descrivono come un livello di riscaldamento oltre il quale sistemi naturali fondamentali subiscono cambiamenti autoalimentati e spesso irreversibili.
A differenza di processi graduali, questi cambiamenti possono accelerare improvvisamente e diventare impossibili da arrestare o invertire con gli strumenti attualmente disponibili.
Non tutto è perduto, però. Gli scienziati evidenziano l’esistenza di “punti di svolta positivi” all’interno delle società umane che potrebbero accelerare la transizione verso la sostenibilità.
Le fonti di energia rinnovabile sono ora più economiche dei combustibili fossili nella maggior parte delle aree, mentre i veicoli elettrici stanno rapidamente sostituendo i modelli a benzina e diesel. Questi cambiamenti potrebbero diventare autoalimentati, proprio come i processi climatici negativi.
Il sostegno politico a tecnologie rispettose del clima, come sistemi di riscaldamento sostenibili o trasporti merci più puliti, potrebbe accelerare questa trasformazione.
Inoltre, effetti di “contagio sociale” potrebbero aiutare piccoli gruppi a guidare cambiamenti comportamentali su larga scala, come la riduzione del consumo di carne o il cambiamento delle abitudini di viaggio.
La sfida consiste nell’innescare questi meccanismi positivi prima che i punti di svolta negativi diventino così numerosi da rendere impossibile qualsiasi forma di adattamento efficace.
Quello tra Donald Trump e Xi Jinping è stato il primo incontro dal 2019 e potrebbe avere segnato il disgelo tra USA e Cina.
Al termine del vertice a Busan, Corea del Sud, i due capi di stato si sono mostrati soddisfatti per l’esito. Parole di grande entusiasmo sono state proferite dal presidente americano, che ha annunciato di recarsi a Pechino in aprile.
Oggetto della discussione: dazi, chip e terre rare. Il succo è che la tariffa sulle importazioni cinesi scende negli USA dal 57% al 47%, dato che in relazione alla lotta al fentanyl è stata dimezzata al 10%.
Gli USA consentiranno nuovamente alla Cina di acquistare i suoi chip, mentre questa allenterà l’embargo sulle terre rare.
Trump e Xi riscrivono le regole mondiali
Alle trattative, ha spiegato Trump, parteciperà anche NVIDIA. Il colosso dell’Intelligenza Artificiale ha proprio ieri superato i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in scia alle notizie positive che arrivavano dall’Asia. E’ la prima al mondo ad avere raggiunto questa cifra stratosferica.
Se dobbiamo interpretare quanto stia avvenendo in questi giorni, il senso è che USA e Cina stanno riscrivendo le regole mondiali per governare il futuro.
Chip e terre rare sono due facce della stessa medaglia. Entrambi servono all’IA, che rappresenta quel nuovo salto tecnologico capace di discriminare tra vincenti e perdenti della post-globalizzazione.
Le due principali potenze economiche e geopolitiche vogliono primeggiare su tutte le altre. E chiaramente, ciascuna nutre la speranza di riuscire a vincere anche contro l’altra.
IA nuovo salto tecnologico
Ieri, Trump ha usato parole di verità quando ha dichiarato che (sull’IA) “gli USA sono almeno 10 anni davanti a tutti”.
Non a caso il suo obiettivo strategico consiste nel tenere a distanza la Cina, facendo in modo che resti una generazione dietro sul piano tecnologico. L’IA è la nuova arma nucleare del 21esimo secolo, la macchina a vapore del Settecento, il petrolio di fine Ottocento. Chi la governa, domina il resto del pianeta.
E l’Europa? Non esiste. Spera che gli USA non la mollino del tutto e guarda ancora ingenuamente alla Cina come mercato di sbocco.
Il suo fallimento è senza appello. Le istituzioni comunitarie, propinate come lo strumento migliore per garantire forza e potere negoziale agli abitanti del Vecchio Continente in un mondo sempre più grande, si sono rivelate vacue.
I suoi sostenitori eccepiscono che servirebbe rafforzarle ulteriormente; come dire che se un’azienda non riesce a ripagare i prestiti, bisogna concedergliene ancora di più. E notano che senza, saremmo ancora più insignificanti. Difficile, tuttavia, fare meno di zero.
USA e Cina attori geopolitici, Europa no
USA e Cina fanno politica nel senso più pregnante e nobile del termine. I primi posseggono la tecnologia e i capitali, la seconda le materie prime. Sanno di avere bisogno l’uno dell’altro, almeno fino a un certo punto. Litigano, gareggiano, si minacciano a vicenda e alla fine si accordano ciascun nel proprio interesse.
L’Europa ha rimpiazzato la politica con la tecnocrazia e si muove secondo assunti ideologici che la condannano all’irrilevanza. Anziché investire sul futuro, regolamenta e riduce gli spazi di libertà economica (e non solo) ai propri cittadini.
Chi ancora sogna che le cose possano aggiustarsi senza Trump e Xi, non ha capito un bell’accidenti.
USA e Cina sono destinate a spartirsi il mondo, indipendentemente da chi li rappresenta temporaneamente.
Non era un destino ineluttabile, ma l’Europa lo ha reso tale con decenni di inerzia dinnanzi al proprio declino economico e geopolitico.
Esiste un piano europeo sui chip o sulle terre rare? No. Esiste un piano per attirare capitali e cercare di recuperare il tempo perduto sull’IA, ammesso che sia ancora possibile? No.
E’ una delle figure base per ogni famiglia, quella alla quale ci si rivolge quando si ha una necessità o un bisogno: stiamo parlando del medico di famiglia.
Tantissime sono le domande e le curiosità che ruotano attorno a questa importante figura e, una di queste è quella di sapere quanto guadagnano.
Il loro lavoro è davvero grosso ed oneroso, e non si limita solo alla cura dei pazienti a lui affidato.
Apparentemente il medico di famiglia e quello di medicina generale sembrano essere la stessa cosa, ma in realtà non è così. Ecco l’importanza di questa importante figura professionale e, allo stesso tempo, capire anche quale sia il loro guadagno mensile.
Medico di base: quanto guadagnano?
Quando pensiamo al medico di famiglia, pensiamo ad una figura della quale ogni singolo cittadino non può fare a meno. Una caratteristica non solo italiana ma che si sta piano piano diffondendo in tutta Europa, quella del medico che ci segue e ci accompagna in ogni nostra necessità.
Il Sistema Sanitario Nazionale è alla base del tutto e coordina in ogni città, comune, regione, la presenza dei medici di famiglia.
Il medico di famiglia è colui che prende in carico un cittadino e, in alcuni casi, anche il suo intero nucleo familiare. Assiste per anni, conoscendo a fondo tutte le patologie e le problematiche interne di ogni suo paziente. Tantissime, come dicevamo, sono le domande che ruotano attorno al medico di famiglia.
Da quelli che possono essere i pazienti che ha in carico ma, dall’altro lato, anche il sapere quanto guadagna.
Ecco alcune cifre
La differenza va fatta con il medico di medicina generale (che può essere o di assistenza primaria, o una guardia medica): questi, infatti, può arrivare a guadagnare circa 70mila euro l’anno, tenendo presente che ha uno studio aperto 5 giorni a settimana e un numero di pazienti che può variare dai 500 ai 1500.
Il lavoro di un medico di base, un pò più leggero rispetto ai colleghi ospedalieri sia in termini di responsabilità che di orario, ha un guadagno orario medio di circa 65 euro.
Dall’altro lato c’è, anche, l’anzianità di servizio che può portarlo, dopo 20 anni di carriera, anche a guadagnare 160mila euro l’anno.
Ci sono anche dei guadagni o compensi extra che il medico può ottenere, come ad esempio le indennità notturne, i compensi per quando somministra vaccini o fa tamponi, e un bonus per l’assistenza anche domiciliare per i suoi pazienti over 75.
In linea generale, un medico di base arriva a percepire qualcosa compreso tra i 3.500 euro e i 6.000 euro al mese; si tratta di stipendi lordi ai quali bisogna togliere le spese di tassazione.
Al di là di quella che è una visione prettamente economica, ciò che conta è sempre il benessere dei pazienti che resta alla base di ogni professione medica, anche di quello di base.
Tre quarti dei principi attivi per antibiotici importati in Germania provengono dalla Cina. Lo ha riferito un rapporto pubblicato il 20 ottobre dell’associazione farmaceutica Pro Generika e.V.
A pagare il prezzo della dipendenza da Pechino è il “made in Germany”. La produzione all’estero costa meno ed è conveniente per le case farmaceutiche, che evitano di produrre i farmaci in Germania.
Ma così il Paese dipende dalla Cina per le forniture di prodotti farmaceutici essenziali.
Molte fabbriche tedesche di medicinali hanno chiuso
I farmaci generici sono quelli il cui brevetto è scaduto e quindi possono essere prodotti da chiunque. Rappresentano il 90 per cento dei farmaci considerati critici nell’Unione Europea, cioè essenziali per l’assistenza sanitaria ma vulnerabili a interruzioni nella catena di approvvigionamento, secondo un rapporto della Critical Medicines Alliance.
I loro prezzi bassi derivano dalla produzione in Paesi come Cina o India, dove componenti chimici e compresse costano molto meno, il lavoro è più economico e le normative ambientali meno stringenti.
Il rovescio della medaglia è che in Germania molte fabbriche hanno chiuso.
“La produzione a basso costo all’estero è stata il frutto di una mentalità che ha messo il risparmio prima di tutto. Tornare a produrre in Germania è pura utopia: i costi sarebbero enormi e mancano le competenze”, ha spiegato Michael Müller, professore di chimica farmaceutica e medica all’Università di Friburgo.
Anche ricostruire stabilimenti in Germania non risolverebbe il problema: “Non possiamo produrre i principi attivi necessari da soli. Dipendiamo chiaramente dalla Cina”, ha aggiunto Müller.
In Germania ci sono carenze nelle scorte di circa 500 farmaci
Nel 2024, la Germania ha esportato in Cina prodotti farmaceutici per un valore di 4,1 miliardi di euro.
Le importazioni di principi attivi farmaceutici, compresse e simili dalla Cina sono state pari a 722 milioni di euro, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica tedesco. I numeri però ingannano.
In termini di peso, la Germania ha venduto 15 milioni di tonnellate di prodotti farmaceutici alla Cina, mentre la Cina ne ha vendute 33 milioni alla Germania.
Se un sito produttivo fallisce, spesso mancano le alternative e ne conseguono problemi nelle forniture.
Recentemente l’associazione dei farmacisti tedeschi (Abda) ha avvertito che ci sono carenze di circa 500 farmaci, in particolare antibiotici pediatricie farmaci per Adhd e asma.
“La Germania un tempo era la farmacia del mondo. Ora lo sono Cina o India. E se lì ci sono problemi di produzione, questo si riflette immediatamente nelle forniture in Europa e in Germania”, ha dichiarato il presidente dell’Abda, Thomas Preis, al quotidiano Bild am Sonntag.
I farmaci come strumento politico?
C’è anche il timore che la Cina possa interrompere le forniture di farmaci verso la Germania o l’Unione Europea. Pechino ha già usato le dipendenze economiche e commerciali degli altri Paesi come strumento politico, come nel caso della disputa sui dazi con Washington.
Il leader cinese Xi Jinping ha imposto forti restrizioni all’export di terre rare come arma negoziale contro il presidente statunitense, Donald Trump.
Quest’ultimo, durante il recente tour in Asia, ha firmato con la premier giapponese, Sanae Takaichi, un accordo per collaborare più strettamente sulle terre rare e ridurre la dipendenza dalla Cina.
Müller non crede però che in Germania gli scaffali possano davvero rimanere vuoti: “In caso di emergenza, la Germania sarebbe pronta a pagare e comprerebbe farmaci costosi”, come già visto durante la pandemia.
Inoltre, Germania e Unione Europea traggono grandi vantaggi dalla produzione estera: “Il mercato dei farmaci è interconnesso. Paesi come Cina e India dipendono a loro volta dalla Germania. Milioni di lavoratori cinesi rimarrebbero senza lavoro se non ci fossero le esportazioni“.
Per ridurre la dipendenza a lungo termine, Müller ha proposto di puntare maggiormente sull’innovazione: “La rete globale non è un nemico, ma un’opportunità, se la sappiamo usare. Sviluppando nuovi farmaci o processi produttivi, la Germania può fare la differenza”.
Con l’arrivo del nuovo anno, cambiano molte delle agevolazioni fiscali e detrazioni che famiglie e contribuenti italiani hanno utilizzato.
La Legge di Bilancio 2026 conferma alcune misure già in vigore, ma introduce anche significativi tagli e revisioni che riguardano bonus edilizi, detrazioni per familiari a carico e novità sull’Irpef. Ecco cosa resta e cosa viene modificato nel 2026, con un focus sulle implicazioni fiscali più rilevanti per i contribuenti.
L’attenzione è puntata soprattutto sui bonus ristrutturazione e sull’ecobonus, che già nel 2025 avevano subito una prima riduzione delle aliquote di detrazione.
La Legge di Bilancio 2025 ha fissato per quest’anno un’aliquota al 36%, con un’eccezione per gli interventi sulla prima casa, per i quali la detrazione resta al 50% solo nel 2025.
Dal 2026, tuttavia, la situazione si fa più stringente:
Per la prima casa, la detrazione scende al 36%;
Per gli altri immobili, la detrazione cala al 30%.
Questa riduzione comporta una perdita del 14% del beneficio per i proprietari, che si riflette anche sui coniugi non proprietari che sostengono le spese sull’abitazione principale, i quali dal 2026 potranno usufruire solo del 30% di detrazione.
Un altro importante cambiamento riguarda il bonus mobili, che senza una nuova proroga si interromperà dal 1° gennaio 2026. Attualmente la detrazione è pari al 50% delle spese per arredi destinati a case ristrutturate, con un tetto di 5.000 euro. La proroga prevista fino a fine 2025 lascia poche speranze di estensione per il prossimo anno, soprattutto in considerazione dei tagli progressivi subiti dalla misura negli ultimi anni.
Nuove regole per le detrazioni in busta paga e limiti per i familiari a carico
Nel 2026 entreranno in vigore anche modifiche sostanziali sulle detrazioni per figli a carico e altri familiari.
La Manovra 2025 ha stabilito che la detrazione di 950 euro è riconosciuta solo per figli fino a 30 anni, mentre per gli over 30 la detrazione spetta esclusivamente ai figli con disabilità ai sensi della legge 104.
Inoltre, i cittadini extra UE residenti in Italia non potranno più beneficiare della detrazione per i figli a carico residenti all’estero.
Per quanto riguarda gli altri familiari a carico, la detrazione teorica di 750 euro è stata eliminata per molte categorie, rimanendo valida solo per gli ascendenti conviventi con il contribuente (come genitori e nonni).
Da gennaio 2025 non si potrà più godere della detrazione per suoceri, nuore, generi, fratelli, sorelle, nipoti o coniuge separato fiscalmente a carico. Resta invece confermata la detrazione per il coniuge a carico, senza variazioni rispetto all’anno precedente.
Queste modifiche influenzeranno la busta paga già dal 2025, ma i loro effetti più evidenti si avranno con la dichiarazione dei redditi 2026, soprattutto per chi richiede i conguagli fiscali.
Una novità di grande impatto riguarda l’introduzione di un limite massimo alle detrazioni fiscali per contribuenti con redditi superiori a 75.000 euro, che sarà applicato in base al quoziente familiare.
Le spese detraibili per sé e per i familiari a carico saranno soggette a tetti di spesa differenziati:
14.000 euro di spesa massima per redditi tra 75.000 e 100.000 euro;
8.000 euro per redditi superiori a 100.000 euro.
Questi limiti saranno calibrati in base al numero di figli a carico, con soglie più elevate per le famiglie con almeno tre figli.
Per esempio, chi non ha figli potrà detrarre solo la metà delle spese rispetto ai nuclei più numerosi.
Restano escluse dal tetto le spese mediche e sanitarie, così come le detrazioni residue per interventi di ristrutturazione terminati entro il 31 dicembre 2024 e quelle relative agli interessi passivi dei mutui contratti entro la stessa data.
Irpef, taglio dell’aliquota e revisione del carico fiscale
Tra le novità più attese della Manovra 2026 c’è il taglio della seconda aliquota dell’Irpef, che passerà dal 35% al 33% per i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro.
Questa misura, con uno stanziamento di circa 9 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, mira a sostenere i redditi medio-bassi e a favorire un adeguamento dei salari al costo della vita.
Il taglio si tradurrà in un beneficio massimo di 440 euro per i redditi fino a 50.000 euro e sarà spalmato anche sui redditi successivi fino a 200.000 euro, oltre i quali però l’effetto sarà compensato da una riduzione di altre detrazioni fiscali.
In particolare, potranno essere ridotte le detrazioni al 19% (ad eccezione delle spese sanitarie), le donazioni a partiti politici e gli sconti Irpef su premi assicurativi per rischi calamitosi.
La guerra in Ucraina giunge al giorno 1.344. La Russia non ha nessuna intenzione di attaccare un Paese Nato e il ministro degli Esteri Lavrov dice che Mosca è pronta a dare precise garanzie al riguardo.
Intanto, il segretario di Stato Parolin preme sul coinvolgimento della Cina per la pace.
Il colosso petrolifero Lukoil venderà le sue attività all’estero dopo le sanzioni. Viktor Urban torna ad attaccare l’Unione europea dicendo che “non conta nulla” e che Donald Trump sbaglia su Putin.
Il presidente Usa ha dichiarato che l’annuncio di Vladimir Putin di un test di un missile da crociera a propulsione nucleare non era “appropriato”.
E il Cremlino replica: “Per noi prevalgono i nostri interessi nazionali”.
La vitamina D svolge un ruolo essenziale per il corretto funzionamento dell’organismo: migliora la forza muscolare, rafforza il sistema immunitario, aiuta a prevenire le infiammazioni, ecc.
Una carenza di vitamina D è spesso dovuta a un’esposizione insufficiente al sole, ma anche alcune patologie possono causare una carenza di vitamina D.
A cosa servono la vitamina D2 o D3? Qual è il ruolo? Quali sono i benefici?
La vitamina D non è propriamente una vitamina: è un proormone liposolubile. Viene prodotta nella pelle, immagazzinata nel fegato, nei muscoli e nel tessuto adiposo e utilizzata dall’organismo nei periodi in cui non c’è luce solare.
Per gli esseri umani sono importanti due forme di vitamina D:
vitamina D2, o ergocalciferolo, sintetizzata naturalmente dalle piante;
vitamina D3, o colecalciferolo, viene sintetizzata dall’organismo quando la pelle è esposta ai raggi ultravioletti (principalmente raggi UVB) del sole.
La vitamina D contribuisce a rafforzare le ossa. Permette un migliore assorbimento di calcio e fosfato nell’intestino, oltre al riassorbimento del calcio nei reni. Dovremmo comunque preoccuparci di una carenza anche se la massa ossea è già stata accumulata?
Non accade in un inverno, ma una carenza di vitamina D contribuisce alla perdita di densità ossea dopo i cinquant’anni. Prima di quell’età, non disponiamo di studi che lo dimostrino ed è molto difficile valutare la velocità con cui le ossa perdono densità perché varia notevolmente da persona a persona.
Quando si parla di carenza di vitamina D?
Nelle persone sane, la carenza di vitamina D si verifica quando i livelli ematici scendono al di sotto di 20 nanogrammi (20 miliardesimi di grammo) per ml di sangue. Tutti gli esperti ritengono che questo sia un minimo ragionevole.
La carenza di vitamina D si verifica quando la concentrazione scende al di sotto di 10-12 nanogrammi per ml di sangue. È molto più rara e colpisce soprattutto le persone molto anziane con patologie come l’insufficienza renale.
Quali sono i sintomi della carenza di vitamina D?
Stanchezza generale (astenia), debolezza muscolare, dolori alle ossa, morale basso, mancanza di energia, malattie frequenti dovute a un calo delle difese immunitarie) sono segnali che possono indicare una carenza di vitamina D.
Nonostante il legame tra vitamina D e buona salute delle ossa sia ben noto, è meno noto che la carenza di vitamina D abbia effetti anche sui muscoli. Diversi studi, il più recente pubblicato nell’aprile 2021 sul Journal of Endocrinology , hanno collegato bassi livelli di vitamina D a una scarsa forza muscolare, che può portare a cadute negli anziani. L’integrazione può quindi aiutare a ottimizzare la massa muscolare e ridurre il rischio di fratture.
Quali malattie sono associate alla carenza di vitamina D?
Anche altre patologie sono associate alla carenza di vitamina D. In inverno, la carenza di vitamina D potrebbe essere una delle cause dell’aumento delle malattie respiratorie infettive. Molti studi suggeriscono che la vitamina D regola l’immunità, attivando la risposta antimicrobica, previene malattie infettive come raffreddore e influenza.
Altri studi hanno dimostrato un rischio maggiore di sviluppare la sindrome da demenza, e in particolare il morbo di Alzheimer, in caso di carenza. La vitamina D, infatti, ha proprietà antinfiammatorie e antiossidanti: protegge i neuroni e i vasi sanguigni, influenzando così le prestazioni cognitive.
La carenza di vitamina D è stata anche collegata allo sviluppo di tumori (colon-retto, seno, pancreas, prostata) e malattie autoimmuni (tiroidite, diabete di tipo 1, artrite reumatoide, ecc.).
Questa carenza è anche associata a un aumento del rischio di ipertensione e malattie cardiovascolari, ma “associazione” non significa “causalità”.
Resta da confermare se la carenza di vitamina D abbia un ruolo nell’insorgenza di tutte queste malattie. Potrebbe anche esserne una conseguenza e ad oggi, gli studi non ci permettono di sapere se l’integrazione protegga da queste malattie.
Dovrei fare un test della vitamina D?
Il nostro SSN ritiene che il dosaggio sia utile e rimborsabile in questi casi:
bambini sospettati di essere affetti da rachitismo;
adulti con sospetta osteomalacia;
riceventi di trapianto di rene;
adulti sottoposti a chirurgia per l’obesità;
osteoporosi grave
anziani che hanno subito cadute ripetute.
Un reumatologo può anche prescriverne uno prima di iniziare il trattamento per l’osteoporosi, per adattare il dosaggio del farmaco.
Per altri, l’HAS non raccomanda il dosaggio, che quindi non viene più rimborsato, nonostante sia l’unico modo per conoscere il proprio stato di vitamina D.
Non si conosce ancora la concentrazione ottimale da raggiungere per aiutare a prevenire o rallentare la progressione di una malattia e non si sa ancora se l’integrazione apporti benefici, al di fuori delle patologie muscoloscheletriche, ovviamente.
Inoltre, senza dosaggio, possiamo aumentare i livelli di vitamina D entro l’intervallo desiderato, ovvero tra 20 e 60 ng/ml.
È comunque utile il dosaggio perché gli effetti di una concentrazione ematica superiore alla norma sono ancora poco noti a lungo termine.
Chi dovrebbe assumere integratori di vitamina D?
Dopo i 65 anni, l’integrazione è utile per prevenire cadute e fratture non vertebrali, come quelle del collo del femore;
È utile anche per le donne in postmenopausa che soffrono di osteoporosi, perché i trattamenti funzionano molto meno bene in caso di insufficienza.
È consigliabile anche per le persone in sovrappeso, con pelle scura, che trascorrono poco tempo all’aria aperta in estate, che indossano abiti coprenti o che sono a dieta assumere integratori, in quanto spesso presentano un’insufficienza o addirittura una carenza, soprattutto in inverno;
L’integrazione di vitamina D è raccomandata durante tutto l’anno per le donne incinte e che allattano, per i bambini piccoli di età compresa tra 2 e 5 anni e per gli anziani che vivono in istituti.
Integratori di vitamina D: e gli altri?
È consigliabile assumere integratori in modo sistematico, senza misurarli: in caso di dubbio, sarebbe un peccato non correggere una carenza, soprattutto perché l’assunzione di vitamina D non ha mostrato effetti nocivi.
Inoltre è auspicabile integrare sistematicamente le popolazioni ad altissimo rischio di insufficienza, ma è a priori inutile somministrarle a coloro che non presentano insufficienze o carenze, poiché non siamo certi dei benefici.
Gli studi più convincenti prevedono l’assunzione giornaliera di vitamina D, a dosi comprese tra 800 e 25.000 UI al giorno. Per una maggiore efficacia sulla salute delle ossa, è consigliabile associarla al calcio (idealmente presente negli alimenti).
Vitamina D: dove si trova? In quali alimenti?
Questa vitamina liposolubile viene fornita dagli alimenti e sintetizzata dall’organismo nella pelle sotto l’azione dei raggi solari. Se non vogliamo correre il rischio di carenza di vitamina D in inverno, abbiamo a disposizione tre soluzioni:
Dieta: Alcuni alimenti sono particolarmente ricchi di vitamina D, tra cui i latticini arricchiti con vitamina D, come gli yogurt. Mangiarne due al giorno è sufficiente per soddisfare la dose giornaliera raccomandata. Anche il pesce azzurro, i tuorli d’uovo e i funghi sono ricchi di vitamina D e fiale prescritte dai medici di base e integratori alimentari disponibili senza ricetta in farmacia.
Il 22 ottobre la Nato ha completato la prima fase dell’esercitazione Dacian Fall 2025, un’operazione multinazionale su larga scala che mette alla prova la capacità dell’Alleanza di dispiegare forze delle dimensioni di una brigata in tutta Europa.
La seconda fase dell’esercitazione, attualmente in corso in Romania e Bulgaria, fino al 13 novembre vedrà coinvolti più di 5.000 soldati e 1.200 unità di equipaggiamento provenienti da dieci nazioni alleate (Francia, Italia, Belgio, Lussemburgo, Macedonia del Nord, Polonia, Portogallo, Spagna. Bulgaria e Romania).
Dacian Fall 2025, spiegano dall’Alleanza atlantica, è più di un evento di formazione: è una dimostrazione dell’impegno della Nato per la difesa collettiva, l’interoperabilità e la capacità di rispondere rapidamente a qualsiasi minaccia.
L’esercitazione si svolge contemporaneamente in diverse aree di addestramento in Romania (Cincu, Smârdan, Capu Midia, Babadag, Bogata, Alba Iulia, Hanu Conachi, Giarmata, Cârțișoara) e in Bulgaria (Novo Selo).
Le forze italiane sono coinvolte in particolare in Bulgaria, dove il Battle Group della Nato è guidato dall’Italia come nazione quadro.
La Francia, in qualità di nazione quadro per questa brigata multinazionale, si è coordinata strettamente con le nazioni ospitanti e di transito, tra cui Grecia, Bulgaria e Romania. Il dispiegamento dei soldati è stato il risultato di una complessa strategia di trasporto multimodale che si è sviluppata attraverso treni, navi e convogli per spostare la brigata dalla Francia alla Romania.
Dacian Fall 2025 segna anche la fase finale dell’elevazione a livello di brigata dei gruppi tattici della Nato schierati in Romania e in Bulgaria, un passo importante nel rafforzamento della posizione di difesa e deterrenza dell’Alleanza nella regione.
“Il potere è sempre stato misurato in base alla potenza militare e all’influenza territoriale. Chi controllava confini ed eserciti controllava anche l’equilibrio di potere nelle relazioni tra paesi e continenti. E sarebbe sbagliato affermare che questa nozione sia obsoleta. L’hard power è più importante che mai nel mondo di oggi. Abbiamo visto come paesi come la Russia o i suoi alleati autocratici usino il conflitto come strumento per costruire imperi e supremazia sugli altri. Il nostro progetto è diverso, ma non possiamo essere ingenui e vulnerabili”.
Lo ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un passaggio dedicato alla difesa europea nel suo discorso al Forum 2025 Berlin Global Dialogue.
“Ecco perché l’Europa sta investendo così tanto nelle nostre capacità militari e nel potenziamento delle nostre industrie della difesa. Sbloccheremo fino a 800 miliardi di euro di spesa per la difesa entro il 2030. Questa attenzione alla deterrenza e alla pace attraverso la forza è più importante che mai”.
Un nuovo studio spagnolo indica che una combinazione di farmaci esistenti potrebbe ridurre l’accumulo di grasso nel fegato e migliorare la salute cardiovascolare.
La steatosi epatica metabolica oggi indicata con la sigla MASLD (Metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease) è una condizione in crescente aumento.
A differenza della classica malattia epatica da alcol, non è causata dal consumo di bevande alcoliche, ma da un accumulo eccessivo di grasso nel fegato legato a squilibri metabolici.
Negli ultimi anni, l’incidenza di questa patologia è aumentata rapidamente anche tra i giovani e i bambini.
Gli esperti stimano che una percentuale significativa della popolazione ne sia affetta, spesso senza saperlo: la maggior parte dei casi infatti non presenta sintomi evidenti e viene scoperta solo durante analisi di routine del sangue o test di funzionalità epatica.
Cosa hanno scoperto i ricercatori spagnoli
Un gruppo di scienziati ha osservato che la combinazione di due farmaci già in commercio potrebbe invertire l’accumulo di grasso nel fegato e migliorare il profilo metabolico.
I farmaci in questione sono:
Pemafibrato, impiegato tradizionalmente per ridurre i livelli di colesterolo e trigliceridi.
Telmisartan, un antipertensivo comunemente utilizzato per tenere sotto controllo la pressione arteriosa.
I ricercatori hanno sperimentato la combinazione su modelli animali (ratti e pesci zebra) e hanno osservato che l’associazione delle due sostanze riduce in modo significativo l’accumulo di grasso nel fegato, con effetti positivi anche su cuore e vasi sanguigni.
Sorprendentemente, mezze dosi combinate dei due farmaci si sono rivelate efficaci quanto una dose intera di uno solo dei principi attivi.
Come agisce la combinazione
I test di laboratorio hanno evidenziato che la somministrazione combinata non solo riduce la quantità di grasso accumulato nel fegato, ma ristabilisce l’attività di una proteina epatica chiamata PCK1, carente nei soggetti affetti da MASLD.
Inoltre, la terapia sembramigliorare la funzionalità vascolare e ridurre i processi infiammatori tipici delle fasi più avanzate della malattia.
Questi risultati suggeriscono che l’associazione dei due farmaci potrebbe rappresentare una strategia più sicura e più efficace rispetto alle terapie attualmente disponibili, che sono ancora limitate e spesso non risolutive.
Cosa significa MASLD e perché è in aumento
La MASLD, conosciuta anche come “fegato grasso non alcolico”, è strettamente legata a fattori metabolici come:
Obesità
Diabete o insulino-resistenza
Colesterolo e trigliceridi elevati
Ipertensione arteriosa
Il fegato diventa una sorta di “magazzino di riserva” per i grassi in eccesso, che progressivamente ne alterano la funzione.
Quando l’accumulo di lipidi provoca infiammazione e danni cellulari, la malattia evolve nella forma più grave, detta MASH (steatoepatite metabolica).
In questa fase si sviluppano fibrosi e cicatrici nel tessuto epatico. Se non trattata, fino a un quinto dei pazienti può arrivare alla cirrosi, un danno irreversibile che compromette la capacità del fegato di svolgere le sue funzioni vitali.
I sintomi spesso ignorati
Il problema della MASLD è la sua natura silenziosa. Nelle fasi iniziali, chi ne soffre non presenta sintomi specifici. Quando la malattia avanza, possono comparire:
Stanchezza cronica e ridotta energia
Dolore o fastidio nella parte destra dell’addome
Nausea, perdita di appetito o gonfiore
Nelle fasi più gravi, la compromissione epatica porta a:
Accumulo di liquidi nell’addome (ascite)
Colorazione gialla della pelle (ittero)
Confusione o difficoltà cognitive dovute all’accumulo di tossine nel sangue
Perché la scoperta è importante
Oggi non esiste una terapia farmacologica approvata per la MASLD. Il trattamento si basa principalmente su dieta equilibrata, perdita di peso e attività fisica regolare.
La possibilità chedue farmaci già disponibili e ben tollerati possano contrastare la malattia offre una prospettiva concreta per milioni di persone che convivono con questa condizione senza sintomi apparenti.
Se i risultati sugli animali saranno confermati da studi clinici sull’uomo, la combinazione di pemafibrato e telmisartan potrebbe diventare una nuova frontiera terapeutica: un approccio capace di agire su più fronti, migliorando contemporaneamente funzione epatica, pressione arteriosa e profilo lipidico.
La connessione con il rischio cardiovascolare
Chi soffre di MASLD ha un rischio maggiore di malattie cardiache e vascolari. Il fegato grasso, infatti, non è un problema confinato all’organo stesso: influisce sul metabolismo generale e favorisce l’infiammazione sistemica.
Il nuovo approccio proposto dai ricercatori sembra ridurre sia i grassi epatici sia quelli circolanti nel sangue, con benefici diretti sulla salute cardiovascolare.
Prevenire resta la prima cura
Nonostante le promesse della ricerca, la prevenzione rimane la strategia più efficace.
Le raccomandazioni principali includono:
Limitare zuccheri semplici e bevande ad alto contenuto di fruttosio
Seguire una dieta mediterranea, ricca di fibre, verdure e grassi “buoni”
Fare attività fisica regolare
Tenere sotto controllo peso, glicemia e pressione
Una speranza concreta, ma prudente
Questa scoperta rappresenta un passo importante verso la comprensione e il trattamento della steatosi epatica metabolica.
Tuttavia, i dati sono ancora limitati agli esperimenti su modelli animali: sarà necessario verificare la sicurezza e l’efficacia sull’essere umano.
Se confermata, la combinazione dei due farmaci potrebbe offrire una terapia accessibile, multifattoriale e con effetti collaterali contenuti, capace di migliorare la qualità di vita e di prevenire complicanze gravi come la cirrosi o l’insufficienza epatica.
Cos’è la MASLD?
È la nuova denominazione della steatosi epatica non alcolica, causata da accumulo di grasso nel fegato per motivi metabolici.
Come si manifesta?
Spesso senza sintomi. Solo nelle fasi avanzate può dare stanchezza, gonfiore o ittero.
Può regredire?
Sì, con dieta equilibrata, esercizio fisico e controllo dei fattori di rischio.
Questa nuova terapia è già disponibile?
No, è ancora in fase di sperimentazione preclinica, ma i risultati sono promettenti.
Grande come un pallone da calcio, con un peso medio di circa 1,3 chili, il fegato svolge più di 500 funzioni vitali.
È un vero laboratorio chimico che disintossica le sostanze nocive, aiuta la digestione, immagazzina sostanze nutritive e regola il metabolismo. Proprio per la complessità e l’importanza delle sue funzioni, il fegato possiede anche una straordinaria resilienza: sa rigenerarsi e compensare i danni per lungo tempo, spesso senza manifestare sintomi evidenti.
«Questa sua capacità di adattamento, però, rende insidiose molte patologie epatiche che restano silenziose per anni e vengono diagnosticate in ritardo, a volte in fase avanzata come accade nel caso della fibrosi severa o della cirrosi.
È fondamentale imparare a prestare attenzione ai segnali, anche lievi, che possono indicare un rischio per la salute del fegato: l’aumento di peso, i valori alterati di glicemia, trigliceridi o colesterolo, la presenza di ipertensione arteriosa», spiega Anna Fracanzani, direttore della Struttura Complessa di Medicina ad Indirizzo Metabolico, Fondazione Irccs Ca’Granda Ospedale Maggiore Policlinico, professore associato di Medicina Interna all’Università degli Studi di Milano.
La maggior parte delle persone associa le malattie epatiche all’eccesso di alcol, che è effettivamente un fattore di rischio molto importante, ma non è l’unico.
«Il consumo giornaliero di alcol non dovrebbe superare i 20 grammi per le donne e i 30 per gli uomini», continua l’esperta. «Il contenuto di alcol in grammi si calcola moltiplicando il volume della bevanda (in millilitri) per la gradazione alcolica indicata in etichetta e per 0,8 che rappresenta la densità dell’alcol etilico e infine si divide il risultato per 100.
Per fare un esempio pratico, una lattina di birra da 330 ml, un bicchiere di vino da 125 ml o uno shot di superalcolico contengono tutti circa la stessa quantità di alcol puro: tra gli 11 e i 13 grammi.
Il problema maggiore è legato alle modalità di consumo: molti giovani, e a volte anche gli adulti, assumono grandi quantità di alcol concentrate nel fine settimana, spesso nel giro di poche ore (binge drinking), esponendosi non solo al rischio di danno epatico, ma anche a una tossicità acuta che può colpire altri organi, in particolare il cervello».
Il fegato, però, può ammalarsi anche a causa di infezioni virali, come le epatiti B e C, di patologie autoimmuni, seppur più rare, o per effetto della tossicità di alcuni farmaci.
Tuttavia, la causa oggi più diffusa è uno stile di vita scorretto che include un’alimentazione squilibrata, la sedentarietà e il fumo.
«Si stima che circa un terzo della popolazione mondiale soffra di steatosi epatica non alcolica, nota anche come fegato grasso», dice Fracanzani.
«Dieta corretta significa preferire i cibi che garantiscono un apporto bilanciato di carboidrati, proteine e grassi, privilegiando alimenti freschi e poco processati. Il consumo quotidiano di verdura e frutta è fondamentale per fornire all’organismo vitamine, fibre e minerali. Il cosiddetto cibo spazzatura, come patatine fritte, hot dog, snack confezionati e bevande zuccherate, non è l’unico da limitare.
Anche una dieta all’apparenza “normale”, ma ricca di prodotti da forno industriali, zuccheri semplici, carboidrati raffinati e lieviti, può contribuire allo sviluppo della steatosi epatica. Lo stesso vale per l’eccesso di salumi, insaccati e formaggi stagionati.
Le ultime linee guida della Società Europea per lo Studio del Fegato, pubblicate nel 2024, raccomandano come obiettivo terapeutico una perdita di peso del 3-5% nei pazienti normopeso con steatosi epatica di origine metabolica, superiore al 5% nei soggetti in sovrappeso e fino al 7-10% nei casi più avanzati, in presenza di steatoepatite o fibrosi.
Tali risultati si ottengono mangiando meglio e muovendosi di più, il primo e più efficace approccio terapeutico non farmacologico per contrastare molte patologie croniche, comprese quelle del fegato».
Quanto muoversi? Le raccomandazioni internazionali suggeriscono almeno 150 minuti a settimana di attività fisica moderata (come camminata veloce o bicicletta) o 75 minuti a settimana di attività intensa.
«Infine, il fumo di sigaretta è stato associato a un aumento significativo del rischio di sviluppare tumore del fegato, la complicanza più seria delle malattie epatiche croniche», spiega Fracanzani. «Una meta-analisi su 81 studi ha evidenziato un rischio relativo più elevato nei fumatori attivi, ma ancora aumentato anche negli ex fumatori. Inoltre, molti pazienti con malattia epatica cronica presentano alterazioni cardiovascolari concomitanti, come ipertensione e dislipidemia, che il fumo può aggravare, contribuendo a un aumento complessivo del rischio di eventi avversi».
Molti farmaci vengono metabolizzati a livello epatico e tra questi anche diversi antidolorifici, come i Fans (farmaci antinfiammatori non steroidei), usati per dolori o febbre.
«Sebbene siano generalmente sicuri se usati secondo le indicazioni, un’assunzione frequente o prolungata può sovraccaricare il fegato e, in alcuni casi, compromettere la funzionalità renale», avverte Anna Fracanzani.
«La situazione si complica quando più farmaci o sostanze attive seguono la stessa via metabolica: questo può aumentare il rischio di interazioni e di effetti tossici. Per questo, l’assunzione di qualunque farmaco, anche da banco, dovrebbe avvenire sempre sotto controllo medico, tenendo conto della possibile interazione con altre molecole, del metabolismo individuale e della presenza di eventuali danni epatici o renali preesistenti. È importante inoltre attenersi sempre alla dose raccomandata».
La nuova terminologia per indicare le malattie del fegato grasso di origine non alcolica è Masld, acronimo di Metabolic dysfunction-Associated Steatotic Liver Disease ossia malattia steatosica associata a disfunzioni metaboliche.
Questa definizione, adottata di recente dalle principali società scientifiche internazionali, sostituisce Nafdl, Non-Alcoholic Fatty Liver Disease e sottolinea il ruolo dei fattori di rischio cardiometabolico nella genesi della patologia.
Per la diagnosi di Masld è necessaria la presenza di steatosi epatica, rilevabile tramite ecografia o altri esami, associata ad almeno uno dei principali criteri di disfunzione metabolica.
Tra questi rientrano: sovrappeso o obesità viscerale, diabete di tipo 2 o ridotta tolleranza al glucosio, ipertensione arteriosa, trigliceridi alti e colesterolo Hdl basso.
Sono gli stessi elementi sono che definiscono la sindrome metabolica e che, nel tempo, possono contribuire alla severità della malattia epatica, ma anche alla presenza di danno cardiovascolare», conclude Fracanzani.
“I test decisivi sono stati completati”. Vladimir Putinpresenta il Burevestnik, il missile che arriva ovunque.
Il presidente russo, in un summit con i vertici militari, svela la nuova arma a disposizione di Mosca.
Il missile da crociera a propulsione nucleare è stato collaudato con successo e ha colpito a 14.000 chilometri di distanza, dopo un volo di circa 15 ore.
Per rendere l’idea, la distanza che separa Mosca e Washington è inferiore a 8.000 km.
L’annuncio di oggi arriva in un quadro ad alta tensione: la Russia è appena stata colpita dalle sanzioni che gli Stati Uniti hanno varato nei confronti dei colossi petroliferi di Mosca, il vertice tra Putin e Donald Trump al momento è congelato e l’Ucraina preme per ottenere armi a lungo raggio con cui colpire obiettivi nel territorio russo.
L’annuncio di Putin non è, quindi, casuale. Il leader del Cremlino, che nei giorni scorsi ha preannunciato “risposte sconvolgenti” in caso di attacchi profondi alla RussiPUa, oggi mostra i muscoli.
Il test è stato condotto il 21 ottobre. Durante questa esercitazione, il sistema d’arma ha effettuato un volo prolungato: i 14.000 chilometri coperti, oltretutto, non rappresenterebbero nemmeno la gittata massima del missile.
Secondo le informazioni diffuse da Mosca, nel corso del collaudo sono state eseguite con successo manovre verticali e orizzontali: il Burevestnik, si deduce, può modificare ripetutamente la propria traiettoria dopo il lancio e può raggiungere il proprio obiettivo seguendo rotte differenti rispetto a quella inizialmente propgrammata.
Il sistema, in sostanza, sarebbe dotato di elevate capacità di elusione nei confronti dei sistemi di difesa missilistica e aerea.
Putin ha impartito l’ordine di preparare “l’infrastruttura per mettere quest’arma in servizio nelle forze armate russe”, come evidenziano i media di Mosca.
Per il numero 1 del Cremlino, il Burevestnik è “un’arma unica che nessun altro al mondo possiede”.
Il Capo di Stato Maggiore russo, il generale Valery Gerasimov, fornisce dettagli sul collaudo condotto il 21 ottobre, specificando che il missile rimasto in volo per circa 15 ore, coprendo una distanza di 14.000 chilometri, e ha aggiunto che tale performance non rappresenta il limite massimo dell’arma.
Gerasimov evidenzia che “le caratteristiche tecniche del Burevestnik consentono di utilizzarlo con precisione garantita contro siti altamente protetti situati a qualsiasi distanza”.
Lo sviluppo di questo sistema missilistico da parte dell’esercito russo era stato annunciato da Putin nel 2018, con l’obiettivo dichiarato di eludere i sistemi di difesa esistenti.
L’Unione europea sta lavorando a una strategia per ridurre la sua dipendenza dalle materie prime critiche cinesi, ha dichiarato sabato la commissaria europea Ursula von der Leyen.
La rinnovata strategia arriva in risposta alla decisione della Cina di ottobre di attuare restrizioni più severe sulle esportazioni di terre rare.
Il gigante asiatico lo ha fatto probabilmente in risposta ai dazi commerciali imposti dal presidente statunitense Donald Trump, ma Von Der Leyen ha sottolineato l’impatto che avrebbe avuto sull’Europa.
“Se si considera che oltre il 90% del nostro consumo di magneti di terre rare proviene dalle importazioni dalla Cina, si capisce quali sono i rischi per l’Europa e per i suoi settori industriali più strategici”, ha dichiarato la von der Leyen durante una conferenza a Berlino.
Questi minerali sono fondamentali per le industrie dell’UE, come i settori automobilistico, della difesa, Greentech e digitale.
Von Der Leyen ha dichiarato che nel breve termine l’Ue si concentrerà sulla ricerca di soluzioni con le controparti cinesi, ma che intensificherà anche gli sforzi per coordinarsi con altri Paesi al fine di garantire l’accesso a fonti alternative di minerali.
“L’obiettivo è garantire l’accesso a fonti alternative di materie prime critiche a breve, medio e lungo termine per le nostre industrie europee”, ha dichiarato Von Der Leyen, “accelereremo il lavoro sui partenariati per le materie prime critiche con Paesi come l’Ucraina e l’Australia, il Canada, il Kazakistan, l’Uzbekistan, il Cile e la Groenlandia”.
La capa della Commissione europea ha dichiarato che il nuovo programma, denominato RESourceEU, prende spunto da REPowerEU, un’iniziativa lanciata dopo l’invasione russa dell’Ucraina con l’obiettivo di rafforzare l’indipendenza dell’Ue nel settore energetico, allontanandola dalle fonti energetiche russe.
“Si parte da un’economia circolare, non per motivi ambientali, ma per sfruttare le materie prime critiche già contenute nei prodotti venduti in Europa“, ha dichiarato Von Der Leyen.
“Inoltre, ci concentreremo su tutto, dall’acquisto congiunto allo stoccaggio. Daremo impulso agli investimenti e ai progetti strategici per la produzione e la lavorazione delle materie prime critiche qui nell’Unione Europea”, ha aggiunto.
Le nuove regole relative alle fatture mediche e agli scontrini rappresentano un cambiamento significativo.
Il sistema di digitalizzazione introdotto dall’Agenzia delle Entrate ha semplificato notevolmente le procedure, ma permangono alcune accortezze da osservare per evitare errori che potrebbero compromettere i rimborsi fiscali.
Dal 2017 è operativo in Italia il Sistema Tessera Sanitaria, una piattaforma digitale che consente di raccogliere automaticamente tutte le spese sanitarie detraibili sostenute dai cittadini.
Questo sistema ha eliminato l’obbligo di conservare fisicamente scontrini e fatture mediche, trasformando la gestione delle detrazioni in un processo più efficiente e trasparente.
Fatture mediche e scontrini, le nuove regole del Fisco: non commettere questo sbaglio quando le conservi
Il funzionamento del sistema prevede che tutte le spese sanitarie siano registrate in un file elettronico accessibile tramite l’area riservata del portale ufficiale del Sistema Tessera Sanitaria.
Per accedere a questo servizio è necessario utilizzare strumenti di identità digitale quali SPID, Carta d’Identità Elettronica (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS).
Il documento digitale, disponibile in formato Excel, può essere scaricato dal contribuente e utilizzato come prova delle spese sostenute durante la dichiarazione dei redditi.
Questa modalità consente di presentare il file elettronico direttamente a un CAF o a un professionista abilitato, accompagnato da una semplice autocertificazione, facilitando in particolare chi opta per la compilazione del modello 730 precompilato o semplificato.
Nonostante i vantaggi della digitalizzazione, può accadere che alcune spese sanitarie non vengano automaticamente registrate nel prospetto digitale.
Questo fenomeno, tuttavia, non preclude il diritto alla detrazione. È fondamentale conservare sempre la documentazione originale, ossia la fattura o lo scontrino mancante, per poter integrare manualmente tali spese nella dichiarazione dei redditi.
Nel modello 730, infatti, è possibile aggiungere le spese eventualmente assenti nel file elettronico, fornendo così una gestione flessibile e completa delle detrazioni fiscali.
Questa prassi tutela il contribuente, consentendogli di non perdere benefici fiscali importanti anche in caso di mancata digitalizzazione automatica di alcune transazioni.
Il processo di digitalizzazione fiscale continua a evolversi: entro il 2027 è prevista l’eliminazione totale degli scontrini cartacei.
La novità consiste nell’adozione di un sistema che trasmetterà in tempo reale i dati relativi agli acquisti direttamente all’Agenzia delle Entrate. Questa innovazione punta a semplificare ulteriormente la gestione fiscale, ridurre gli oneri burocratici e aumentare la trasparenza nei confronti del fisco.
La trasmissione telematica degli acquisti consentirà di avere una panoramica completa e aggiornata delle spese sostenute, migliorando la precisione delle dichiarazioni dei redditi e riducendo il rischio di errori o omissioni.
Si tratta di un passo importante verso la modernizzazione dell’amministrazione fiscale italiana, che mira a offrire un servizio più efficiente e a tutela dei diritti dei contribuenti.
In arrivo i primi casi di influenza e con essi la necessità sfoderare le armi per proteggersi da un virus che, quest’anno, sembra essere particolarmente temibile.
«Il primo consiglio, a prescindere dalla Regione in cui si vive, è vaccinarsi. E questo è un imperativo se parliamo di persone fragili, quelle che hanno patologie croniche, gli anziani dopo i 60 anni e bambini per i quali sono disponibili le formulazioni con lo spray nasale», spiega Silvestro Scotti, segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg) che sottolinea come «l’epidemia che sta arrivando sia piuttosto aggressiva, come abbiamo osservato dall’andamento in Giappone, dopo aver visto la stagione in Australia».
I consigli
Altra arma di prevenzione da rispolverare è «l’attenzione all’igiene delle mani. Serve lavarle spesso e con attenzione evitando, in generale, di toccarsi bocca e naso», consiglia Scotti.
In luoghi affollati e sui mezzi pubblici «soprattutto per i soggetti che hanno patologie croniche, usiamo la mascherina. Se si hanno dei sintomi, poi, è un elemento di civiltà metterla. Le mascherine, in questa fase, dovrebbero essere usata dai malati per proteggere gli altri. Ma io la consiglio sempre anche ai soggetti fragili in ambienti chiusi. Sui treni per esempio. Uno starnuto diffonde rapidamente i virus anche a distanza, ricordiamoci quindi di mettere un fazzoletto o il gomito davanti alla bocca e al naso quando accade».
La dieta
Un altro fronte di prevenzione è la dieta. «In primo luogo serve bere molto per idratarsi e favorire l’eliminazione di ospiti indesiderati. Un’alimentazione con più verdura e frutta che contiene vitamina C, inoltre, permette di migliorare la resistenza del nostro sistema immunitario alle aggressioni virali. Perché ricordiamo che non tutte le persone che hanno un contatto con un virus si ammalano.
Abbiamo contatti giornalieri con molti virus e il nostro sistema immunitario è capace di risolvere il problema anche in maniera asintomatica, se è forte».
Come vestirsi
Altro consiglio “è la vecchia raccomandazione delle nonne: vestirsi a cipolla, a più strati, in questo periodo di sbalzi termici. In modo da evitare di coprirsi troppo quando sale la temperatura e poi scoprirsi troppo quando poi sudiamo.
E’ proprio quello il momento in cui favoriamo l’irritazione delle mucose delle vie aeree. L’irritazione poi favorisce a sua volta l’attecchimento delle virosi e delle malattie a scambio respiratorio».
I rischi dei nonni
E poi i nipoti e nipotini «stiano attenti ai nonni lavandosi le mani e usando le mascherine se hanno ha qualche sintomo o se i loro compagni di scuola ne hanno», raccomanda Scotti.
Sarebbe utile, infine, «a scuola fintanto che le temperature restano miti, tenere mezza finestra aperta nelle classi ed evitare anche un iper riscaldamento quando si accederanno i termosifoni perché anche un ambiente troppo caldo e poco umidificato asciuga le mucose irritandole. E così diventano terreno fertile per il virus», conclude Scotti.
La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature.
L’Ufficio federale tedesco per la protezione civile e l’assistenza ai disastri (Bbk) ha lanciato un allarme di guerra per la prima volta in 35 anni.
Sebbene l’autorità sottolinei che la Germania sia uno dei Paesi più sicuri, è stata pubblicata una nuova guida su come prepararsi a eventualità come catastrofi naturali, ma anche all’emergenza bellica.
È stata in particolare la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina a spingere il Bbk ad apportare modifiche alle raccomandazioni per la preparazione dei cittadini in caso di crisi.
In ogni caso “è vantaggioso essere ben preparati in anticipo”, ha spiegato il responsabile dell’organismo, Ralph Tiesler.
La nuova guida, dal titolo “Precauzioni per crisi e disastri”, include tra le altre cose dove cercare protezione in caso di esplosione, come gestire le paure in situazioni estreme oppure riconoscere le informazioni necessarie dalla disinformazione.
La guerra non era nella guida del Bbk dal 1990
Dalla prima guida del 1990, gli scenari militari non sono più stati menzionati in questi opuscoli. L’attenzione era rivolta anche alle catastrofi naturali o all’assistenza in caso di inondazioni o interruzioni elettriche, come quelle verificatisi in Spagna e Portogallo per esempio lo scorso aprile.
Ora, per la prima volta, si parla anche di minacce ibride come i cyberattacchi alle infrastrutture critiche e le strategie di disinformazione, sabotaggio e guerra.
“Stiamo vivendo una situazione globale che preoccupa molte persone”, ha affermato Tiesler, “con la nostra nuova guida vogliamo offrire sostegno e orientamento a chi è preoccupato o ha bisogno di informazioni”.
Una possibile guerra è sulla bocca di tutti, anche a causa del dibattito sul servizio militare obbligatorio e sull’uso dei droni. Il capo del Servizio federale di intelligence (Bnd), Martin Jäger, è andato oltre.
“Siamo già sulla linea di tiro” ha avvertito Jäger, “non dobbiamo stare con le mani in mano”. Fino a poco tempo fa il presidente del Bnd era l’ambasciatore tedesco in Ucraina.
Una verifica pratica della nuova guida sulla crisi del Bbk
Euronews ha letto la guida di 36 pagine trovando informazioni sulle scorte da fare per tre o più giorni fino a dieci, nel caso di una famiglia di più persone costretta improvvisamente in uno spazio ridotto.
Quanto sono praticabili i consigli del Bbk quanto alla gestione di spazi, dei costi e della durata di un’eventuale emergenza bellica?
“Ogni famiglia dovrebbe essere preparata ad essere autosufficiente per tre-dieci giorni”, spiega il presidente Tiesler, notando che le indicazioni dipendono dal numero dei componenti di un gruppo familiare.
“È importante per me dire che non ci sono regole fisse per la preparazione alle emergenze, ognuno deve decidere individualmente”, ha specificato.
Un sondaggio condotto dall’autorità ha mostrato che il 53 per cento degli intervistati in Germania non ha preso alcuna disposizione specifica.
Tuttavia “ogni piccolo passo verso la preparazione è meglio di nessun passo”, aggiunge Tiesler secondo cui “tanti piccoli passi significano che non siete impotenti di fronte a una crisi, ma potete agire”.
Sulla base della guida i cittadini possono verificare le proprie scorte e calcolare le quantità effettivamente necessarie.
Se una famiglia con genitori e due figli vuole prepararsi in modo ottimale, cioè orientarsi sulle scorte per 10 giorni, diventa chiaro che si tratta non solo di una questione di costi ma anche di spazio.
L’acqua da sola occuperebbe lo spazio di otto casse, più 20 barattoli grandi di verdura (800 grammi ciascuno), 12 di frutta e 7-9 confezioni di latte. Viene calcolato lo spazio anche per una bottiglia di un litro di olio, per uova e salsicce.
Il conto, a seconda del luogo di acquisto, si aggira sui 200-300 euro.
La soluzione per Bbk è un “magazzino vivente” per cui, invece di conservare gli alimenti in scatola, questi dovrebbero essere integrati nel normale consumo mettendo i prodotti appena acquistati in fondo allo scaffale e quelli più vecchi da consumare prima a portata di mano.
“La prossima volta che andate a fare la spesa, mettete nel carrello uno o due prodotti in più, per esempio pasta o cibo in scatola. Fatelo più volte. Avrete già una scorta per diversi giorni”, raccomanda Tiesler.
Inoltre, non guasta dare un’occhiata all’armadietto dei medicinali per assicurarsi di avere a disposizione i farmaci importanti per diversi giorni.
La guida consiglia anche di utilizzare un’app di allerta per ottenere informazioni di emergenza in tempo reale. Tuttavia, l’Ufficio federale sottolinea anche che la corrente potrebbe mancare, nel qual caso le informazioni devono essere ottenute con altri mezzi.
Per questo motivo, sono utili anche una torcia a manovella o a energia solare, una radio a batteria e un fornello da campeggio o ad alcol.
Difficile che possa avere inizio la seconda fase del piano Trump dal momento che Hamas di fatto rifiuta di consegnare i corpi dei diciannove israeliani ancora nelle loro mani e dichiara, tramite alti funzionari, che non ha alcuna intenzione di disarmarsi e “togliere il disturbo” ma di voler affermare la propria autorità su Gaza, nonostante il salvacondotto concordato che li allontanerebbe come persone libere.
Si profila una “impasse” che crea molti problemi innanzitutto ad Israele, ma che sta facendo innervosire Trump ogni giorno sempre di più.
Le esecuzioni dei guerriglieri di Hamas, che hanno ripreso il controllo di una parte del territorio nei confronti dei presunti collaboratori di Israele e dissidenti, sono un segnale molto chiaro sulle vere intenzioni di Hamas.
Va sottolineato l’iniziale “silenzio assordante” di quasi tutte le piattaforme mediatiche italiane per quelle efferate uccisioni di piazza da parte dei terroristi di Hamas davanti a una folla esultante che riprendeva le feroci esecuzioni con i cellulari.
La tregua potrà facilmente cadere sulla restituzione degli ostaggi morti: Israele, tramite il suo ministro della difesa Katz, ha annunciato che l’IDF sta preparando un piano di ripresa dei combattimenti se non vengono restituiti al più presto i corpi degli ostaggi uccisi; i tempi concordati per la loro restituzione sono già passati e il presidente Trump è stato molto chiaro in proposito, affermando che Israele potrà riprendere i combattimenti nel caso Hamas continui a prendere tempo.
Israele, da un punto di vista diplomatico, ha finalmente raccolto una importante vittoria: le manifestazioni continue pro-Hamas unite alle varie flottiglie, hanno dimostrato la loro irrilevanza politica; la stessa irrilevanza, ai fini della pace, che hanno dimostrato le cancellerie europee quando hanno incredibilmente “dato sponda” a Hamas riconoscendo lo Stato di Palestina.
Solo la Germania e l’Italia hanno dimostrato una lungimiranza politica che verrà premiata dall’amministrazione americana al momento della ricostruzione di Gaza: questi due paesi probabilmente avranno un ruolo centrale.
Qui in Israele tutti si chiedono, forse ingenuamente, come è stata possibile questa “gara” al riconoscimento della Palestina che ha dimostrato solo la cecità politica e forse anche un pregiudizio anti israeliano mascherato da una volontà di pacificazione.
Sul fronte politico interno c’è da registrare, secondo l’ultimo sondaggio del quotidiano israeliano Maariv il rafforzamento della coalizione del governo Netanyahu di 4 seggi dovuto al ritorno degli ostaggi da Gaza.
Secondo questo sondaggio la coalizione di governo salirebbe a 52 seggi contro i 58 dell’opposizione (servono almeno 61 seggi per avere la maggioranza).
Il partito di Lapid, forse perché ha assicurato i suoi voti al governo nel caso ce ne fosse bisogno, ha perso 3 seggi rispetto la settimana scorsa.
Sorprendentemente i due partiti di estrema destra guidati da Ben Gvir e Smotrich sono in ascesa nonostante la loro opposizione al piano di pace.
In particolare Smotrich supererebbe la soglia di sbarramento se si votasse oggi, contrariamente ai sondaggi precedenti.
È una situazione in divenire che riserverà sorprese fino a un minuto prima delle elezioni del prossimo anno.
Gli smartwatch e le smart band sono diventati compagni inseparabili per molti di noi, offrendo un mix di funzionalità che spaziano dal fitness al benessere, passando per la comunicazione e l’intrattenimento.
Ma cosa si cela alla base del successo di questi dispositivi? Come fanno a monitorare i nostri passi, il battito cardiaco o la qualità del sonno?
La risposta risiede in una serie di sensori sofisticati, ognuno con un ruolo specifico nel rendere questi dispositivi così intelligenti e versatili. Scopriamo assieme i principali sensori presenti in smartwatch e smart band, svelando il loro funzionamento specifico e l’impatto che hanno sulla nostra vita quotidiana.
Accelerometro
L’accelerometro è senza dubbio il sensore più fondamentale e onnipresente in qualsiasi dispositivo indossabile. Il suo compito è misurare l’accelerazione lineare su tre assi (X, Y e Z), permettendogli di rilevare ogni tipo di movimento, variazione di orientamento e vibrazione.
Grazie a questa capacità, l’accelerometro è il motore primario del tracciamento delle attività: è lui che, registrando i pattern ritmici dei movimenti del braccio, conta i passi compiuti durante la giornata. Ma la sua funzione va ben oltre.
Analizzando l’intensità e la frequenza dei dati raccolti, il software del dispositivo può identificare con buona approssimazione diverse tipologie di attività, distinguendo una camminata da una corsa o da una nuotata.
Inoltre, è cruciale per il monitoraggio del sonno, dove rileva i micro-movimenti notturni per determinare le diverse fasi (leggero, profondo, REM). Nei modelli più avanzati, un’improvvisa e forte accelerazione seguita da immobilità può attivare la funzione di rilevamento cadute, inviando una richiesta di soccorso.
Giroscopio
Se l’accelerometro rileva il movimento in linea retta, il giroscopio è il suo partner specializzato nel misurare la velocità angolare, ovvero la rotazione del dispositivo nello spazio.
Lavorando quasi sempre in simbiosi con l’accelerometro, il giroscopio aggiunge un livello di precisione e contesto indispensabile. Questa “fusione di sensori” permette al dispositivo di avere una comprensione tridimensionale molto più accurata del movimento.
Ad esempio, aiuta a distinguere i movimenti effettivi del corpo da semplici vibrazioni o scossoni, migliorando drasticamente l’accuratezza del conteggio dei passi e del tracciamento degli allenamenti.
Il giroscopio diventa essenziale per monitorare attività sportive specifiche che implicano rotazioni complesse del polso e del corpo, come una partita a tennis, una sessione di golf o persino lo yoga. Inoltre, abilita funzionalità di interazione avanzate, come la riattivazione del display quando si ruota il polso per guardare l’ora.
Lettore di battito cardiaco e pulsossimetro (PPG e SpO2)
Il sensore ottico posizionato sul retro della cassa è uno degli elementi chiave per il monitoraggio della salute. Utilizza una tecnologia nota come fotopletismografia (PPG) per misurare la frequenza cardiaca.
Emettendo una luce LED verde ad alta intensità sulla pelle, il sensore illumina i capillari sottostanti. Poiché il sangue è rosso, assorbe la luce verde e riflette quella rossa.
Ad ogni battito, il flusso sanguigno nei vasi del polso aumenta, causando un maggiore assorbimento di luce verde. Analizzando le minime variazioni della luce riflessa catturata da appositi fotodiodi, l’algoritmo può calcolare con precisione il numero di battiti al minuto (BPM).
Questo permette non solo di monitorare l’intensità dell’allenamento e la frequenza a riposo, ma anche di stimare il consumo calorico e analizzare la variabilità della frequenza cardiaca (HRV) per la misurazione dello stress.
Spesso, questo stesso modulo hardware integra la capacità di funzionare come pulsossimetro, per la stima della saturazione di ossigeno nel sangue (SpO2). Per questa misurazione, il sensore utilizza luci a diversa lunghezza d’onda, tipicamente rossa e infrarossa.
Queste luci vengono proiettate attraverso la pelle e il sensore misura la quantità di luce riflessa.
Il principio si basa sul fatto che l’emoglobina ossigenata e quella non ossigenata assorbono queste luci in modo diverso. Analizzando il rapporto tra la luce rossa e quella infrarossa assorbita, il dispositivo può calcolare la percentuale di ossigeno nel sangue. Questo dato è prezioso per monitorare la salute respiratoria, identificare potenziali disturbi come le apnee notturne e valutare l’acclimatamento all’alta quota.
Elettrocardiogramma (ECG)
Un numero crescente di smartwatch integra un sensore per la lettura dell’ECG, in grado di registrare l’attività elettrica del cuore direttamente dal polso. Questa funzionalità, un tempo riservata agli ambulatori medici, è ora accessibile a chiunque possieda un dispositivo compatibile.
Il sensore ECG utilizza elettrodi posizionati sulla cassa dell’orologio e sul retro, a contatto con la pelle, per rilevare i segnali elettrici generati dal cuore. Questi segnali vengono poi analizzati per identificare eventuali anomalie del ritmo cardiaco, come la fibrillazione atriale, una condizione potenzialmente pericolosa che aumenta il rischio di ictus.
Sebbene non sostituisca un ECG medico completo, il sensore ECG degli smartwatch offre un prezioso strumento di screening e monitoraggio per la salute cardiovascolare, consentendo di individuare tempestivamente eventuali problemi e consultare un medico se necessario.
Sensore di temperatura
La misurazione della temperatura corporea è un parametro fondamentale per valutare lo stato di salute generale. Alcuni smartwatch di ultima generazione integrano un sensore di temperatura, in grado di rilevare la temperatura della pelle al polso.
Questa informazione può essere utile per monitorare l’andamento della temperatura corporea durante la giornata, individuare eventuali picchi febbrili e tenere traccia dei cicli mestruali.
Sebbene la temperatura della pelle non sia identica alla temperatura interna del corpo, il sensore di temperatura degli smartwatch offre una stima affidabile e continua, consentendo di identificare tempestivamente eventuali variazioni significative e intervenire prontamente se necessario.
Altri sensori
Oltre ai sensori principali dedicati al monitoraggio biometrico, la vera intelligenza di smartwatch e smart band emerge da una serie di componenti aggiuntivi che conferiscono al dispositivo una profonda consapevolezza del contesto e dell’ambiente circostante.
Questi sensori, spesso operando in silenzio in background, sono fondamentali per arricchire l’esperienza utente, migliorare la precisione dei dati e abilitare funzionalità che rendono il dispositivo un compagno veramente proattivo e intelligente. Lavorano in sinergia per rispondere non solo a “cosa stai facendo”, ma anche a “dove sei” e “come ti senti”.
Il barometro è un sensore cruciale per chiunque pratichi attività all’aperto come escursionismo, trail running o sci. Il suo compito è misurare con precisione la pressione atmosferica. Poiché la pressione dell’aria diminuisce in modo prevedibile con l’aumentare dell’altitudine, questo sensore permette al dispositivo di funzionare come un altimetro molto più accurato rispetto al solo GPS, che può avere difficoltà con le variazioni verticali.
È grazie al barometro che lo smartwatch può calcolare con precisione dati come il dislivello positivo accumulato durante un’escursione o, più semplicemente, il numero di piani di scale saliti durante la giornata. Inoltre, un’improvvisa e rapida diminuzione della pressione barometrica è spesso un precursore di un peggioramento delle condizioni meteorologiche.
I modelli più avanzati utilizzano questa informazione per inviare “allarmi tempesta”, una funzione potenzialmente vitale per chi si trova in montagna o in mare aperto.
A fargli da spalla nell’orientamento troviamo il magnetometro, che agisce come una bussola digitale. Misurando il campo magnetico terrestre, indica la direzione del Nord magnetico, una funzione indispensabile per la navigazione. La sua vera potenza, tuttavia, si scatena quando lavora in “fusione” con l’accelerometro e il giroscopio. Mentre il GPS sa dove ti trovi sulla mappa, è la combinazione di questi tre sensori che permette al dispositivo di sapere esattamente in quale direzione sei rivolto, anche da fermo.
Questo si traduce in un’esperienza di navigazione fluida e intuitiva, con la mappa sul display che ruota in tempo reale per rispecchiare il tuo orientamento, rendendo impossibile perdere la strada.
Il sensore di luce ambientale è un eroe non celebrato dell’usabilità quotidiana e dell’efficienza energetica. Misurando costantemente l’intensità della luce nell’ambiente circostante, permette allo smartwatch di regolare automaticamente la luminosità del display.
Questo significa che lo schermo sarà perfettamente leggibile sotto la luce diretta del sole estivo, ma si attenuerà dolcemente in un ambiente buio come una sala cinematografica o la camera da letto, evitando di abbagliare l’utente.
Oltre a migliorare il comfort visivo, questa regolazione intelligente è uno dei principali fattori di risparmio energetico, poiché assicura che il display, il componente più energivoro, utilizzi solo la potenza strettamente necessaria, massimizzando così l’autonomia della batteria.
Infine, uno dei sensori più innovativi e affascinanti è il sensore di conduttanza cutanea (EDA), progettato per misurare la risposta del corpo allo stress.
Questo sensore funziona applicando una corrente elettrica impercettibile sulla pelle e misurandone la conduttività. Quando siamo stressati o emotivamente attivati, il nostro sistema nervoso simpatico aumenta l’attività delle ghiandole sudoripare. Anche se il sudore non è visibile, queste micro-variazioni di umidità sulla pelle ne aumentano la conduttività elettrica.
Il sensore EDA rileva questi cambiamenti, fornendo una misurazione oggettiva del livello di attivazione fisiologica. Questi dati vengono poi utilizzati dalle app di benessere per identificare i momenti di stress durante la giornata e per guidare l’utente attraverso esercizi di respirazione o sessioni di mindfulness, aiutandolo a gestire le proprie reazioni in modo proattivo.
I sensori degli smartwatch sono medicalmente accurati?
Questa è una delle domande più importanti e la risposta richiede una distinzione cruciale. La maggior parte dei sensori presenti su smartwatch e smart band non sono certificati come dispositivi medici, ma come prodotti per il benessere e il fitness.
Questo significa che i dati che forniscono, come la frequenza cardiaca, i passi o la SpO2, sono da considerarsi stime molto accurate e incredibilmente utili per monitorare le tendenze generali della propria salute e attività fisica, ma non dovrebbero essere utilizzati per autodiagnosi o per sostituire una misurazione effettuata con strumenti medici professionali.
Fattori come un cinturino troppo largo, tatuaggi sul polso, o un’eccessiva sudorazione possono influenzare la precisione delle letture ottiche.
Fanno eccezione le funzionalità come l’ECG e il rilevamento della fibrillazione atriale, che in molti Paesi (inclusa l’Unione Europea) devono ricevere specifiche certificazioni e autorizzazioni (come il marchio CE per i dispositivi medici) prima di poter essere attivate e commercializzate.
Anche in questi casi, il loro scopo è quello di fungere da strumento di screening e non di diagnosi definitiva. L’indicazione è sempre la stessa: in presenza di dati anomali o di malessere, è fondamentale consultare il proprio medico, che rimane l’unica figura in grado di effettuare una diagnosi corretta.
Qual è la differenza tra il monitoraggio del battito cardiaco (PPG) e l’ECG?
Sebbene entrambi riguardino il cuore, il sensore ottico (PPG) e il sensore ECG misurano due cose completamente diverse e con scopi differenti.
Il sensore ottico PPG, quello con i LED verdi, è progettato per un monitoraggio continuo della frequenza cardiaca. Funziona in modo “idraulico”, osservando il volume del sangue che scorre nei vasi sanguigni del polso. È perfetto per avere un quadro costante del proprio battito durante il giorno, la notte e l’attività fisica, permettendo di capire come il corpo reagisce a diversi stimoli. Tuttavia, non può analizzare il ritmo o la struttura elettrica del battito cardiaco.
L’ECG, al contrario, è un sensore elettrico che funziona su richiesta. Non misura il flusso di sangue, ma cattura i deboli segnali elettrici che il cuore genera per contrarsi. È una misurazione “istantanea” e più approfondita, simile a quella che si farebbe in uno studio medico, che permette di analizzare la forma d’onda del battito per identificare specifiche anomalie del ritmo, come la fibrillazione atriale.
In sintesi, il PPG risponde alla domanda “Quanto velocemente batte il mio cuore?”, mentre l’ECG risponde alla domanda “Come sta battendo il mio cuore in questo preciso momento?”.
Tutti questi sensori consumano molta batteria?
Sì, i sensori sono una delle principali cause di consumo energetico in un dispositivo indossabile.
Il loro impatto sulla batteria varia notevolmente in base a quali sensori sono attivi e con quale frequenza effettuano le misurazioni.
Il monitoraggio continuo della frequenza cardiaca, ad esempio, consuma più energia di una misurazione effettuata ogni dieci minuti.
L’utilizzo del GPS durante un allenamento è in assoluto una delle attività più dispendiose, in grado di ridurre drasticamente l’autonomia del dispositivo in poche ore.
Per gestire questo aspetto, i produttori implementano sofisticate strategie di risparmio energetico.
I dispositivi spesso utilizzano processori a basso consumo per gestire i dati dei sensori in background e aumentano la frequenza delle letture solo quando rilevano l’inizio di un’attività fisica.
Gli utenti, inoltre, hanno quasi sempre la possibilità di personalizzare le impostazioni, scegliendo ad esempio di disattivare il monitoraggio continuo della SpO2 durante la notte o la funzione “Always-On Display” per massimizzare la durata della batteria in base alle proprie esigenze.
Anche con una dieta sana la glicemia può restare alta: ecco i motivi principali
La glicemia può aumentare anche seguendo un’alimentazione equilibrata. Ormoni, stress, sonno e stile di vita incidono quanto e talvolta più del cibo.
La glicemia è la quantità di glucosio nel sangue, indispensabile per fornire energia a organi e tessuti. In condizioni normali i valori a digiuno oscillano tra 70 e 99 mg/dL, mentre livelli più alti e costanti possono indicare prediabete o diabete.
L’equilibrio glicemico è mantenuto da insulina e glucagone, due ormoni prodotti dal pancreas. Se questo sistema di regolazione si altera, anche una dieta corretta non basta a stabilizzare i valori.
I motivi per cui la glicemia può restare alta nonostante la dieta
Non è raro che chi limita dolci e farine raffinate continui a riscontrare valori elevati. Le cause possono essere molteplici:
Resistenza insulinica: le cellule diventano meno sensibili all’insulina, costringendo l’organismo a produrne di più. È una condizione silente, spesso legata a genetica, infiammazione cronica o sedentarietà.
Ridotta funzione pancreatica: in alcune persone, il pancreas produce meno insulina per ragioni ereditarie o legate all’età.
Stress cronico: un eccesso di cortisolo, l’ormone dello stress, innalza i livelli di zucchero nel sangue.
Fattori ormonali femminili: ciclo e menopausa possono ridurre la sensibilità insulinica.
Farmaci: alcuni medicinali come corticosteroidi o beta-bloccanti possono temporaneamente aumentare la glicemia.
Stile di vita, sonno e fegato: altri elementi che influenzano i valori
Anche comportamenti quotidiani e abitudini apparentemente innocue possono incidere sull’equilibrio glicemico:
Sonno insufficiente: dormire meno di sei ore altera la regolazione ormonale dello zucchero.
Scarsa attività fisica: muoversi poco riduce la capacità dei muscoli di utilizzare il glucosio.
Fegato grasso: la steatosi epatica, anche in persone normopeso, spinge il fegato a produrre più glucosio.
Quando la glicemia resta alta nonostante uno stile di vita sano, è importante rivolgersi al medico per valutare la presenza di resistenza insulinica, problemi epatici o tiroidei, o l’effetto di terapie farmacologiche.
Un approccio completo, che includa alimentazione, attività fisica, gestione dello stress e qualità del sonno, è la via più efficace per riportare i valori entro i limiti normali.
Gli Stati Unti hanno informato i paesi che hanno partecipato all’accordo di pace a Gaza di una «imminente violazione del cessate il fuoco da parte di Hamascontro la popolazione» della Striscia.
L’avvertimento arriva dal Dipartimento di Stato, secondo cui il «pianificato attacco contro i civili palestinesi costituirebbe una diretta e grave violazione del cessate il fuoco e metterebbe a rischio i significativi progressi raggiunto con la mediazione».
Se Hamas agirà in tal senso «saranno prese misure per proteggere la popolazione di Gaza e preservare l’integrità del cessate il fuoco».
Non sempre le sostanze all’interno del nostro corpo sono presenti nella quantità giusta. Scopriamo insieme 5 strategie per ridurre l’acido urico senza ricorrere ai farmaci.
Quando parliamo di acido urico facciamo riferimento ad una sostanza di scarto che deriva dalla scomposizione delle purine, elementi che introduciamo con l’idratazione e con l’alimentazione e che con il tempo possono accumularsi all’interno del flusso sanguigno.
L’acido urico può essere dannoso perché a lungo andare potrebbe danneggiare la funzionalità renale e comportare l’insorgenza di malattie che potrebbero incidere negativamente sul metabolismo.
Questa sostanza si trova in determinati alimenti, come ad esempio crostacei, bevande zuccherate e carne rossa, motivo per cui non bisogna esagerare con questi ingredienti, ma bisogna cercare di integrarli al meglio con la propria alimentazione quotidiana.
Chi tende a mangiare questi alimenti con troppa foga potrebbe quindi accumulare una certa dose di purine, le quali, con il passare del tempo, potrebbero fare il loro corso comportando la comparsa di malattie, come ad esempio la gotta.
Gli approcci efficaci per contenere i livelli di acido urico
Per fortuna, questo parametro può essere tenuto sotto controllo molto facilmente, in quanto molto dipende dalle nostre scelte e dai cambiamenti che siamo propensi ad adottare.
In primo luogo, dobbiamo ridurre gli alimenti citati sopra e preferire invece i latticini, la frutta, la verdura e i cereali integrali che grazie alle loro caratteristiche agiscono in funzione contrapposta alle purine.
Ovviamente, bisogna concentrarsi sull’idratazione e proprio come dicono gli esperti, bisognerebbe cercare di bere almeno 2 litri d’acqua al giorno proprio per contrastare la formazione dell’acido urico.
Una buona strategia è anche quella che consiste nella perdita del peso in eccesso, soprattutto per gli individui in sovrappeso o in evidente stato di obesità. Per questa ragione si consiglia di affidarsi ad un nutrizionista esperto in maniera da perdere peso e limitare i rischi legati a questa cattiva abitudine.
È stato poi dimostrato che chi conduce uno stile di vita sano e attivo praticando dello sport, anche leggero, come ad esempio semplici camminate di mezz’ora al giorno, può avere degli effetti estremamente positivi sul metabolismo, andando a contrastare la formazione dell’acido urico.
Da non dimenticare, infine, la limitazionedell’alcol in quanto anche questo può aumentare la sostanza in questione ed esporci particolarmente a tutti i problemi del caso.
Nel linguaggio comune, il colesterolo è spesso associato a problemi cardiovascolari, ma questa visione è solo parziale.
Si tratta infatti di una molecola indispensabile per il corretto funzionamento dell’organismo, coinvolta in numerose funzioni vitali: Rigenerazione e riparazione cellulare Trasporto di sostanze tra cellule e organi, in sinergia con specifiche proteine Produzione di ormoni e bile Sviluppo fetale durante la gravidanza Il vero rischio per la salute non è il colesterolo in sé, ma l’eccesso di colesterolo nel sangue, che può depositarsi nei tessuti e aumentare il pericolo di infarti, ictus e altre patologie cardiovascolari.
Colesterolo buono e colesterolo cattivo: le differenze
Nel nostro corpo circolano due principali tipologie di colesterolo:
HDL (colesterolo “buono”): rimuove il colesterolo in eccesso dai tessuti e lo trasporta al fegato per essere eliminato. Protegge le arterie e contribuisce alla salute cardiovascolare.
LDL (colesterolo “cattivo”): distribuisce il colesterolo dal fegato ai tessuti. Quando presente in quantità eccessive, favorisce la formazione di placche nei vasi sanguigni. Per mantenere un equilibrio sano, è fondamentale abbassare i livelli di LDL e sostenere quelli di HDL attraverso uno stile di vita corretto.
I principali fattori di rischio da monitorare
Alcune condizioni possono predisporre all’ipercolesterolemia, ovvero all’aumento dei livelli di colesterolo nel sangue: Età avanzata (oltre i 45 anni negli uomini, 55 nelle donne) Ipertensione arteriosa Storia familiare di malattie cardiovascolari Fumo di sigaretta Bassi livelli congeniti di HDL Diabete e patologie metaboliche
Anche in assenza di sintomi, è consigliato effettuare regolarmente esami del sangue per controllare i propri valori.
Cinque rimedi naturali per ridurre il colesterolo
Contrastare il colesterolo alto è possibile grazie ad alcune abitudini salutari da adottare quotidianamente:
Attività fisica costante Camminare, correre o andare in bicicletta aiuta ad aumentare il colesterolo buono e a mantenere il cuore in salute.
Riduzione dei grassi saturi Evita latticini interi, carne rossa e prodotti industriali. Preferisci alimenti freschi e poco lavorati. Alimentazione ricca di Omega 3 e vitamina C Pesce azzurro, semi di lino, agrumi e verdure aiutano a tenere sotto controllo il colesterolo LDL.
Stop al fumo Smettere di fumare migliora la circolazione e alza i livelli di colesterolo HDL, riducendo i rischi vascolari.
Assunzione di antiossidanti naturali Tè verde, aglio, curcuma e soia contribuiscono a migliorare la salute dei vasi sanguigni e a contrastare l’infiammazione.
Conoscere per prevenire: la vera strategia vincente
Il colesterolo non va temuto, ma compreso e gestito con consapevolezza. Una corretta prevenzione passa attraverso:
Scelte alimentari sane
Attività fisica regolare
Controlli medici periodici
Adottare queste buone pratiche consente di vivere meglio e più a lungo, mantenendo cuore e arterie in perfetta forma.
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha affermato che “se la Cina dovesse agire contro Taiwan, è altamente probabile che costringerebbe il suo partner minore, la Russia di Vladimir Putin, ad agire contro la Nato per tenerci occupati” durante la 71esima sessione annuale dell’Assemblea parlamentare dell’Alleanza Atlantica tenutasi a Lubiana il 13 ottobre.
Rutte ha anche sottolineato che la Cina sta ottenendo molto in cambio del suo supporto alla Russia, come ad esempio petrolio e gas a basso costo, quindi significa anche che l’Indo-Pacifico e l’Euro-Atlantico non sono teatri separati, ma “sono completamente uniti” pertanto “per tutti questi motivi, dobbiamo assicurarci di collaborare con loro (i partner indo-pacifici) con la stessa determinazione”.
La possibilità che Pechino spinga Mosca a colpire la Nato in qualche modo in caso di scoppio di un conflitto per Taiwan è plausibile: la Repubblica Popolare Cinese (Rpc) sa che gli Stati Uniti stanno dirottando risorse militari nel settore dell’Indo-Pacifico proprio per scongiurare qualsiasi azione armate cinese nei confronti di Taiwan (o del Mar Cinese Meridionale) anche sottraendole al fronte europeo, dove comunque gli Usa mantengono una presenza di circa 100mila uomini.
Pertanto l’avvio di un qualche tipo di contrasto diretto alla Nato da parte russa, in concomitanza con l’inizio di un conflitto per Taiwan, servirebbe a tenere inchiodate quelle risorse militari in Europa, e probabilmente a trasferirne di altre dagli Stati Uniti per difendere gli alleati della Nato.
Probabilmente. Non è infatti detto che l’attuale presidenza statunitense decida di intervenire direttamente e in modo massiccio in caso di qualche tipo di attacco russo all’Alleanza, data la nuova politica dimostrata negli ultimi mesi.
Restando nel campo delle possibilità è bene precisare che la plausibilità di un simile evento, non significa automaticamente la sua fattibilità: la Russia, sebbene non sia così forte come sembrerebbe la campagna ucraina sta assorbendo tempo e risorse preziose rimane comunque una minaccia da non sottovalutare per le capacità di azioni aggressive diverse dalle operazioni militari convenzionali.
Non si deve infatti pensare che un possibile attacco russo alla Nato possa avvenire in modo classico, come per l’invasione dell’Ucraina: la Russia potrebbe facilmente riproporre uno scenario tipo “Crimea 2014” utilizzando la panoplia di tecniche di sovversione ben rodate che le sono proprie sin dai tempi dell’Unione Sovietica.
Un attacco nella “zona grigia dei conflitti” ovvero compiuto sotto la soglia del conflitto aperto, effettuato con agenti infiltrati e milizie paramilitari composte da personale non riconducibile direttamente a Mosca, nei Paesi Baltici, come ad esempio in Estonia, non è affatto da escludere a priori considerando la propaganda russa che da qualche tempo riferisce della necessità di tutelare le minoranze russofone in quella regione, esattamente come avvenuto prima delle guerra in Ucraina.
Anche per questo i Baltici stanno sostanzialmente militarizzando i loro confini con la Russia.
“Tenere occupata” la Nato, quindi, non significa esclusivamente optare per un’azione militare diretta, ma impegnare l’Alleanza nella continua e progressiva spese di risorse per far fronte a una minaccia che potrebbe facilmente concretizzarsi.
L’ondata di droni che sta colpendo l’Europa centrale (Germania, Belgio, Olanda e Danimarca), sebbene di difficile attribuzione per quanto riguarda il mandante, rientra perfettamente in quest’ottica: provocare una reazione nell’Alleanza che tenga impegnate risorse militari, politiche, economiche e perfino sociali che potrebbero essere dirette altrove, come al contrasto diretto della politica russa, non solo in Ucraina, oltre a cercare di minare la tenuta democratica di un Paese attraverso la diffusione di sentimenti di insicurezza o, per contrario, di pacifismo estremo.
Si tratta del concetto di “guerra in profondità” postulato dai russi quando si chiamavano sovietici, e del concetto di “guerra permanente” che gli si associa.
La Russia concepisce diversi livelli di conflitto prima dello scontro armato diretto, e noi in Europa da anni, da prima dell’invasione dell’Ucraina, siamo in conflitto con loro, o per meglio dire siamo il bersaglio del loro conflitto.
La Cina avrebbe poi delle leve non indifferenti per spingere la Russia in maggiori azioni ostili contro la Nato: oltre a una dipendenza energetica che è duplice (gli idrocarburi hanno un valore politico anche per chi li vende, non solo per chi li acquista, soprattutto se i possibili acquirenti sono pochi), c’è il sostegno per ora indiretto ma un domani chissà alla Russia nel conflitto, fatto di componenti ad alta tecnologia come microchip, semiconduttori, materiali compositi, oppure di droni di piccole dimensioni che finiscono per diventare, una volta modificati, strumenti bellici, nonché batterie al litio e fibra ottica, componenti essenziali proprio per la “guerra dei droni”.
Le misure restrittive della Cina sulle terre rare, sulla loro produzione e sul loro export hanno suscitato la reazione di Washington, con il segretario al Tesoro Scott Bessent che ribatte: “Daremo una risposta coordinata ai burocrati di Pechino. Non ci sono dubbi: è la Cina contro il resto del mondo”.
Bessent indica che sul nodo terre rare avrà colloqui con gli “europei, l’Australia, il Canada, l’India e altre democrazie asiatiche” a margine dei lavori del Fondo monetario internazionale e annuncia, durante un evento di Cnbc: “Avremo una risposta completa e di gruppo, perché i burocrati in Cina non sono in grado di gestire la catena di fornitura o il processo di produzione per il resto del mondo”.
Intanto Donald Trump dedica una Giornata della memoria al ricordo di Charlie Kirk e di lui dice: “E’ un martire della libertà”.
Un sistema di difesa globale molto simile al Golden Dome proposto dal presidente statunitense Donald Trump.
La Cina di Xi-Yinping ha implementato il prototipo di un dispositivo ultra moderno che potrebbe cambiare gli equilibri militari internazionali.
Certo, il fantomatico jolly del Dragone è ancora nelle sue fasi iniziali di sviluppo ma le caratteristiche descritte dai media cinesi risultano alquanto interessanti.
La “piattaforma big data per il rilevamento e l’allerta precoce distribuita” in questione, infatti, sfrutterebbe un’avanzata tecnologia di elaborazione dei dati per la gestione delle minacce a livello mondiale. Una volta completata dovrebbe essere in grado di monitorare simultaneamente mille missili lanciati contro la Cina da qualsiasi parte del pianeta. Ecco che cosa sappiamo.
Lo scudo cinese
Come ha spiegato il South China Morning Post, sfruttando diversi sensori nello spazio, nell’oceano, nell’aria e sulla terraferma, il jolly cinese sarebbe in grado di identificare e analizzare le potenziali minacce, acquisendo informazioni critiche in tempo reale, come traiettorie di volo, tipi di armi e la tipologia di testate usate dai nemici, per poi guidare i sistemi di intercettazione.
Gli esperti cinesi ritengono che il dispositivo riesca ad integrare dati provenienti da diversi tipi di piattaforme militari, sviluppate da vari fornitori, dispiegate in diverse aree e in diversi periodi di tempo, e trasmettere e analizzare enormi volumi di dati ad alta velocità attraverso reti militari altamente sicure ma con larghezza di banda limitata, anche quando soggette a interferenze o interruzioni.
Altro aspetto rilevante: si tratterebbe, una volta operativo, del primo sistema di difesa missilistica noto ad avere una copertura planetaria.
Richiama a grandi linee il progetto accennato da Trump, la Golden Dome che dovrebbe blindare la sicurezza Usa, ma per la quale al momento ancora non esistono piani dettagliati. Né il Pentagono né i fornitori della Difesa statunitensi hanno proposto una soluzione fattibile per la gestione dei flussi di dati, né hanno raggiunto un consenso su come implementare il sistema.
Alcuni esperti di tecnologia della difesa affermano che il Golden Dome potrebbe essere un altro esempio in cui “gli Stati Uniti hanno un’idea, ma la Cina la realizza”.
Come funzionerà il futuro Golden Dome del Dragone
Il progetto del Golden Dome cinese è guidato dall’ingegnere senior Li Xudong presso il Nanjing Research Institute of Electronics Technology, il più grande polo di ricerca e sviluppo cinese per l’ingegneria dei sistemi elettronici di difesa.
Il prototipo di “piattaforma big data per il rilevamento e l’allerta precoce distribuita” è stato sviluppato, testato e distribuito dall’Esercito Popolare di Liberazione (PLA).
I ricercatori hanno affermato che il sistema è stato progettato per superare le annose sfide legate all’integrazione di fonti di dati frammentate ed eterogenee provenienti da sistemi di ricognizione radar, satellitari, ottici ed elettronici provenienti da spazio, aria, mare e terra.
“Il prototipo del sistema può realizzare una pianificazione parallela distribuita di un massimo di 1.000 attività di elaborazione dati su più nodi”, ha scritto il team di Li in un articolo pubblicato sulla rivista cinese Modern Radar il 2 settembre.
“Raccogliendo e integrando uniformemente i prodotti di dati provenienti dai nodi di livello superiore dei sistemi di allerta precoce e rilevamento esistenti, come dati completi di tracciamento del bersaglio, immagini di rilevamento del bersaglio, avvisi di lancio, avvisi di minacce in arrivo e risultati di identificazione del bersaglio, si è realizzata un’aggregazione unificata, una governance e un’applicazione condivisa dei dati a livello di consapevolezza situazionale di allerta precoce globale”, si legge nel documento.
Attualmente, il prototipo del sistema è stato testato su più nodi del sistema di allerta precoce e rilevamento, ottenendo una raccolta, elaborazione, integrazione e analisi unificate di dati di allerta precoce e rilevamento frammentati, isolati e multiformato.
La piattaforma cinese opera su un’architettura “fisicamente distribuita e logicamente unificata” e integra i dati provenienti da più domini senza richiedere la revisione dei sistemi legacy.
Arriva il freddo e le prime piogge autunnali che hanno rinfrescato e abbassato le temperature da nord a sud dell’Italia.
In molti si sono domandati quando avverrà l’accensione dei riscaldamenti nelle proprie case o nei propri condomini. L’accensione ha un proprio calendario.
Dopo l’emergenza del 2022 (la riduzione dei giorni e delle ore dell’accensione dei riscaldamenti), è tornata in vigore la vecchia normativa del DPR 74/2013. Ma a chi spetta la decisione di accensione dei termosifoni?
Decisione che spetta ai Comuni e le zone
L’accensione è decisa da ogni singolo Comune italiano, che deve stabilire una data precisa.
Possono essere date delle deroghe con dei presupposti particolari per giustificare un ipotetico cambiamento.
Ci sono casi che le temperature possono mantenersi più tiepide a lungo e il sindaco può decidere di posticipare la data di accensione.
I Comuni possono anche modificare la temperatura massima consentita. Ci sono diverse zone in cui si potranno accendere i termosifoni. Ecco quali sono:
Zona A: comprende le isole di Lampedusa e Linosa e il comune di Porto Empedocle, prevede l’accensione dei termosifoni dal 1° dicembre al 15 marzo per 6 ore al giorno.
Zona B: sono incluse 6 province siciliane Agrigento, Catania, Messina, Palermo, Siracusa e Trapani e 2 calabresi come Reggio Calabria e Crotone, prevista la data di accensione dal 1° dicembre, per un massimo di 8 ore giornaliere, con spegnimento fissato al 31 marzo
Zona C: sono compresi i territori di Bari, Benevento, Brindisi, Cagliari, Caserta, Catanzaro, Cosenza, Imperia, Latina, Lecce, Napoli, Oristano, Ragusa, Salerno, Sassari e Taranto, con i termosifoni potranno essere accesi dal 15 novembre fino al 31 marzo per un massimo di 10 ore giornaliere
Zona D: comprende le province di Ascoli Piceno, Avellino, Caltanissetta, Chieti, Firenze, Foggia, Forlì, Genova, Grosseto, Isernia, La Spezia, Livorno, Lucca, Macerata, Massa Carrara, Matera, Nuoro, Pesaro, Pescara, Pisa, Pistoia, Prato, Savona, Siena, Teramo, Terni, Vibo Valentia, Viterbo. Qui i termosifoni potranno essere accesi a partire dal 1° novembre, per 12 ore al giorno, con spegnimento stabilito al 15 aprile
Zona E: riguarda le province di Alessandria, Aosta, Arezzo, Asti, Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia, Campobasso, Como, Cremona, Enna, Ferrara, Frosinone, Gorizia, L’Aquila, Lecco, Lodi, Milano, Modena, Novara, Padova, Parma, Pavia, Perugia, Piacenza, Pordenone, Potenza, Ravenna, Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Rovigo, Sondrio, Torino, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza. Qui è possibile accendere i riscaldamenti dal 15 ottobre, per 14 ore al giorno, fino al 15 aprile.
Zona F: comprende alcuni comuni della Provincia di Bologna: Lizzano in Belvedere, Porretta Terme e Granaglione, Castel d’Aiano, Loiano, Monghidoro. Provincia di Modena: Frassinoro; Pievepelago; Fiumalbo; Riolunato; Montefiorino, Palagano, Lama Mocogno, Montecreto, Sestola e Fanano. Provincia di Reggio Emilia: Reggio Emilia: Ramiseto; Collagna; Busana; Ligonchio; Villa Minozzo, Toano; Castelnovo ne’ Monti e Vetto. Provincia di Parma: Corniglio; Monchio; Palanzano; Albareto; Borgotaro; Compiano; Bedonia e Tornolo. Provincia di Piacenza: Zerba, Cerignale, Ottone e Ferriere. Provincia di Forlì-Cesena: il comune di Verghereto.
Limitazioni ed eccezioni
la temperatura massima consentita la legge italiana stabilisce un limite di 20°C (con una tolleranza di 2 gradi in più o in meno).
Superare questa soglia potrebbe comportare sanzioni. I riscaldamenti possono essere accesi solo dopo le 5 del mattino e devono essere spenti entro le 23.00. Ma ci sono delle eccezioni per:
Si accende il fuoco, si scalda la padella, si versa l’olio… e BANG!
Il grasso caldo inizia a schizzare ovunque. Una scena che tutti conosciamo: piccole bruciature sulle mani, il piano cottura imbrattato, e quello strofinaccio usato come scudo di fortuna. Ma se vi dicessimo che c’è un modo semplice e sicuro per friggere senza schizzi e senza trasformare la cucina in un campo di battaglia?
Spoiler: non servono coperchi, trucchetti improbabili o utensili strani. Solo un po’ di tecnica e ingredienti ben asciutti.
Perché l’olio schizza?
Il vero nemico della frittura perfetta ha un nome: acqua.
Quando un ingrediente umido tocca l’olio bollente, l’acqua si trasforma subito in vapore, espandendosi e facendo schizzare l’olio ovunque. È pura fisica… e può essere molto pericolosa.
In breve: olio + acqua = schizzi e bruciature.
Come friggere senza schizzi
Ecco i passaggi per una frittura sicura e senza schizzi:
1. Asciugare bene gli ingredienti
Questo è il passo più importante.
Tamponare carni con carta da cucina prima di friggerle.
Asciugare verdure accuratamente prima di immergerle nell’olio.
Asciugare bene anche le patate, soprattutto se sono molto umide.
Più gli ingredienti sono asciutti, meno schizzeranno durante la cottura.
2. Scegliere la padella giusta
Preferire casseruole o padelle alte che contengono meglio l’olio.
Evitare le padelle basse che favoriscono la fuoriuscita di schizzi.
Se possibile, usare una rete antispruzzo per maggiore sicurezza.
3. Non surriscaldare
Se l’olio fuma, significa che è troppo caldo e l’acqua si trasforma subito in vapore esplosivo.
Idealmente:
Scaldare l’olio a fuoco medio-alto, mai al massimo.
Testarlo con un piccolo pezzo di alimento
4. Inserire il cibo con delicatezza
Non gettare mai gli ingredienti dall’alto.
Usare pinze da cucina o un cucchiaio forato.
Immergere il cibo lentamente, evitando schizzi e bruciature.
5. Un pizzico di farina aiuta
Questo è un trucco della nonna che funziona:
Spolverare leggermente il cibo, soprattutto la carne, con farina o amido di mais aiuta ad assorbire l’umidità in eccesso, favorendo una crosta dorata, asciutta e irresistibilmente croccante.
Consigli extra per friggere senza sporcare (e senza scottarsi)
Proteggete i lati della pentola con un foglio di alluminio per contenere gli schizzi.
Tenete sempre a portata di mano strofinacci puliti o carta assorbente.
E soprattutto, evitate di friggere con indumenti scoperti, come una maglietta senza maniche!
Frittura Perfetta: Sicura, Pulita e Senza Rinunce
Friggere senza sporcare e senza rischiare scottature è possibile: non serve rinunciare al gusto per paura di schizzi o grassi.
La chiave sta nel controllo dell’umidità:
asciugare bene gli ingredienti,
scaldare l’olio con attenzione,
maneggiare il cibo con cura.
Così il vostro fornello resterà pulito… e le vostre braccia al sicuro!
La Russia ha lanciato il “più grande attacco” contro i siti di produzione di gas in Ucraina nella notte dall’inizio dell’invasione nel 2022, con 35 missili e 60 droni: lo ha reso noto l’operatore statale dell’energia Naftogaz.
“Una parte significativa delle nostre strutture è danneggiata. Alcuni danni sono critici”, ha affermato su Facebook l’amministratore delegato del gruppo, Sergei Koretsky, denunciando il “terrorismo deliberato” di Mosca contro siti civili.
Provocazioni sui cieli europei. Dopo la Danimarca droni non identificati sorvolano basi militari e aeroporti in Belgio e Germania.
E poi attacchi massicci in Ucraina, l’Onu che lancia l’allarme per una possibile escalation.
Non manca davvero niente per definire la situazione incandescente.
E, stando alle parole del presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe peggiorare rapidamente se davvero gli Stati Uniti decidessero di fornire a Kiev i missili a lungo raggio Tomahawk.
Allarme nei cieli europei
Ormai le provocazioni di Mosca stanno diventando una costante. Nella notte fra giovedì e venerdì, una quindicina di droni è stata avvistata sui cieli del Belgio, per la precisione sopra l’area militare di Elsenborn, che copre una superficie di 28 chilometri quadrati ed è un campo di addestramento dell’esercito con una zona di sicurezza dove si svolgono esercitazioni di tiro e vengono testati anche i droni.
Le reazioni dei leader
Le reazioni non si sono fatte attendere. Dalla Commissione Europea per la Difesa hanno dichiarato che il sorvolo in Belgio “è l’ennesima dimostrazione che l’intera Ue è a rischio”.
Problemi anche in Germania, dove l’aeroporto di Monaco, il più importante del Paese, è stato chiuso per diverse ore a causa di un allarme secondo il quale 5 o 6 velivoli senza pilota sorvolavano la zona dello scalo.
In precedenza scrive il quotidiano Bild erano stati avvistati anche mentre sorvolavano un centro di innovazione della Bundeswehr, l’esercito tedesco.
Secondo il ministro dell’Interno di Berlino, Alexander Dobrindt “la corsa tra la minaccia dei droni e la difesa dai droni sta diventando sempre più difficile”, invocando maggiori fondi per la ricerca.
Riecheggiano in modo sinistro le parole del presidente polacco Donald Tusk che nei giorni scorsi aveva parlato di una guerra già in corso, anche se “ibrida”.
Le mosse dell’Ue
L’Unione Europea continua a mantenere la pressione su Mosca. Ieri il Consiglio della Ue ha deciso di prorogare di un anno, fino al 9 ottobre 2026, le misure restrittive individuali contro i responsabili delle azioni destabilizzanti della Russia all’estero, con un particolare focus sulle attività di guerra ibrida.
Sull’elenco dei sanzionati ci sono 47 persone fisiche e 15 entità. I soggetti presenti nell’elenco sono sottoposti al congelamento dei beni, e ai cittadini e alle imprese dell’Ue è vietato mettere a loro disposizione fondi, attività finanziarie o risorse economiche.
“C’è una minaccia esterna ma non dobbiamo essere naif ha spiegato il presidente francese Emmanuel Macron. Noi percepiamo che ci sono i segni di una erosione della democrazia. Dobbiamo difenderla dalle influenze che vengono da fuori”.
Ucraina sotto attacco
Le operazioni sul campo, intanto, continuano. Nella notte fra giovedì e venerdì, la Russia ha lanciato il più grave attacco alle infrastrutture di produzione di gas più grave dall’inizio della guerra.
Oltre 30 missili, inclusi missili balistici si è riversata sulle regioni di Poltava e Kharkiv.
L’amministratore delegato di Naftogaz, la principale società energetica ucraina, ha dichiarato che il raid ha danneggiato un numero significativo di strutture.
Questo significa che per gli ucraini il prossimo inverno, il quarto dall’inizio della guerra, sarà ancora più duro.
L’Onu lancia l’allarme: il conflitto rischia un’escalation della quale farebbe le spese soprattutto la popolazione civile. Nel 2024 il numero di vittime innocenti è aumentato del 40 per cento.
Il radicchio è un alimento straordinario, spesso sottovalutato, ma ricco di proprietà benefiche per la salute. Questo ortaggio dal caratteristico colore rosso-violaceo e dal sapore leggermente amarognolo è un vero toccasana per l’organismo.
Le proprietà segrete del radicchio
Depurativo e digestivo
Il radicchio contiene sostanze amare che stimolano la produzione di bile, facilitando la digestione e aiutando il fegato a eliminare le tossine. Perfetto per chi soffre di digestione lenta o gonfiore addominale.
Ricco di antiossidanti
Grazie all’elevata presenza di antociani e polifenoli, il radicchio combatte lo stress ossidativo e rallenta l’invecchiamento cellulare, proteggendo cuore e cervello.
Amico dell’intestino
Le sue fibre favoriscono la regolarità intestinale e nutrono il microbiota, migliorando l’equilibrio della flora batterica e contrastando la stitichezza.
Effetto detox e drenante
Essendo ricco di acqua e potassio, il radicchio stimola la diuresi, contrastando la ritenzione idrica e favorendo la depurazione dell’organismo. Ideale per chi vuole sgonfiarsi in modo naturale!
Alleato della vista
Grazie alla luteina e alla zeaxantina, il radicchio protegge la salute degli occhi, prevenendo l’invecchiamento della retina e riducendo il rischio di degenerazione maculare.
Utile per il controllo del peso
Ha pochissime calorie (circa 13 kcal per 100 g) e un alto potere saziante, perfetto nelle diete dimagranti.
Come consumarlo al meglio?
Crudo in insalata con noci, arance e semi per un effetto detox.
Grigliato o al forno per esaltare il suo sapore unico.
Nei risotti o nelle zuppe per un tocco di gusto e benessere.
Centrifugato con mela e limone per una bevanda super detox!
Il radicchio è molto più di un semplice contorno: è un vero superfood da inserire nella tua dieta quotidiana! Lo usi già spesso nei tuoi piatti?
Fin dall’antichità l’aglio accompagna l’uomo sia in cucina sia nei rimedi della tradizione popolare.
Non si limita a insaporire i piatti: racchiude sostanze bioattive che esercitano effetti profondi sull’organismo.
Tra queste spicca l’allicina, che si sprigiona quando lo spicchio viene schiacciato o tritato. È questa la molecola responsabile delle principali azioni benefiche, che spaziano dall’attività antibatterica a quella antivirale e antifungina, fino alla capacità di ridurre il rischio di alcune forme tumorali.
Chi lo consuma con costanza può ottenere un sostegno naturale per cuore, sistema immunitario, apparato digerente, pelle e capelli.
Un alleato del cuore e della circolazione
L’aglio esercita un’influenza concreta sulla salute cardiovascolare. Favorisce la produzione di ossido nitrico, sostanza che dilata i vasi sanguigni e aiuta ad abbassare la pressione arteriosa.
Non meno rilevante è la sua azione sul colesterolo: riduce i livelli complessivi e in particolare la frazione LDL, meglio conosciuta come “cattiva”. A questo si aggiunge un effetto antiaggregante che ostacola la formazione di coaguli sanguigni, proteggendo dalle complicanze trombotiche.
Scudo naturale contro virus e batteri
Il profumo intenso dell’aglio tradisce la ricchezza di composti solforati. Queste molecole conferiscono non solo l’aroma caratteristico, ma anche un potere antimicrobico che agisce su diversi fronti.
L’aglio mostra efficacia nel contrastare infezioni batteriche, virali e fungine, rendendolo un sostegno prezioso nelle stagioni in cui il sistema immunitario viene messo alla prova. Portarlo regolarmente in tavola significa rafforzare le difese del corpo in modo naturale.
Proprietà nutrizionali
in 100 g di aglio si trovano: 81 g di acqua 0,91 g di proteine 0,61 g di lipidi, 8,5 g di zuccheri solubili 3,2 g di fibre 5,1 mg di vitamina C 1,2 mg di niacina 0,15 mg di tiamina 0,025 mg di riboflavina 5 µg di vitamina A, 600 mg potassio 62 mg di fosforo 15 mg di calcio 3,1 mg di sodio 1,4 mg di ferro.
Apparato digerente in equilibrio
Il bulbo bianco contribuisce a mantenere pulito e funzionale l’intestino. Ha proprietà depurative e antisettiche, sostiene la flora batterica e ostacola la presenza di parassiti.
Molti lo utilizzano per ridurre gonfiore e spasmi addominali, disturbi che spesso seguono al consumo di legumi. La sua azione digestiva lo rende utile anche a chi soffre di lentezza nello svuotamento gastrico o di irregolarità intestinali.
Potere antiossidante e ruolo nella prevenzione oncologica
Oltre alle capacità disinfettanti, l’aglio combatte i radicali liberi grazie alle sue sostanze antiossidanti.
Questo si traduce in una protezione cellulare che contrasta lo stress ossidativo, processo collegato all’invecchiamento precoce e alla comparsa di malattie degenerative.
Diversi studi hanno osservato una riduzione del rischio di tumori, in particolare a carico dello stomaco, in chi consuma abitualmente aglio fresco.
Pelle luminosa e capelli forti
L’acido fitico contenuto nell’aglio stimola la rigenerazione dei tessuti. Una dieta che lo include regolarmente favorisce una pelle dall’aspetto più vitale e una chioma più vigorosa. Non si tratta solo di un alimento funzionale, ma di un vero e proprio alleato di bellezza dall’interno.
Come consumarlo senza perdere i benefici
La forma più efficace resta quella cruda: tritato e aggiunto a insalate o salse conserva al meglio l’allicina.
Per chi soffre di gastrite o sensibilità gastrica, questa modalità può risultare pesante.
In alternativa esistono integratori a base di estratti, da assumere soltanto dopo parere medico, soprattutto in caso di terapie anticoagulanti o antipertensive.
Profilo nutrizionale dell’aglio
In 100 grammi di prodotto fresco troviamo circa 41 calorie, con prevalenza di carboidrati seguiti da una quota di proteine e grassi polinsaturi. L’aglio contiene acqua in abbondanza, fibre, zuccheri semplici e un patrimonio di micronutrienti: vitamina C, vitamine del gruppo B, vitamina A, oltre a minerali come potassio, fosforo, calcio e ferro.
Ciò che lo distingue da altre specie vegetali resta l’allicina, molecola chiave delle sue proprietà.
Quando consumarlo e quali varietà scegliere
L’aglio è reperibile tutto l’anno, ma la sua stagionalità varia in base al tipo. In Italia il bianco viene seminato in autunno e raccolto in estate, caratteristica che ne facilita la conservazione a lungo termine.
Più delicati sono invece l’aglio rosa e quello rosso, raccolti in estate e da consumare freschi. Settembre rappresenta un momento ideale per portare in tavola aglio appena colto e ricco di principi attivi.
Attenzioni e controindicazioni
Non tutti possono beneficiare indistintamente dell’aglio. La sua azione anticoagulante può amplificare gli effetti dei farmaci fluidificanti del sangue, aumentando il rischio di emorragie.
Chi segue terapie di questo tipo deve chiedere consiglio al proprio medico prima di introdurlo regolarmente nella dieta o di assumere integratori.
Quando il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha sfilato simbolicamente ma anche concretamente gli Stati Uniti dalla lotta contro i cambiamenti climatici, in molti si aspettavano che altri avrebbero seguito.
Il tema ha effettivamente perso diverse posizioni nella scala di priorità della politica, ma il resto del mondo, almeno a parole, continua a credere nella transizione verso le emissioni zero.
La dimostrazione più recente è arrivata al summit sul clima organizzato dall’Onu a margine dell’assemblea generale, in corso a New York. In quella sede, l’Unione europea e altri sedici paesi hanno sottoscritto un appello per rivendicare il proprio percorso verso il net zero.
Mentre la Cina, che oggi è di gran lunga il primo emettitore di gas serra nell’atmosfera, sta approfittando del ripensamento di Washington per presentarsi come nuovo leader mondiale delle politiche green.
Il nuovo impegno della Cina
In collegamento da Pechino, Xi Jinping ha annunciato che la Cina si impegnerà a ridurre le emissioni di gas serra di una percentuale tra il 7% e il 10%, rispetto al suo picco massimo, entro il 2035.
È la prima volta, fanno notare i giornali di tutto il mondo, che il presidente cinese fissa una cifra precisa a breve o medio termine per la riduzione delle emissioni. Pechino si è posto l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2060 e fino a oggi aveva promesso di raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030, un traguardo che sembra in via di realizzazione già nel 2025 grazie allo sviluppo del solare e delle auto elettriche.
E anche gli obiettivi citati da Xi Jinping per il 2035 potrebbero essere un altro tassello della strategia «underpromise, overperform». Ossia: fare promesse modeste così da superare poi le aspettative (e farci pure bella figura).
Il vantaggio economico di Pechino su materie prime e clean tech
Ma se la Cina ha aspettato fino ad ora per rivendicare il proprio ruolo nelle politiche green, il motivo è che gli Stati Uniti sembrano avere tutta l’intenzione di sfilarsi dalla lotta ai cambiamenti climatici.
«Sono la più grande truffa mai perpetrata al mondo. Se non vi liberate da questa truffa verde, i vostri Paesi falliranno», ha scandito Trump nel suo discorso al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite.
Ma per la Cina è vero esattamente il contrario: i settori economici che più trainano l’economia del Dragone sono proprio quelli legati alla transizione green.
Non solo: il dominio sulle materie prime critiche e sulle clean techrendono Pechino un fornitore indispensabile per qualunque altro Paese nel mondo che voglia promuovere politiche di sostenibilità.
Una doppia arma, economica e geopolitica, che Xi Jinping ha deciso di brandire anche nella contesa sui dazi con Washington.
L’appello dell’Ue (e altri 16 Paesi) in difesa delle politiche green
A trovarsi in una posizione scomoda è l’Unione europea, che finora si era presentata al mondo come paladina delle politiche per le emissioni zero ma da un paio d’anni ha cominciato a posticipare, ritoccare e diluire alcuni provvedimenti del suo Green Deal.
«La situazione è chiara: una transizione verso l’energia pulita è in atto e destinata a durare. Dobbiamo garantire che sia equa», ha scritto di recente la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, insieme ai leader tra gli altri di Australia, Brasile, Canada, Kenya, Norvegia, Sud Africa, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Uruguay e al presidente dell’Agenzia internazionale per l’energia.
L’Ue alla Cina: «Non basta, deve fare di più»
In vista della Cop30 la conferenza sui cambiamenti climatici che quest’anno si terrà su di Belém, in Brasile l’Ue continua a fare la voce grossa per spingere sempre più Paesi ad abbracciare le politiche di sostenibilità.
E a proposito della Cina, è il commissario europeo Wopke Hoekstra a commentare l’annuncio sul taglio delle emissioni al 2035: «È ben lontano da ciò che riteniamo sia realizzabile e necessario: questo livello di ambizione è chiaramente deludente e, data l’immensa impronta di Pechino, rende il raggiungimento degli obiettivi climatici mondiali molto più difficile.
La Cina, ha ricordato il politico olandese, «è di gran lunga il maggiore emettitore in termini assoluti e si colloca anche tra i primi in termini pro capite, rappresentando circa il 30% delle emissioni globali».
E Bruxelles «continuerà a spingere la Cina (e altri) ad andare oltre l’attuale livello di ambizione e a rispettare i nostri impegni congiunti nell’ambito dell’accordo di Parigi».
I droni sono la novità militare più commentata e studiata da governi, eserciti e istituti di ricerca di tutto il mondo.
Il punto di svolta è stata la guerra in Ucraina, dove i droni hanno offerto a Kyiv un metodo economico ed efficace per rallentare l’invasione decisa dal Cremlino e limitare la sproporzione di forza tra i due eserciti.
I droni sono oggetti comandati a distanza e senza pilota: esistono sia volanti che acquatici (in quel caso si usa la sigla UUV) e possono avere dimensioni e costi diversissimi.
I più comuni e noti sono quelli piccoli e che trasportano una carica esplosiva. In questi casi i droni si comportano come i kamikaze della Seconda Guerra mondiale: inseguono i veicoli nemici per esplodere nel punto che permette di arrecare il massimo danno a un veicolo corazzato, a un carrarmato o a una base militare.
In certi casi i droni più piccoli e agili vengono impiegati per inseguire i militari che scappano a piedi, si nascondono o si fingono morti. I video che mostrano queste scene sono filmati dai droni stessi e sono particolarmente cruenti. E’ come essere inseguiti da una bomba intelligente e comandata a distanza che può cambiare direzione in qualunque momento.
Il grande successo dei droni in campo militare si deve al fatto che sono economici e che permettono di operare senza rischiare la vita di un pilota.
Chi li gestisce si trova a grandi distanze e usa un sistema simile a quello con cui si gioca a un videogioco. Proprio questa distanza però permette di aumentare il grado di violenza: quando ci si trova lontani è più semplice decidere di uccidere qualcuno, e “premere il grilletto”.
I droni poi hanno il grande pregio di poter essere costruiti quasi interamente in materiale plastico.
Il metallo, quando parliamo di droni leggeri, può essere quasi completamente evitato. Il che vuol dire che diventano difficilissimi da intercettare, e che se ne possono produrre a centinaia con materiali economici.
I droni usati dalla Russia per “testare” la Polonia e l’UE
Nelle scorse ore la Russia ha deciso di violare lo spazio aereo polacco (e quindi anche dell’Unione europea e della Nato) con 19 droni.
Mosca ha detto che si è trattato di un errore, e Trump ha accettato pubblicamente questa ipotesi, ma non è così. Non si è trattato di uno o due droni, ma di una ventina di velivoli che hanno sconfinato per grandi distanze.
Si tratta di una strategia nota e già usata decine di volte dal Cremlino: fare azioni militari ambigue per poi poterle negare pubblicamente, senza accettarne le responsabilità.
I droni sono stati in parte abbattuti dalle difese polacche, con un sostanzioso aiuto delle truppe di altri paesi Nato.
Intanto, però, il Cremlino ha ottenuto degli ottimi risultati: ha dimostrato di poter invadere lo spazio aereo Nato senza conseguenze; ha ottenuto informazioni utili sul grado di prontezza delle difese polacche e soprattutto ha dimostrato come con una spesa minima (i droni di cui parliamo sono per la maggior parte rudimentali) può obbligare i paesi europei a spendere cifre importanti (i missili che servono ad abbattere i droni sono precisi e molto costosi, nel caso dei Patriot si arriva a 3 milioni di euro a missile).
Anche questa è una caratteristica importante dei droni: farli volare costa poco, ma per abbatterli si spende tanto.
Dove potrebbero arrivare i prossimi droni russi?
Gli obiettivi russi in Europa sono soprattutto i paesi che una volta appartenevano al blocco sovietico, o che comunque sono stati in passato sotto l’influenza di Mosca. Su questi paesi il governo russo pensa di poter rivendicare un diritto quasi “naturale”.
Questo per un’idea ultra-nazionalista paradossale: il paese più grande del mondo e con una potenza militare tra le maggiori del pianeta non si accontenta del proprio spazio. Ma ne pretende altro, e si espande con la violenza con una logica squisitamente imperialista. O, volendo, neo-coloniale.
Per via di questa ideologia i paesi in pericolo sono Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia. Ma anche, ovviamente, Ucraina, Moldova e Romania. Anche la Georgia, per gli stessi motivi che dicevamo poco fa, è stata invasa dall’esercito russo nel 2008.
Ci sono anche altri paesi europei che rischiano ritorsioni, minacce e sabotaggi nel caso in cui facessero delle politiche sgradite alla Russia.
La Slovacchia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca, per esempio, subiscono ampiamente l’influenza del Cremlino e la logica è quella del vassallaggio: lo stato più piccolo deve temere e stare attento, perché quello più grande (il signore) potrebbe farsi minaccioso.
In tutti questi paesi i droni, insieme ai boicottaggi, sarebbero il primo segnale di “test” delle loro difese militari e delle loro reazioni politiche.
Si moltiplicano sempre di più e all’interno della Nato ormai non ci sono più molti dubbi sul fatto che Mosca non agisca per caso, per ragioni disparate.
Il suo ambasciatore a Parigi ha intanto avvertito: «Se un nostro aereo dovesse essere abbattuto sarebbe la guerra».
La US Air Force ha infatti spedito quattro F-16, altrettante aviocisterne e un E-3 radar per intercettare due bombardieri strategici Tu-95 e due caccia S-35 all’interno della designata area d’identificazione; mentre la Nato ha fatto alzare in volo due Gripen ungheresi schierati in Lituania per intercettare un Su-30, un Su-35 e tre MiG-31 russi che volavano in prossimità dello spazio aereo lettone.
I nuovi casi seguono al giallo dei droni tra Danimarca e Svezia (peraltro in un primo momento il Comando Aereo Alleato aveva indicato che i jet russi erano stati avvistati proprio vicino allo spazio aereo danese), con Copenaghen tentata di evocare altre consultazioni sulla base dell’articolo 4 del Trattato Atlantico, e alle parole bellicose di Donald Trump sulla reazione che la Nato dovrebbe avere rispetto ai velivoli russi.
«Ho appena parlato con il primo ministro danese Mette Frederiksen sulla situazione dei droni, che prendiamo molto sul serio», ha postato su X il segretario generale Mark Rutte, che in questi giorni si trova negli Stati Uniti.
«Gli alleati e la Danimarca stanno collaborando per garantire la sicurezza delle nostre infrastrutture critiche».
La Nato sta senz’altro attraversando una fase di tensione, con le capitali a volte in contrasto fra loro sulla risposta da dare al Cremlino, e i militari che cercano di calmare gli animi.
«I russi potrebbero essere intenti a schierare le loro tecniche di stupro mentale», confida un diplomatico alleato.
Peraltro, lo slancio di Trump sulla possibilità che l’Ucraina sostenuta dall’Ue possa recuperare i territori oggi occupati viene giudicata molto freddamente da certe cancellerie europee, timorose che l’Europa finisca tra l’incudine e il martello.
«Dietro questo sorprendente ottimismo si nasconde l’annuncio di un minore coinvolgimento degli Stati Uniti e il trasferimento della responsabilità di porre fine alla guerra all’Europa: meglio la verità che le illusioni», nota il premier polacco Donald Tusk. Già, il conflitto.
Volodymyr Zelensky, che di speranze sull’esito del ‘blitzkrieg’ diplomatico ne ha sempre nutrite poche, ha dichiarato ad Axios di aver chiesto a Trump «un nuovo sistema d’arma» che costringerebbe Vladimir Putin a sedersi al tavolo dei negoziati e di aver ricevuto il sostegno esplicito della Casa Bianca a colpire le infrastrutture energetiche e l’industria bellica russa.
Al Cremlino, ha aggiunto il presidente ucraino, farebbero dunque bene a «studiare bene» dove si trovano «i rifugi più vicini». Di pace, insomma, se ne intravede ben poca. E ben poco smuove il ritornello del tycoon “Putin mi ha deluso, ora si fermi».
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, in un op-ed pubblicato dal Financial Times, ha invitato l’Ue a utilizzare i beni russi congelati per finanziare lo sforzo bellico dell’Ucraina, con un prestito da 140 miliardi di euro, per mostrare a Mosca di avere lo stomaco per «restare in partita» e spingere così Putin a più miti consigli. Domani, poi, la Commissione Europea riunirà nove Paesi europei, più l’Ucraina, per la prima riunione di lavoro sul progetto del muro anti-drone (con la presenza della Nato).
Tessere sparse di un mosaico che si va componendo con crescente chiarezza: l’Europa se la deve cavare da sola.
Secondo quanto riportato dalla Gazeta Wyborcza, al disegno di legge, presentato dal ministero della Difesa fin dallo scorso giugno, dovrebbe ora venire concesso un iter parlamentare accelerato.
In origine, la legge consentiva al presidente di autorizzare il dispiegamento su richiesta del governo in casi come conflitti armati, missioni di pace, operazioni antiterrorismo o evacuazioni.
Ma nel 2022 un giorno prima dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina il governo del PiS l’aveva modificata introducendo l’obbligo di ottenere preventivamente il via libera dalla NATO, dall’UE e dal Paese estero in cui avrebbero operato le forze polacche.
La Commissione d’inchiesta sull’influenza russa aveva poi criticato il cambiamento, sostenendo che privava Varsavia del diritto di agire autonomamente contro i droni provenienti da Ucraina o Bielorussia.
L’attuale coalizione di governo intende eliminare tali vincoli secondo il principio dello “sparare prima, chiedere dopo”, dando ai militari maggiore flessibilità nel rispondere alle minacce.
Sempre secondo la Gazeta Wyborcza, il disegno di legge presentato a giugno dal ministero della Difesa dovrebbe seguire un percorso accelerato.
A inizio settembre la Polonia ha abbattuto sospetti droni russi entrati nel suo spazio aereo, segnando la prima volta che un Paese NATO ha aperto il fuoco contro asset russi dall’inizio del conflitto.