Emergenza spesa, i supermercati stanno chiudendo: cosa sta succedendo


Il caro bollette non colpisce solo le famiglie o piccole attività, questa volta sono le catene di grandi supermarket ad essere a rischio, soprattutto nel nord Italia.

La catena di supermercati Alì ha già preso una decisione insindacabile.

La situazione economica attuale sta creando disagi continui, obbligando molti supermercati a chiudere. L’aumento delle bollette della luce ha infatti preoccupato molto la catena di supermercati Alì, che da ora chiuderà i durante i festivi.

Per quanto chiuderanno i supermercati

L’aumento dell’inflazione e gli eventi tragici riportati dalla guerra tra Russia ed Ucraina hanno creato una crisi senza precedenti, tanto che le spese di gestione sono diventate inaccessibili persino per le grandi catene di supermercati.

L’emergenza era scattata da tempo, quando già durante l’epidemia di Covid19 moltissime persone hanno cambiato il modo di fare la spesa, rivolgendosi più spesso ai discount presenti sul territorio, nella speranza di risparmiare nel tempo senza rinunciare ai prodotti di qualità.

Da questa estate inoltre si poteva cominciare a sospettare qualche cosa, in quanto anche i produttori di acqua frizzante hanno dovuto interrompere il loro lavoro a causa della carenza di CO2 (essenziale per le bevande frizzanti) e dei costi troppo elevati.

Il gruppo Alì, che comprende anche Alìper ha preso una decisione davvero preoccupante, infatti ha deciso di chiudere tutti i punti vendita almeno nei giorni festivi, cercando di risparmiare corrente spegnendo le luci dei locali e limitando gli sprechi energetici.

La soluzione di Alìper

Oltre alla chiusura definitiva durante i giorni festivi di tutti i supermercati, presenti prevalentemente in Veneto, il gruppo Alì ha deciso di incrementare la produzione di energia rinnovabile, sfruttando l’efficienza dei sistemi fotovoltaici e di usare solo lampade a led.

Questo tipo di investimento tuttavia non può apportare grandi cambiamenti nel breve periodo poiché i risultati saranno visibili solo nel tempo.

Oltre a questo, i supermercati non possono fare a meno dei frigoriferi, che sono la fonte più alta di consumo di energia elettrica.

Spegnere i frigoriferi, anche per un breve periodo, metterebbe a rischio tutti i consumatori in quanto si andrebbe ad intaccare la catena del freddo, accelerando il processo di deterioramento degli alimenti presenti nei reparti frigo e dei surgelati.

Gli alimenti surgelati dei supermercati devono sempre essere esposti a temperature molto basse, inferiori ai -18 gradi centigradi per essere precisi, altrimenti si assisterebbe ad un parziale decongelamento dell’alimento che lo renderebbe non più sicuro ed idoneo per la consumazione da parte dei clienti.

I costi dei frigoriferi quindi sono definiti come costi non comprimibili in quanto la loro presenza deve essere sempre garantita.

Per questo Alì ed anche altri supermercati stanno prendendo provvedimenti al fine di risparmiare il più possibile sulla bolletta.

PER NON DIMENTICARE Bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki 1945


bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki furono due attacchi nucleari, attuati sul finire della seconda guerra mondiale e compiuti dagli Stati Uniti contro il Giappone.

La mattina del 6 agosto 1945, alle ore 8:15, l’aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica Little Boy sulla città di Hiroshima.

A tale bombardamento fece seguito, tre giorni dopo, un altro sgancio atomico; stavolta fu il turno di Fat Man su Nagasaki.

Il numero delle vittime dirette è stimato tra le 150 000 e le 220 000 persone, quasi esclusivamente civili: per la gravità dei danni causati diretti e indiretti e per le implicazioni etiche ad essi correlate, si è trattato del primo ed unico utilizzo in guerra di tali armi, sebbene il loro sviluppo abbia registrato una pericolosa impennata negli anni seguenti.

Bolzano, arriva la mega-bolletta al panificio: quasi un milione di euro. «Non ce la facciamo più»


L’Unione commercio di Bolzano lancia l’allarme caro energia: +23.000 euro all’anno per un piccolo negozio di vicinato di Nova Ponente, +80.000 per una macelleria di Vipiteno, +168.000 per uno storico ristorante-birreria a Bolzano e addirittura +973.000 per un grande panificio del capoluogo altoatesino.

«Le aziende non sono più in grado di sopportare il peso dell’aumento dei costi dell’energia», è stato detto durante un conferenza stampa davanti al palazzo della Provincia di Bolzano, in presenza del presidente dell’Unione Philipp Moser e del vicepresidente Sandro Pellegrini.

L’Unione richiede interventi di sostegno immediati e urgenti da parte della politica, con l’obiettivo di salvare l’esistenza di moltissime imprese e posti di lavoro. «Già diverse aziende per esempio nel settore della gastronomia stanno seriamente pensando alla sospensione dell’attività», è stato ribadito in occasione di una conferenza stampa, l’Unione ha presentato la gravita della situazione sulla base di numeri e dati concreti nonché delle bollette energetiche di aziende locali.

«A fronte di simili costi d’esercizio, lavorare ed essere redditizie è diventato impossibile anche per molte aziende altoatesine di questi settori. A essere colpiti con particolare forza sono tutto il commercio al dettaglio e il commercio all’ingrosso in ambito alimentare, i produttori di alimentari (panificatori, pasticceri, gelatieri, macellai) e la gastronomia», hanno detto Moser e Pellegrini.

Luce troppo cara? La rubano ai vicini di casa


E’ noto che i ladri puntano sempre ad oggetti e prodotti di maggior valore. E anche l’energia elettrica, in un momento in cui vale tanto, diventa un obiettivo.

E così, anche per far fronte al caro bollette, la luce si trasforma in “bottino”. Come accaduto in due condomini, dove i carabinieri hanno scoperto degli allacci volanti con altri contatori per poter avere energia senza spendere nulla.

Un’operazione ottenuta manomettendo i contatori altrui. I carabinieri hanno denunciato un uomo di 45 anni e un altro di 54 anni, indagati per furto aggravato e continuato di energia elettrica.

Le vicende che appaiono come un campanello d’allarme per il forte rischio, proprio legato al caro bollette, che questo tipo di furti possa aumentare nel prossimo futuro.

Per questo le forze dell’ordine consigliano di verificare periodicamente la situazione del proprio contatore elettrico, soprattutto se ci si trova in spazi condominiali, per bloccare sul nascere gli effetti di eventuali manomissioni, col rischio di ritrovarsi con bollette ancora più care da pagare. 

La Francia chiude le esportazioni di energia elettrica all’Italia, alla faccia del “Trattato del Quirinale” e della “Solidarietà europea”


La Francia ha annunciato che prima calerà, quindi cesserà, gli invii di energia elettrica all’Italia per i prossimi due anni.

Il tutto in rottura degli accordi di interscambio fra i due paesi. Di per se non è un problema enorme: attualmente meno del 5% dell’energia utilizzata in Italia proviene dalla Francia che è in crisi perché ha comunque ancora oltre la metà dei suoi reattori nucleari fermi in manutenzione.

Francia e Germania si alleano sulla


Parigi fornirà gas alla Germania, Berlino fornirà elettricità alla Francia: è la sostanza dell’accordo sulla “solidarietà energetica franco-tedesca” annunciata oggi all’Eliseo dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, in una conferenza stampa tenuta dopo un colloquio in videochiamata con il cancelliere Olaf Scholz.

Macron ha spiegato: “La Germania ha bisogno del nostro gas e noi abbiamo bisogno dell’elettricità prodotta nel resto dell’Europa, e in particolare in Germania.

Contribuiremo alla solidarietà europea in materia di gas e beneficeremo della solidarietà europea in materia di elettricità.

Finalizzeremo nelle prossime settimane i necessari collegamenti per poter fornire gas alla Germania se c’è un bisogno di solidarietà e ogni volta che ce ne sarà.

Fin da oggi, per la prima volta da molto tempo, la Francia è esportatrice di gas verso il resto dell’Europa. Rafforzeremo questo aspetto e ci metteremo in grado di essere solidali sul piano del gas con la Germania se l’inverno sarà difficile e se loro ne avranno bisogno”.

“Allo stesso modo ha proseguito il presidente francese la Germania si è impegnata ad una solidarietà elettrica nei confronti della Francia e si metterà nella situazione di avere più elettricità e soprattutto di fornirci, nelle situazioni di picco, la sua solidarietà elettrica.

Questa solidarietà franco-tedesca è l’impegno che abbiamo preso con il cancelliere Scholz”.

Macron ha anche annunciato che la Francia ha raggiunto il 92-93% della capacità degli stoccaggi di gas garantendo le riserve necessarie a superare l’inverno “in anticipo rispetto alle nostre aspettative”.

È anche un livello sensibilmente più alto di quello finora raggiunto dall’Italia: l’83,5%, secondo quanto comunicato oggi stesso da Snam.

A proposito di Italia, il capo di stato transalpino si è anche detto intenzionato a sostenere una eventuale proposta della Commissione europea volta a stabilire un tetto al prezzo del gas acquistato dalla Russia perorata dal presidente del Consiglio Mario Draghi, prima delle dimissioni, in più di un vertice internazionale

. La misura, che sarà venerdì prossimo sul tavolo del vertice dei ministri dell’energia Ue, sarebbe “coerente con la nostra politica sanzionatoria e ridurrebbe i prezzi”, ha osservato Macron, che con Scholtz ha anche trovato sintonia sul tema della tassazione degli extraprofitti:

“L’approccio giusto è chiedere un contributo a livello europeo agli operatori di mercato”, che poi “potrebbe poi essere trasferito agli Stati membri per finanziare le loro misure nazionali”

Il presidente francese ha inoltre chiesto ai francesi di moderare l’uso dell’aria condizionata e, quest’inverno, “attenersi a una soglia di riscaldamento intorno ai 19 gradi“.

Così, “in maniera del tutto spontanea, il paese potrà raggiungere i suoi obiettivi di sobrietà“, fissati al 10% di consumi in meno, “ed evitare il razionamento”.

In serata è intervenuto anche il vice-cancelliere tedesco Robert Habeck: a una domanda su quale impatto avranno le prossime mosse di Gazprom sulla politica energetica tedesca, ha risposto assicurando che “risolveremo i nostri problemi senza dover tener conto delle mosse di Putin”.

Cremlino: gasdotto fermo per colpa delle sanzioni

Mentre il prezzo del gas è tornato a volare, toccando nuovamente ad Amsterdam il picco dei 290 euro al megawattora per poi chiudere a 245 euro, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha detto che l’interruzione delle forniture attraverso il gasdotto Nord Stream è dovuta alle “sanzioni che impediscono la manutenzione delle unità, che impediscono il loro spostamento senza adeguate garanzie legali, che impediscono queste garanzie legali e così via”, mentre Putin, partecipando a un incontro sullo sviluppo socio-economico della Kamchatka, ha detto che la produzione di Gazprom “non sta calando, sta solo crescendo”.

Venerdì il vertice Ue

La presidenza ceca del Consiglio Ue intanto ha diffuso l’ordine del giorno del vertice sull’energia di venerdì: oltre alla discussione sul price cap, sarà valutata l’ipotesi di un sostegno finanziario alle imprese più esposte, un “supporto immediato della linea di credito per i partecipanti al mercato che sperimentano richieste di margini molto elevate, inclusa la possibilità di una soluzione specifica a livello europeo”, nonché “il disaccoppiamento e la limitazione dell’impatto del prezzo del gas sul prezzo dell’energia elettrica“, la limitazione dei profitti extra dei produttori di energia, misure per ridurre la domanda di elettricità e la possibilità di utilizzare le quote di riserva Ets, il sistema di scambio delle emissioni. 

Il peggio della crisi del costo della vita deve ancora venire. Le azioni che reggeranno all’urto, secondo Berenberg


La spesa dei consumatori è stata straordinariamente resiliente finora nonostante le tensioni geopolitiche, i blocchi delle catene di approvvigionamento e l’impennata dei prezzi dell’energia, il che ha creato falsi miti sull’effettivo senso di sicurezza dei cittadini.

A lanciare l’allarme sono gli analisti di Berenberg che vedono come inevitabile un rallentamento dei consumi al punto che hanno incorporato nelle loro previsioni uno scenario di recessione, con le stime sugli utili ora sotto quelle del consenso del 15% e del 10%, rispettivamente, per il 2023 e il 2024. “Riteniamo che gli investitori si stiano preparando ai downgrade e non si muoveranno finché le previsioni non miglioreranno”, avvertono.

Il peggio della crisi del “costo della vita” deve ancora venire.

“Nel Regno Unito, dove i venti contrari soffiano più forte, il nostro modello indica che la spesa discrezionale dei consumatori scenderà, mediamente, del 13% il prossimo anno: per i redditi più alti la discesa dovrebbe essere meno marcata segnando un -4%, mentre per quelli più bassi potrebbe raggiungere il -25%”, spiegano gli esperti di Berenberg, ammonendo che “tali previsioni sono persino troppo ottimistiche dal momento che non tengono conto di un probabile ulteriore incremento dei prezzi dell’energia e dei tassi di interesse”.

Un sospiro di sollievo potrebbe, però, arrivare dai nuovi stimoli governativi e da un maggior utilizzo del credito, oltre che dal risparmio accumulato.

I settori che mostrano maggior resilienza 

In questo contesto, gli analisti di Berenberg segnalano che alcuni comparti stanno tenendo duro essendo stati colpiti in misura marginale dalla crisi dei consumi degli ultimi mesi.

In primis, quello dei beni di lusso beneficia di un mix di ingredienti positivi quali esposizione più diversificata alle vendite globali, rischi di ribasso limitati, pricing power più forte e un più limitato impiego della leva finanziaria.

I sottogruppi degli articoli sportivi e quello delle vendite al dettaglio, invece, risultano più esposti ai venti contrari attuali dal momento che le loro catene di fornitura sono più lunghe e meno flessibili, fanno un maggior ricorso alla leva finanziaria e il cambio è per loro meno vantaggioso.

Tra le top pick di Berenberg ci sono: JD Sports, EssilorLuxottica e Kering, mentre il broker ha abbassato il rating su Adidas a hold e su H&M.

Cucinare la pasta a fuoco spento: quanto si risparmia sul gas?


Di questo argomento se ne parla ormai da diversi giorni: è possibile cucinare la pasta a fuoco spento? Solo qualche giorno fa, il premio Nobel Giorgio Parisi ci aveva dato la sua risposta: sì, è possibile farlo, basta portare l’acqua ad ebollizione e spegnere il gas una volta gettata la pasta, mantenendo sempre il coperchio sulla pentola.

Questa soluzione, più che un’acrobazia culinaria, potrebbe essere utile per risparmiare sulle bollette: ma quanto incide davvero l’uso del gas per cuocere la pasta sui costi di una famiglia?

Cucinare la pasta a fuoco spento: la risposta della fisica

Ebbene sì, cuocere la pasta a fuoco spento è possibile: non è necessario mantenere il calore dell’acqua sui 100 gradi per troppo tempo: gli amidi proseguono la loro cottura anche solo ad 80 gradi.

Ecco perché per cucinare un buon piatto di pasta può bastare mantenere il coperchio sulla pentola dopo aver portato l’acqua ad ebollizione.

Cucinare la pasta a fuoco spento: quanto si risparmia sul gas?

Secondo gli esperti, però, con questa semplice mossa non è possibile risparmiare più di tanto sulla bolletta del gas di fine mese.

Nel 2021, in Italia, si sono consumati 75 miliardi di metri cubi di gas, di cui solo 21 miliardi, però, nell’uso domestico.

La cottura della pasta, perciò, impatta poco. L’Unione Italiana Food spiega che, cuocendo la pasta in questo modo alternativo, si risparmia solo un 7% sul consumo di gas per ogni cottura.

Il consumo medio di pasta per un singolo individuo, ogni anno nel nostro Paese è di 26 chilogrammi (1 milione e mezzo di tonnellate in tutto lo Stato all’anno).

L’Italia, se tutti i cuochi decidessero improvvisamente di cucinare la pasta a fuoco spento, risparmierebbe quindi solo lo 0,5% del totale del gas utilizzato in un anno. 

Gazprom non è uguale per tutti: alla Germania rincari più morbidi


Ancora una volta i governi europei hanno preso tempo prima di decidere su un tetto ai prezzi del gas. Aspettano proposte della Commissione a fine mese.

Ma quel che Bruxelles non potrà dire è se in questa crisi tutti i Paesi sono sotto pressione in modo uguale o alcuni lo sono di meno.

Non è possibile comunicarlo perché alcuni clienti di Gazprom, il monopolio russo del metano, invocano la confidenzialità per impedire a Eurostat di pubblicare dati riguardo a quanto comprano, da chi e per quanto.

La forbice tra i prezzi

Fra i vari governi che vincolano l’agenzia statistica europea alla riservatezza c’è quello della Germania, prima cliente di Gazprom. 

Eppure le autorità tedesche non nascondano i dati, semplicemente li forniscono solo attraverso la loro agenzia statistica Destatis.

Per confrontarli con quelli del resto d’Europa, pubblicati da Eurostat, bisogna dunque affiancare le due banche dati. Ne vengono fuori due sorprese.

La prima è che in questi mesi di emergenza sui prezzi la Germania sta pagando il gas russo molto meno rispetto al resto d’Europa.

Per esempio, in giugno scorso le forniture tedesche da parte di Gazprom avevano un costo unitario pari ad appena poco più di un terzo di quello che sostengono per lo stesso prodotto sia il resto dell’Unione Europea, in media, che l’Italia.

La seconda sorpresa è nella dinamica della divergenza: la forbice fra i prezzi praticati dai russi alla Germania e agli altri Paesi si apre da quando partono gli aumenti delle quotazioni di mercato, poi cresce sempre di più all’impennarsi di queste ultime.

In sostanza gli accordi di lungo termine di fornitura di Gazprom alla Germania sembrano diversi, più stabili.

È noto che questi contratti sono riservati, in tutti i Paesi. Ma con l’aumentare delle quotazioni di mercato sulla Title Transfer Facility (Ttf), la piattaforma finanziaria di Amsterdam, i prezzi del gas russo aumentano molto di più per tutti gli altri Paesi e molto meno per i clienti tedeschi.

Nel gennaio 2021 il costo unitario di Gazprom per la Germania era più vantaggioso rispetto alla media europea di un po’ più del 10%, per esempio; ma all’inizio di quest’estate era già la metà o anche meno rispetto a quello praticato da Gazprom all’Ungheria o alla Lettonia (meno di 40 euro a megawattora contro oltre 80 euro, secondo la Commissione Ue).

L’industria

Il confronto fra le banche dati non lascia dubbi: in questa fase la Germania ha oggettivamente molti meno motivi di concordare a Bruxelles un tetto al prezzo del gas russo, perché non ha con Gazprom gli stessi problemi di prezzo degli altri Paesi.

L’ancoraggio di stabilità dei suoi contratti è più saldo, probabilmente perché le oscillazioni del Ttf di Amsterdam incidono meno sulla determinazione del prezzo russo per i tedeschi e molto di più per gli altri europei; inclusi i clienti industriali, che dunque oggi non competono in condizioni di parità in Europa.

Ancora qualche esempio: da metà dicembre del 2021 Vladimir Putin inizia a razionare le forniture gas per far salire lo stress economico in vista della guerra e le quotazioni del Ttf chiudono l’anno quadruplicate rispetto gennaio precedente, a 70 euro a megawattora. 

Quadruplica così anche ma l’aumento per la Germania è di appena la metà.

A giugno scorso poi ultimi dati la Germania compra da Gazprom volumi più che doppi rispetto all’Italia, eppure l’Italia paga in totale quasi un quinto in più (758 contro 647 milioni).

I dati all’export del Servizio delle dogane russo confermano in pieno questi squilibri.

Si può pensare che gli acquirenti tedeschi siano stati più abili nel negoziare i contratti con Mosca ma, per esempio, non lo sono stati con la Norvegia: la Germania compra dal produttore nordico a prezzi unitari più che doppi rispetto a quelli che ha da Gazprom, non diversi dal resto d’Europa.

Più probabile che i contratti tedeschi godano di un trattamento speciale da Mosca nel contesto degli accordi sui gasdotti Nord Stream 1 e 2 e della vendita a Gazprom nel 2015 del maggiore centro di stoccaggio di Germania (a Rehden).

Ma ora questo sistema è in pezzi. Con esso lo è il vantaggio strutturale sui costi del gas del modello industriale tedesco. Con questa trasformazione, in Europa non abbiamo neanche iniziato a fare i conti.

Meno corrente coi “contatori intelligenti”: così l’Ue stacca i consumi alle case


Potremmo vivere un inverno con luce soffusa nelle case ma non per nostra scelta: è il piano ipotizzato da Bruxelles per far fronte al caro energia.

Il problema, però, è che non avremo scelta se il piano verrà approvato con i contatori che diminuiranno automaticamente la potenza dell’energia elettrica negli orari in cui si registreranno i maggiori consumi.

5% di luce in meno

In pratica, l’Ue punta a ridurre i consumi elettrici ma non in maniera facoltativa come avviene già con il consiglio di abbassare di un grado la temperatura dei termosifoni.

Stando alla bozza del regolamento già preparata dai ministri dell’Energia vista dal MessaggeroLa riduzione avverrebbe da “remoto”.

Dovesse passare questa linea, si ridurrebbe del 5% la luminosità delle case con un risparmio in bolletta. Ma come funziona questo meccanismo in pratica? Tutto partirebbe dai contatori in grado di generare una potenza inferiore.

I “contatori intelligenti”

Il meccanismo di diminuzione automatica della corrente elettrica avviene tramite gli “smart metering”, ossia i contatori cosiddetti “intelligenti” che molte aziende di energia elettrica hanno già sistemato in numerosi condomini e case.

A quel punto, Enel, Acea e altre compagnie possono aumentare o diminuire la potenza dell’energia elettrica erogata nelle ore di maggiori consumi, in pratica per gran parte del giorno visto che la fascia F1 comprende gli orari tra le 8 del mattino e le 19 di sera.

Il calo di energia avverrebbe soltanto nei momenti “critici” legati al maggior utilizzo degli elettrodomestici, tv, ecc., ipoteticamente nelle ore pomeridiane.

Ciò che diventerà critico, piuttosto, riguarderà soprattutto l’uso degli elettrodomestici che non potranno essere messi contemporaneamente in funzione a causa del calo di potenza che potrebbe scendere sotto i 2,7 kilovattora invece dei 3,3 attualmente disponibili.

I rischi

Il rovescio della medaglia, però, è cercare di mettere in sicurezza quelle persone che hanno costante bisogno di meccanismi salva-vita che sfruttano proprio l’elettricità anche se gli operatori conoscono già dove sono situate queste apparecchiature per consentire loro un funzionamento idoneo in qualsiasi condizione.

Dall’Ue pensano che in questo modo si potrebbero risparmiare un bel po’ di soldi che farebbero comodo per compensare altri consumi (vedi gas) che non si possono diminuire più di tanto.

Le polemiche, però, iniziano a fioccare.

“Sarebbe questo il piano?”

“Mentre noi chiediamo all’Europa soluzioni concrete ed efficaci per sostenere aziende, lavoratori e famiglie che affrontano la crisi energetica, da Bruxelles propongono di chiudere automaticamente i contatori delle nostre case”, afferma Alessandro Panza, europarlamentare della Lega.

“Insomma, quando lo decide l’Europa, l’elettricità si abbassa e gli elettrodomestici smettono di funzionare. Sarebbe questo il tanto atteso piano Ue per rispondere all’emergenza?

” Secondo il parlamentare, prima di chiedere sacrifici ai cittadini, dovrebbero essere le istituzioni Ue a tagliare i loro sprechi, “a cominciare dalla chiusura della inutile sede di Strasburgo del Parlamento Europeo, operativa solo quattro giorni al mese”, conclude.

E’ morta la Regina Elisabetta II


LONDRA E’ morta all’età di 96 anni la Regina Elisabetta II d’Inghilterra.

Questo l’annuncio sul sito della Royal Family: “La Regina è morta in pace a Balmoral, questo pomeriggio. Il re e la regina consorte rimarranno a Balmoral questa sera e ritorneranno a Londra domani”.
Bandiere a mezz’asta e listate a lutto.

Minuto di silenzio alla Bbc che ha confermato la notizia, con in sottofondo “God save the Queen”. L’emittente ha annunciato una programmazione straordinaria a seguito della notizia della morte della regina.
Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, esprime profondo cordoglio per la scomparsa della regina Elisabetta II.
“La Regina Elisabetta è stata protagonista assoluta della storia mondiale degli ultimi settant’anni.

Ha rappresentato il Regno Unito e il Commonwealth con equilibrio, saggezza, rispetto delle istituzioni e della democrazia afferma Draghi.

E’ stata il simbolo più amato del suo Paese e ha raccolto rispetto, affetto, simpatia ovunque nel mondo. Ha garantito stabilità nei momenti di crisi e ha saputo tener vivo il valore della tradizione in una società in costante e profonda evoluzione.

Il suo spirito di servizio, la sua dedizione al Regno Unito e al Commonwealth, la profonda dignità con cui ha ricoperto la sua carica per un periodo così lungo sono state una fonte incessante di ammirazione per generazioni.

Alla Famiglia Reale, ai Governi e a tutti i cittadini del Regno Unito e dei Paesi del Commonwealth, le più sentite condoglianze”.

INNO INGLESE

In ufficio ci scalderemo con la fotocopiatrice. A casa? Dimenticate fornelli e lavatrice


In ufficio? Ci scalderemo con la fotocopiatriceIn casa? Abbracciate il partner o il vostro cane. Ecco i consigli semi-seri su come tagliare la bolletta che arrivano da Gaetano Gennai. 

Ci aspettano mesi molto difficili, lo sappiamo. I vademecum su come ridurre i consumi si moltiplicano. Meglio provare a riderci (molto amaramente) su.

“Intanto premette Gennai, secondo me il riscaldamento non sarà un problema, perché tanto il freddo non viene. Sentite che caldo fa ora! A Natale avremo 29 gradi…. Ad ogni modo, qualora dovesse venire il vero inverno, bisogna tornare alle vecchie maniere.

Un bel modo per riscaldarsi è abbracciare il proprio partner. I single? Si tengano ben stretto il cane. Ma non un chihuahua! Ci vuole un bel maremmano. Così, lui è contento per le coccole ed il padrone risparmia sulla bolletta. Per chi è da solo, consiglio il presepe vivente: bue e asinello nelle stanze più utilizzate”.

Occhio poi ai fornelli. “Bisogna starne lontani il più possibile. Abituiamoci agli alimenti che non comportano grandi tempi di cottura.

In questo senso, i genovesi sono maestri perché il pesto è l’unico condimento per il quale non servono i fornelli”.

E siccome “arriverà anche la carestia”, iniziamo subito con il “ridurre le porzioni” prediligendo “il crudo”.

Luce in casa? “Macché. Torniamo alle candele. Così si recupera anche quel senso mistico che male non può farci”.

“Riscopriamo poi la bellezza della borsa dell’acqua calda ed utilizziamo il ferro da stiro solo come fermacarte aggiunge.

Bisogna istituire il premio ‘Lo stropiccione’, perché più uno è stropicciato più è green.

Il bucato? Se c’è una macchia, limitiamoci a togliere quella. Anche la lavatrice va dimenticata”.

Non parliamo del phon. “Guai avverte. Optiamo tutti per i capelli corti, da asciugare andando in bici al lavoro. Mica vorrete prendere la macchina, vero?”

Caro-energia, Assopetroli: “Riscaldamenti spenti un mese in più”


Contro il caro-energia, il segretario generale di Assopetroli Assoenergia, Sebastiano Gallitelli, ha chiesto al ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, di prevedere misure di risparmio più efficaci.

Ad esempio, è la proposta, riscaldamenti spenti per 30 giorni in più “mediante l’accensione ritardata degli impianti di 15 giorni e lo spegnimento anticipato di ugual periodo”.

Ciò consentirebbe “una riduzione del 10% dei consumi annui delle famiglie”.

Bollette insostenibili, anche i supermercati iniziano a chiudere


Pizzerie che aggiungono il costo dell’energia sul conto, aziende che dichiarano fallimento e ora anche i supermercati chiudono a causa dei costi in bolletta sempre più alti.

Pizzerie che aggiungono il costo dell’energia sul conto, aziende che dichiarano fallimento perché non riescono più a sostenere i costi, e ora anche i supermercati iniziano a chiudere a causa del caro bollette. Dalla piccola alla media e grande distribuzione, la situazione sta diventando difficilmente gestibile per molti imprenditori, oltre che per le famiglie (di quanto aumenterà la spesa questo autunno? Qui abbiamo provato a fare i conti).

Un intero sistema, di fatto, rischia la paralisi.

Caro bollette, in Campania la grande distribuzione si ferma: supermercati a rischio chiusura

Non stiamo parlando di una piccola realtà commerciale che non riesce a far quadrare i conti a fine mese, ma di una vera e propria catena di supermercati (3 dal marchio Md e 2 Todis) che in Campania vanno incontro alla chiusura.

Dei motivi che stanno portando i punti vendita ad abbassare le saracinesche ne ha parlato in un’intervista rilasciata a Il Mattino Ferdinando Fabiano, amministratore unico di due aziende, la Mefa srl e la Metodi srl, che gestiscono i 5 supermarket.

“l vicolo cieco imprenditoriale in cui mi ritrovo. Le mie aziende, con questi rincari in bolletta, presentano un bilancio sempre in negativo. L’incubo maggiore è interrompere le attività senza poter pagare i dipendenti.

Sono stati proprio loro, nei mesi più duri della pandemia, a rischiare in prima persona per garantire il diritto alla spesa per i cittadini. Non entro nel merito dei motivi che hanno portato agli aumenti ma sottolineo la gravità del problema, l’inconsistenza dei sostegni messi in campo dalla politica”, ha dichiarato con rammarico l’imprenditore.

Senza interventi mirati, ha poi spiegato lo stesso, difficilmente vede un’alternativa diversa dalla chiusura definitiva dei supermarket dislocati tra tra Soccavo, Volla, Cercola e Casoria.

Le bollette sono diventate insostenibili. Non si riesce ad andare avanti: per i miei 5 supermercati fatturiamo circa 1 milione al mese, con un utile di 170mila euro. Cifra con cui devo pagare stipendi per circa 90mila euro a 70 famiglie, più le spese.

Nel mese di luglio ho pagato 76mila euro di energia: non posso più sostenere questi costi”.

E il problema, purtroppo, è più grave di quanto si possa immaginare, perché non si ferma solo la grande distribuzione (con tutte le conseguenze e le complicazioni che questa decisione avrà sul servizio e sui prezzi), ma si rischia di attivare un meccanismo a catena che comporterà non solo la perdita di posti di lavoro ma anche una frenata economica, che si riverserà inevitabilmente su un territorio già fortemente provato dall’alto tasso di disoccupazione.

Cosa succede se non abbassi il termosifone a 19 gradi quest’inverno: ecco come saranno i controlli


Il piano del ministro Cingolani è chiaro: giù i termosifoni di un grado, ovunque, per risparmiare gas. Anche nelle abitazioni private. In autunno e inverno scatteranno i controlli da parte della Polizia locale.

Il governo sembra aver tracciato la strada per affrontare l’autunno e l’inverno.

L’obiettivo è risparmiare il gas per affrontare le stagioni più fredde dell’anno senza andare in emergenza: perciò il ministro Cingolani ha preparato un piano, che la prossima settimana dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri sotto forma di decreto e dovrebbe essere approvato dal governo Draghi.

Da ottobre i termosifoni dovranno essere abbassati di un grado in tutti gli edifici pubblici, ma anche nelle abitazioni private. Si passa da 20 gradi a 19, obbligatoriamente.

Il tutto mentre si continuano a riempire gli stoccaggi poco alla volta, con l’obiettivo di arrivare al 90% entro l’autunno e affrontare così più serenamente il resto dell’anno.

La domanda, però, è: cosa rischia chi non abbassa il termosifone? E soprattutto chi fa i controlli?

Il piano non è ancora definitivo, ma bisogna fare subito una distinzione: negli edifici pubblici dagli uffici alle scuole il termostato sarà obbligatoriamente regolato a 19 gradi.

Ma attenzione: tutto ciò varrà anche per gli uffici privati, che saranno controllati così come quelli statali. E dato che la regola varrà anche per le abitazioni private, i controlli arriveranno anche nelle case.

La Polizia locale non potrà bussare certo casa per casa per controllare il termostato dei singoli appartamenti, perciò ci si concentrerà molto probabilmente sulle abitazioni con il riscaldamento centralizzato.

Spetterà agli amministratori di condominio monitorare la temperatura. In ogni caso i controlli saranno a campione, nelle abitazioni private così come negli altri tipi di edifici.

Per quanto riguarda le case con il riscaldamento autonomo, invece, i controlli diventano effettivamente una chimera. Non che negli altri casi siano realistici, ma la verifica porta a porta è chiaramente irrealizzabile.

Perciò il governo punta contestualmente anche su una forte persuasione a seguire le regole. Sono pronti spot e campagne di sensibilizzazione sul risparmio energetico.

Per quanto riguarda le multe e sanzioni, invece, al momento tutto tace. Il governo sta ancora riflettendo sulla stesura del decreto, ma è evidente che in qualche modo sarà prevista una sanzione per chi non rispetta la regola.

Gas, da ottobre termosifoni in casa -1 grado e un’ora in meno


Da ottobre i termosifoni saranno abbassati di un grado da 20 a 19 e tenuti accesi un’ora in meno al dì.

E questo non varrà solo nelle case per i riscaldamenti centralizzati ma anche negli edifici pubblici.

A confermarlo, il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, nel corso dell’informativa sul piano di risparmio del gas che ha tenuto durante il Cdm a Palazzo Chigi. 

La stretta sui riscaldamenti dovrebbe arrivare con un decreto ministeriale che lo stesso Cingolani firmerà nei prossimi giorni.

Nel corso dell’informativa, rivelano le stesse fonti, il ministro non avrebbe fatto accenno a eventuali ricorsi allo smart working nel servizio pubblico né tantomeno a interventi sull’illuminazione delle vetrine dei negozi.  

Nel Consiglio dei ministri di oggi c’è stato poi l’annuncio che il nuovo decreto a sostegno di famiglie e imprese per frenare le bollette e la corsa dei prezzi arriverà la settimana prossima.

In Cdm si è parlato di un provvedimento “importante” e di sostegno anche alle imprese. 

UN TOCCO DI CLASSE. L’OCCUPAZIONE DELLE OFFICINE REGGIANE 1950-51


Mostra fotografica

100 fotografie originali dell’epoca

Oltre ad offrire una cronologia degli eventi, la mostra, che organizza un insieme di materiali estremamente eterogeneo, originale e di qualità sia estetica sia contenutistica in senso storico-documentale, si compone di quattro sotto-aree tematiche che riguardano:
– Il lavoro – l’autogestione produttiva, l’idea di riconversione della fabbrica contro la dismissione delle attività e i licenziamenti, l’idea del controllo diretto degli operai e dei tecnici sulla produzione, rappresentata dal trattore R60 che venne ideato e realizzato dai lavoratori durante l’occupazione;
– I conflitti e la costruzione della comunità operaia di lotta;
– La solidarietà che accompagnò quella durissima vicenda di resistenza sociale – la solidarietà alimentare e delle categorie produttive che contribuirono a sostenere economicamente lo scontro, quella degli intellettuali verso le maestranze nella fase di generalizzazione del conflitto e quella tra movimento operaio e movimento bracciantile, tra città e campagna, per citare gli esempi più rilevanti
– Le biografie: tredici biografie di protagonisti che rappresentano il lascito di quella lotta nella costruzione del “modello reggiano” negli anni sessanta e settanta.

Il percorso espositivo viene completato da audio-narrazioni e da materiali documentali, sia originali dell’epoca (in gran parte i fogli e i bollettini di lotta stampati durante la vertenza) sia realizzati per l’occasione, che supportano e accompagnano il visitatore in un viaggio nel tempo attraverso le fasi di quella lotta.
La mostra, le cui foto sono state reperite dai fondi di quattro archivi storici (Archivio storico Cgil Nazionale, Archivio storico Camera del Lavoro Reggio Emilia, Fototeca Panizzi, Archivio Istoreco), rappresenta, inoltre, un omaggio ad un’esperienza di fotografia militante, quella del Gruppo Artigiani Fotografi (GAF) di Reggio Emilia.

Fino al 31 Ottobre 2022.

Dove: Ex officine reggiane

Piazzale Europa, 1, Reggio Emilia

Prossime date:

  • mercoledì 17 Agosto 2022
  • giovedì 18 Agosto 2022
  • venerdì 19 Agosto 2022
  • sabato 20 Agosto 2022
  • domenica 21 Agosto 2022
  • lunedì 22 Agosto 2022
  • martedì 23 Agosto 2022
  • mercoledì 24 Agosto 2022
  • giovedì 25 Agosto 2022
  • venerdì 26 Agosto 2022

Info

Ingresso libero

Organizzato da:
CGIL Reggio Emilia, Comune di Reggio Emilia, Spazio Gerra Reggio Emilia, Officine Reggiane

Batteria dell’auto elettrica non funziona più, quella di ricambio costa più dell’intera vettura


Altro che mobilità sostenibile, quando la sostituzione della batteria dell’auto elettrica costa più dell’auto stessa.

E’ quanto accaduto ad una famiglia di San Pietroburgo, in Florida, che dovrebbe sborsare 14 mila dollari per sostituire la batteria, quando l’auto usata è costata 11 mila dollari; una Ford Focus electric, modello 2014 con circa 80 mila chilometri. 

A guidarla una giovane patentata, la 17enne Avery Siwinski all’inizio soddisfatta dell’acquisto, perché l’auto era silenziosa, finché non ha smesso di funzionare. Allora sono iniziati i problemi. 

Batteria elettrica introvabile

Dopo sei mesi dall’acquisto, la giovane Siwinski, ha iniziato ad intuire che qualcosa non andasse bene nella sua Ford, perché dal cruscotto si accendevano diversi avvisi di manutenzione.

«A marzo, ha iniziato a dare un avviso, l’abbiamo portata dal concessionario e ha smesso di funzionare» ha detto la 17enne all’emittente 10 Tampa Bay, che ha dovuto lasciare l’auto per alcuni mesi prima dell’amara sorpresa.

Un preventivo da 14 mila dollari per una nuova batteria, ma senza le spese di manodopera, quindi oltre 3 mila in più dei soldi spesi per acquistarla sei mesi prima.

E come se non bastasse, la batteria nuova non sarebbe neanche disponibile, se la famiglia volesse acquistarla.

Nuova beffa

Ma non è ancora tutto. La beffa finale è la proposta di acquisto da parte della concessionaria, che ha offerto la cifra di 500 dollari per acquistare la macchina senza batteria.

Ma sembra che il caso dei Siwinski non sia isolato negli Stati Uniti; infatti, nei giorni scorsi, un utente di Twitter ha pubblicato il conto per una batteria, ben 26 mila dollari per una batteria sostitutiva per una Chevy Volt con circa 100 mila km. 

Caro energia ed elettrodomestici: come risparmiare in casa


Il caro energia è un incubo per gli italiani (e non solo). Per le aziende in primis, ma anche per le famiglie, alle prese con bollette più che raddoppiate.

Qualche stratagemma per ridurre i consumi, e dunque risparmiare un po’, c’è. Qui di seguito abbiamo raccolto i consigli di Altroconsumo per quanto riguarda l’uso degli elettrodomestici, la scelta delle lampadine e l’utilizzo dell’acqua calda.

I grandi elettrodomestici

Il forno consuma molto energia, e quelli più grandi, da 90 cm, per scaldarsi impiegano il 150% in più di quelli da 60 cm. Evitare di posizionarlo vicino al frigo. I forni pirolitici (autopulenti) consumano tantissimo perché portano la temperatura a 500 gradi in pochi minuti. Meglio una scrupolosa e periodica pulizia manuale.

La lavastoviglie si deve usare a pieno carico, utilizzando il lavaggio eco anche se è più lungo. La fase più energivora è l’asciugatura, se possibile è consigliabile usare programmi che non la comprendano.

In frigorifero non si devono mettere cibi caldi. Le porte dovrebbero stare aperte il minor tempo possibile (quando si sistemi la spesa, se disponibile, si può usare la funzione dedicata).

“Tenere il frigo ordinato garantisce migliori prestazioni perché circola più aria”, consiglia Altroconsumo. Se il freezer non è no frost, occorre sbrinarlo regolarmente;

Anche la lavatrice, come la lavastoviglie, va usata a pieno carico. Meglio farla funzionare a temperature basse (30-40 °C) con il programma eco.

“Verifica i consumi reali della tua lavatrice perché spesso la classe energetica dichiarata non va di pari passo con il reale profilo di utilizzo”.

climatizzatori vanno impostati a una temperatura non superiore o inferiore ai 6 gradi rispetto a quella dell’ambiente esterno; se c’è afa e umidità sono notevoli, prediligere la modalità deumidificatore. Consigliato fare la manutenzione periodica.

Quanto si può risparmiare con il “pieno carico”

Riempiendo e facendo lavorare a pieno carico i grandi elettrodomestici e quindi riducendo il numero di lavaggi si può risparmiare circa un euro al mese per ogni apparecchio.

Tra lavatrice, asciugatrice e lavastoviglie si tratta di circa 36-40 euro all’anno. Non una cifra decisiva, in realtà, ma Altroconsumo consiglia di valutare la sostituzione degli elettrodomestici se sono troppo vecchi: ad esempio, passare da un frigorifero di 15-20 anni fa a uno combinato attualmente sul mercato in classe C permette un risparmio stimato di 105 euro l’anno.

Stop allo stand by degli elettrodomestici

Il consumo energetico degli elettrodomestici in standby incide poco sulle bollette, ma la somma di tutti questi sprechi ha un impatto sull’ambiente.

Dal 2013 gli apparecchi devono avere un sistema di gestione dell’energia in grado di spegnerli o mandarli in standby il più in fretta possibile.

Per ridurre ulteriormente i consumi da standby puoi però: disconnettere dalla corrente i prodotti che si usano poco, usare una multipresa con interruttore per raggruppare computer e periferiche o accessori per la TV, impostare funzionalità risparmio energetico.

Lampadine che consumano meno

In commercio esistono 4 tipi di lampadine

LED: hanno bassi consumi, durano molto e sono quelle che consumano meno di tutte (spesa annua media di 2 euro per 1000 ore);

Alogene: emettono un colore simile alla luce naturale, ma consumano molto, (spesa annua media di 8 euro per 1000 ore);

Smart: in genere sono LED e hanno molte funzioni in più, come per esempio il telecomando, ma, anche se consumano poco, sono costose;

Tubi, circoline e fluorescenti: sono efficienti e durature, anche se meno rispetto alle LED, ma ci mettono un po’ a scaldarsi (spesa annua media di 1,40 euro per 1000 ore).

I consigli per risparmiare gas in cucina (meglio sarebbe sostituire con un piano cottura a induzione).

Altroconsumo suggerisce che per fare il té è meglio usare il microonde piuttosto che mettere il bollitore sul fuoco; usare i coperchi sia per far bollire l’acqua sia per cucinare; l’uso combinato di forno a microonde e cucina tradizionale consente di ridurre tempi di cottura e quindi uso di gas; l’uso della pentola a pressione riduce i tempi e quindi i consumi (ideale per tutte le cotture lunghe).

Come risparmiare sull’acqua calda

Gli scaldacqua a pompa di calore permettono di risparmiare in bolletta, fino al 75% rispetto ai tradizionali elettrici.

Lo scaldabagno a gas consente di risparmiare rispetto agli elettrici, massimizza l’efficienza prediligendo scaldacqua a gas modulati e installando i riduttori di flusso su tutti i rubinetti e anche nella doccia; in un impianto solare termico l’energia viene trasferita dalla luce solare all’acqua attraverso un pannello posto sul tetto dell’abitazione, un circuito idraulico chiuso e un serbatoio di accumulo dell’acqua.

Le buone abitudini nel quotidiano

Non eccedere con il riscaldamento o il raffrescamento in casa.

È buona norma limitare le temperature in casa a 20 °C nella zona giorno e a 16-18 °C nella zona notte. Riducendo di un grado la temperatura si risparmia circa l’8% della spesa in bolletta.

Considerando un consumo di 1.100 metri cubi di gas si tratta mediamente di ben 120 euro all’anno per ogni grado in meno.

Sì alla doccia di 5 minuti, piuttosto che il bagno.

Scegliere e utilizzare bene gli elettrodomestici: non è solo una questione di classe energetica, ma di consumi annui e di corretto utilizzo.

Lavare a basse temperature e far andare lavatrice o lavastoviglie a pieno carico fa risparmiare energia.

Limitare l’utilizzo di elettrodomestici energivori non indispensabili (asciugatrice, ferro da stiro…).

Scegliere lampadine Led o a basso consumo e ricordarsi di spegnere quanto non si usa.

Usare i coperchi e sfruttare il calore latente (sia sui fornelli che soprattutto col forno) può dare una mano a risparmiare tempo ed energia.

Caro vita, l’allarme del Codacons: sarà “stangata d’autunno” con +711 euro a famiglia


Il rientro dalle ferie rischia di essere amaro per gli italiani. Secondo le stime del Codacons, l’aumento di prezzi e tariffe che sta per arrivare determinerà una vera e propria “stangata d’autunno” sulle tasche dei consumatori, in media pari a +711 euro annui a famiglia tra settembre e novembre.

Stando all’associazione, la prima voce di spesa sarà quella alimentare, con incrementi medi dei prezzi del 10% su base annua.

Un nucleo di quattro persone afferma il Codacons si ritroverà quest’anno a spendere 172 euro per i primi rifornimenti alimentari post-vacanze, con una maggiore spesa di circa 16 euro rispetto al 2021.

Abitudini cambiate) Non solo rincari sui beni alimentari. I dati sui consumi diffusi da Unem (Unione energie per la mobilità) attestano per il Codacons “le modifiche nelle abitudini degli italiani, con i cittadini che, a fronte dei maxi aumenti dei listini di benzina e gasolio, hanno ridotto l’uso dell’automobile”.

Secondo l’associazione, “gli italiani lasciano sempre più spesso l’auto privata a casa e preferiscono muoversi ricorrendo a mezzi di trasporto alternativi e più economici”.

Nuova mobilità) Si tratta di un cambiamento “dimostrato non solo dalla riduzione dei consumi di carburante, ma anche dalla crescita delle vendite di biciclette, monopattini, e-bike registrata negli ultimi mesi, e l’incremento del ricorso a mezzi in sharing in tutte le città della penisola”

I cittadini, “così come sta avvenendo in diversi comparti a partire dall’alimentare, reagiscono ai prezzi fuori controllo diminuendo laddove possibile i consumi, in modo da difendersi dai rincari e salvare i bilanci familiari”, spiega l’associazione.

I costi dell’energia) “Imprese, industrie, commercianti e famiglie stanno andando incontro a una catastrofe causata dall’abnorme crescita dei costi energetici, con le bollette destinate a registrare aumenti record durante i prossimi mesi”, aggiunge ancora il Codacons, che chiede al governo di ricorrere subito ai prezzi amministrati di luce e gas “per evitare il rischio default per famiglie e imprese”.

Le tariffe amministrate) “Di fronte a tale scenario, gli interventi sulla tassazione (Iva e oneri) non sono più sufficienti e non possono bastare a salvare l’economia. Serve ricorrere a tariffe di luce e gas amministrate dallo Stato, unica strada per uscire al più presto dalla crisi e consentire a imprese e industria di proseguire le attività e alle famiglie di riuscire a pagare le forniture energetiche”, afferma l’associazione.

Apicoltura in crisi) Un altro settore in cui l’esplosione dei costi sta causando gravi ripercussioni è quello dell’apicoltura, su cui si sono peraltro abbattuti siccità e nubifragi. 

Il risultato è il taglio di quasi la metà della produzione di miele in Italia, con le fioriture estive bruciate dal caldo o distrutte dalla grandine e le api allo stremo, costrette ad allungare i voli per trovare un po’ di nutrimento. A denunciarlo è la Coldiretti.

Raccolto dimezzato) Secondo il rapporto sul miele Made in Italy, nel 2022 il raccolto è praticamente dimezzato (-40%) rispetto al potenziale produttivo.

Il risultato è una produzione intorno ai 13 milioni di chilogrammi, fra le più basse del decennio.

In Puglia, spiega Coldiretti, “le api sono state abbeverate artificialmente per non farle morire, con secchi d’acqua e galleggianti di sughero e polistirolo in modo che si dissetino senza affogare”.

La mazzata nella bolletta: “Aumenti del 100%”


“Proposta di modifica unilaterale delle condizioni economiche di fornitura di energia elettrica”: questo l’oggetto della lettera che attendeva un cittadino cesenate certamente non l’unico al rientro dalle ferie.

È bastato scorrere le prime righe per capire che si trattava di un boccone assai amaro da mandare giù: il fornitore di energia elettrica, si rivolge ai clienti che hanno finora beneficiato di una tariffa a prezzo bloccato, informandoli che non sarà più possibile rispettare le condizioni contrattuali stabilite.

Il protrarsi del conflitto russo-ucraino e la crescente incertezza riguardo la disponibilità di gas naturale materia prima fondamentale, è bene ricordarlo, anche per la produzione di energia elettrica hanno già contribuito, nei mesi scorsi, a stabilizzarne il prezzo all’ingrosso su quotazioni elevate.

Ciò costringe i fornitori di luce e gas a rivedere le proprie offerte e adottare un prezzo della componente energia variabile mensilmente, a seconda dell’andamento del prezzo di borsa nazionale, il cosiddetto ‘pun’ (prezzo all’ingrosso nazionale di riferimento).

“Auspicando”, si sottolinea nella lettera indirizzata al nostro concittadino, “che lo scenario energetico nel breve termine possa ritracciare verso il basso”.

Intanto, però, il prospetto di spesa annuale, calcolata alla luce delle nuove condizioni economiche proposte, fa rabbrividire: per una ‘famiglia tipo’ che registri un consumo annuale in bolletta di 2.700 kilowattora di energia elettrica (con potenza impegnata di 3 kilowattora), si stima una spesa di circa 1.050 euro all’anno (escluse tasse e imposte), con un aumento di oltre 580 euro rispetto alle condizioni contrattuali precedenti.

Se la potenza impegnata sale a 4,5 kilowattora e i consumi si attestano intorno ai 3.500 kilowattora all’anno, il balzo sarà di oltre 700 euro rispetto all’offerta precedente; ancora peggio se il consumo annuo è di 6.000 kilowattora (con potenza impegnata di 6 kilowattora): in tal caso, le bollette sono destinate praticamente a raddoppiare, poiché la variazione di spesa annua stimata supererà i 1.160 euro.

Come difendersi, dunque, dal rischio di andare in bancarotta? Il presidente di Arera (Autorità italiana dell’energia), Stefano Betteghini, ha indicato due soli rimedi possibili: tagliare i consumi, riducendo il più possibile gli sprechi e puntando sull’efficientamento energetico delle abitazioni; e ridurre il costo dell’energia, affidandosi alle migliori offerte luce e gas del mercato libero.

Una strada, quest’ultima, percorsa anche dal nostro concittadino: “mi sono affidato a uno dei tanti comparatori di tariffe presenti in rete”, ci confida, “per realizzare che, al momento, la soluzione più performante in termini di costi e servizi mi garantirebbe un risparmio di neppure 100 euro in un anno”.

Un’autentica doccia fredda, per cui le associazioni dei consumatori invocano già un intervento immediato del nuovo esecutivo post-elezioni.

Secondo un recente studio dell’Ircaf (Istituto ricerche di consumo ambiente e formazione, con sede a Modena), “sommando le bollette di gas e luce ricevute nel corso del 2022, il costo annuo per una ‘famiglia tipo’ non scenderà al di sotto dei 3.500 euro”.

Inoltre, “se aggiungiamo che l’inflazione in Europa, a luglio, è salita all’8,9% in area euro (al 8,4% in Italia)”, si legge ancora nel rapporto, “il rischio è di una ‘tempesta perfetta’, con un’inflazione prevista oltre la soglia del 10% per il prossimo autunno, un consistente rallentamento della domanda e, di conseguenza, un generale aumento della povertà”.

Crisi gas, piano del governo pronto a inizio settembre: termosifoni a 19 gradi in casa


Il governo sta lavorando per presentare entro settembre un piano con un proposta di riduzione dei consumi energetici. Il provvedimento punterebbe a moderate riduzioni della temperatura nelle abitazioni e negli edifici pubblici, oltre a un ricorso maggiore alle fonti di energia rinnovabili.

Secondo le indiscrezioni emerse, il testo del piano arriverà prima delle elezioni anticipate del 25 settembre 2022 e viene considerato una delle eredità che l’esecutivo guidato da Mario Draghi lascerà al prossimo governo.

Il provvedimento arriva a seguito dell’accordo raggiunto il 26 luglio scorso al Consiglio europeo per limitare i consumi energetici per far fronte ad un eventuale interruzione delle forniture di gas da parte della Russia.

Dal 24 febbraio scorso, quando le truppe di Mosca hanno dato il via all’invasione dell’Ucraina, sul versante energetico è iniziata una sorta di “guerra del gas” tra Russia ed Europa.

Oggi il prezzo del gas è ancora superiore ai 200 euro al Mwh, a 207 euro, nei giorni scorsi si è toccata anche quota 210. Secondo l’intesa siglata a Bruxelles l’Italia si impegna a risparmiare il 7% rispetto alla media annua dei consumi degli ultimi 5 anni.

Diversi ministeri sono al lavoro per mettere a punto il piano, che in caso di scenari di maggiore emergenza nell’approvvigionamento energetico a inizio settembre potrebbe anche essere accompagnato da un passaggio del premier Draghi in Parlamento per riferire in Aula.

Il ministro della Transizione energetica, Roberto Cingolani, ha presentato le linee guida alla base del piano: riduzione di 1 grado della temperatura nelle abitazioni private, negli uffici pubblici e taglio di 1 ora nella durata di esercizio degli impianti. Ovvero massimo 19 gradi in inverno e non meno di 27 in estate.

Se il gas si mantenesse su una media di 205 euro al Mwh questa misura potrebbe portare ad un risparmio di 2,5 miliardi di metri cubi di gas. Ma l’Italia ha bisogno di rimpiazzare 30 miliardi di gas provenienti dalla Russia. La maggior parte, 25 miliardi, derivano da accordi stipulati in questi mesi con altri Paesi, in particolare in Africa.

“La riduzione di gas, 5 miliardi, sarà compensata da nuove rinnovabili e da misure di risparmio molto leggere, soprattutto di tipo termico”, specifica il ministro Cingolani. Accordi che includono anche il ricorso limitato nel tempo a forniture di gas naturale liquefatto, da trattare anche con due nuovi rigassificatori mobili.

Il piano poggia anche sulla capacità dell’Italia di stoccare gas da utilizzare in vista di possibili emergenze nel corso dell’inverno, per non dover essere costretti a misure che impattino sopratutto sulle filiere produttive. Al momento lo stoccaggio è al 75%, l’obiettivo del governo è di arrivare al 90% entro fine ottobre.

Per poi rendersi indipendenti dal gas russo nel corso del 2024

Il futuro dell’automobile è totalmente elettrico. Ma c’è il rischio “flop”


Dal 2010 sono stati investiti, in soluzioni innovative hardware e software per il settore automobilistico, 280 miliardi di dollari.

Quasi la metà di questa montagna di soldi, 115-120 miliardi, ha riguardato l’auto elettrica.

È quanto rivela McKinsey in un report sulle prospettive dell’industria delle quattro ruote. Si prevede, in proposito, che la domanda mondiale di veicoli a batteria aumenterà di 6 volte tra il 2021 e il 2030, con vendite annuali che passeranno da 6,5 milioni ad almeno 40 milioni.

Lo studio guarda anche al mercato dei capitali e di quanto ha beneficiato chi ha puntato con forti investimenti sulle rivoluzioni software e green in atto.

Con una media ponderata dei rendimenti totali degli azionisti del 79% da marzo 2020 a gennaio 2022, i tradizionali Oem (fornitori di componenti) hanno superato le aziende di molti altri settori in crescita tra cui la tecnologia e la chimica.

«I risultati sottolinea McKinsey sono stati ancora più impressionanti per i nuovi arrivati, come Nio (costruttore cinese specializzato in vetture elettriche e protagonista nella Formula E, ndr), Tesla e altre startup di veicoli elettrici, il cui rendimento totale medio ponderato del 278% è in cima alla lista».

Tre, evidenzia però McKinsey, gli ostacoli che l’ecosistema automobilistico è chiamato a superare, più o meno insidiosi a seconda delle aree mondiali: Usa, Cina ed Europa.

Eccoli nell’ordine: difficoltà di approvvigionamento di materie prime, tra cui litio, nichel e cobalto, utilizzati nelle batterie; un numero insufficiente di gigafactory per la produzione di batterie e una bassa produttività degli impianti esistenti; mancanza di un’infrastruttura di ricarica pubblica.

Sulle materie prime e le batterie, il report pone l’accento sul problema del mancato accesso diretto delle aziende del settore, mentre le fabbriche di batterie, cioè le gigafactory, sono ubicate per lo più in Asia «e nel 2020 rappresentavano circa l’80% della capacità produttiva» del sistema che muove una vettura elettrica.

Comunque, anche i costruttori occidentali stanno accelerando sulla realizzazione di proprie gigafactory (Stellantis, ad esempio, ne avrà tre in Europa, di cui una in Italia, a Termoli).

Il problema per tutti, secondo McKinsey, riguarda oltre ai costi stellari l’efficienza operativa. «Se la domanda mondiale di veicoli elettrici crescerà come previsto avverte la società internazionale di consulenza entro il 2030 il settore avrà bisogno di 200 nuove gigafabbriche, oltre alle 130 già esistenti, che rappresentano oltre 400 miliardi di dollari di capitale investito.

E se un impianto da 50 gigawattora raggiunge solo il 66% della produzione annuale prevista, potrebbe perdere circa 500 milioni di dollari di valore l’anno, trasformando un profitto modellato del 6% in una perdita potenziale dell’8%».

McKinsey evidenzia, inoltre, come «il settore cambi così velocemente e la tecnologia delle batterie avanzi così rapidamente che le aziende devono essere agili nell’adattare i loro sforzi di reclutamento e formazione». Insomma, tante sfide nelle sfide.

L’analisi prosegue con lo stato dell’arte delle infrastrutture di ricarica, punto dolente ricordiamo noi per l’Italia, fanalino di coda in Europa.

Gli Usa dispongono attualmente di circa 100mila stazioni di ricarica pubbliche, numero che potrebbe aumentare a 1,2 milioni entro il 2030.

In Cina, le stazioni di ricarica pubbliche dovrebbero passare dagli attuali 1,15 milioni a 5 milioni sempre per il 2030, quando saranno in circolazione oltre 100 milioni di auto a batteria.

Analogamente, in Europa queste stazioni dovrebbero salire da 2,9 milioni a 6,8 milioni, da 340mila nel 2021. «La maggior parte dei Paesi ricorda però il report non ha ancora stanziato fondi sufficienti per sostenere la necessaria espansione dell’infrastruttura di ricarica».

E il prossimo passo dell’industria automobilistica? McKinsey lo ha individuato nelle vetture autonome.

Si ritiene, conclude lo studio, che i veicoli altamente o del tutto autonomi potrebbero superare i progetti pilota e arrivare in strada dopo il 2025.

I camion che effettuano viaggi hub-to-hub sulle autostrade potrebbero essere i primi a ricevere l’ok a fini commerciali».

E qui entrano in gioco i costruttori. «Se realizzeranno campagne pubbliche per educare i cittadini alla sicurezza e ai vantaggi dei veicoli a guida autonoma, potranno contribuire ad accelerarne la diffusione».

Cancro, un vaccino è capace di “istruire” il sistema di difesa e migliorare la risposta contro il tumore


Un vaccino anticancro, che sfrutta un virus come cavallo di Troia per istruire il sistema immunitario a riconoscere le cellule tumorali, è in grado di attivare la risposta immunitaria contro il tumore e può migliorare l’efficacia dei farmaci immunoterapici.

E’ la scoperta dei ricercatori Armenise-Harvard di immunoregolazione presso l’Italian Institute for Genomic Medicine con sede all’Irccs, Fondazione del Piemonte per l’Oncologia di Candiolo. 

L’efficacia del vaccino La scoperta è stata illustrata in uno studio pubblicato su Science Translational Medicine e realizzato in collaborazione con la biotech svizzero/italiana Nouscom.

Il vaccino si è mostrato efficace, in associazione a un farmaco immunoterapico, su 12 pazienti con un sottotipo di tumore del colon in fase metastatica.

Dati promettenti “Considerato che la tecnica per realizzare questi vaccini è decisamente collaudata e che i dati ottenuti nella prima sperimentazione clinica sono molto promettenti, si prospetta la concreta possibilità di creare nuovi vaccini efficaci contro molti altri tipi di cancro”,

ha detto Luigia Pace, direttrice del laboratorio di immunoregolazione Armenise-Harvard. 

Dall’Usutu al West Nile, l’estate dei «nuovi» virus. Ma devono preoccuparci?


I primi due casi di Usutu, entrambi asintomatici, sono stati identificati in Friuli Venezia Giulia.

Si tratta di un virus che prende il nome dal fiume africano nei pressi del quale fu isolato il primo positivo nel 1981. Viene trasmesso all’uomo dagli animali, anche se di rado, e solitamente ha una buona prognosi. Probabilmente ne sentiremo parlare. Come sta avvenendo per un parente prossimo dell’Usutu, il West Nile virus che provoca la febbre del Nilo, che è stato isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda e che ieri ha fatto una vittima nel Bresciano.

Nulla di nuovo sotto il sole asfissiante di questa estate. O meglio, di nuovo ci sono gli allarmi.

Perché fino al 2019, prima cioè dell’avvento dell’ultimo nato in casa coronavirus, il Sars-CoV-2, le malattie infettive erano confinate nell’anonimato. Persino per l’industria farmaceutica tranne rare eccezioni virus e batteri, per anni, sono stati un capitolo di serie B.

Esclusi dalla dignità mediatica riservata agli avanzamenti della ricerca. E men che meno dal calderone dell’informazione quotidiana. La stessa che oggi si allarma per due casi asintomatici di Usutu, oppure per i 35 casi accertati in 4 anni nessuno letale di Langya, che appartiene alla famiglia degli Henipavirus, di cui fanno parte altri pericolosi patogeni come Hendra e Nipah, di solito presenti nei pipistrelli e capaci di infettare anche l’uomo, con tassi di mortalità importanti. Le 35 infezioni sono state registrate in Cina. Nessuno dei positivi ha avuto conseguenze gravi ma questo può voler dire poco.

Ogni nuovo parassita diventa un motivo di paure e angosce, ora che i media hanno scoperto la rete di sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute.

Eppure con i virus conviviamo da millenni. E tanti di loro sono noti da decenni. È così per il vaiolo delle scimmie, un’infezione zoonotica (trasmessa dagli animali) che ha questo nome perché fu identificata nelle scimmie nel 1958, mentre il primo caso nell’uomo risale al 1970.

È endemico nelle regioni della foresta pluviale tropicale dell’Africa centrale e occidentale. Anche in questo caso i sintomi tendono a risolversi in 2-4 settimane, senza bisogno di trattamenti. Ma in alcuni casi l’infezione può portare a complicazioni importanti. Contro questa patologia risulta comunque efficace il vaccino contro il vaiolo.

Sono meno di 1.000 i casi in Italia, l’età media dei contagiati è 37 anni, quasi mai donne, la malattia interessa soprattutto persone gay, trasgender, e coloro che hanno una vita sessuale promiscua.


E molto timore, con proiezioni affrettatamente catastrofiste, ha provocato, il 5 aprile scorso, l’informativa del Regno Unito all’Oms che riferiva un incremento di casi di epatite acuta grave a eziologia sconosciuta in bambini di età inferiore ai 16 anni.

L’epatite determinò il ricovero di alcuni bambini, in qualche caso è stato necessario un trapianto di fegato.

Pure in questa occasione i social provarono a battere i media tradizionali nell’“accuratezza” delle informazioni e, di colpo, il collegamento tra queste manifestazioni cliniche e il vaccino anti-Covid accese le “intelligenze” dei tuttologi da tastiera, dei complottisti, dei No-vax in vena di incontestabili lezioni, come sempre privi di fonti degne di tal nome, accomunati dal rifiuto della scienza, le cui previsioni erano drammatiche per numero di casi e gravità.

La notizia perse di importanza quando il sistema di sorveglianza europea segnalò che, al 30 giugno, i casi erano 473, di cui uno mortale.

Ciò che dovrebbe farci davvero paura e gli esperti continuano a ripeterlo è che stiamo antropizzando il pianeta in pochi decenni, devastando, deforestando, distruggendo faune selvatiche e nicchie ecologiche di batteri, funghi, animali, vegetali sconosciuti, ed entrando in contatto con virus che potrebbero avere 4 milioni di anni e che non avremmo mai dovuto incontrare.

“Bollette di cittadinanza”. Ora dovremo pagare pure per i clienti morosi


Scatta l’ora delle «bollette di cittadinanza». Con il prezzo del gas fuori controllo a 200 euro a megawattora il mercato è talmente imballato che sono sempre meno i fornitori che s’impegnano per i consumi invernali di condomini e di grandi consumatori che non presentino garanzie adeguate.

«Anche se il gas ci fosse è una questione di rischi, a prescindere dal prezzo», ci dice un trader che lavora in una multiutility del Nord. Dove ci sono rischi il fornitore preferisce rescindere unilateralmente e anticipatamente il contratto.

E cosa succede? Che i morosi e i clienti che i fornitori considerano a rischio insolvenza finiranno nella cosiddetto mercato di salvaguardia, coperto dal 2018 dai cosiddetti «oneri di sistema», una delle voci in bolletta che il governo ha deciso di «sterilizzare».

E se non dovessero pagare, il loro costo sarà coperto dalla fiscalità generale. Quindi da noi. Si chiama «socializzazione degli oneri non esigibili». Ma fino a quando?

Come denuncia l’Autorità che vigila sulle bollette Arera in una segnalazione a governo e Parlamento intercettata dal Messaggero servono «interventi straordinari per riequilibrare domanda e offerta, e contenere i prezzi», in vista di «un ulteriore incremento delle bollette per le famiglie, stimabile oggi di oltre il 100% rispetto al trimestre in corso».

Un allarme che aveva lanciato qualche settimana fa anche la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. Ognuno dei circa 150 fornitori di gas ha clienti a rischio e no. Quelli a rischio sono coloro che hanno già saltato il pagamento di qualche bolletta o che hanno informato il fornitore che avevano difficoltà a pagare.

Di solito il fornitore viene loro incontro rateizzando. Non sarà più così. «In soldoni: se uno non paga è difficile che, in questa situazione, gli chiudano il gas e così finisce in salvaguardia. Quindi più aumenta la morosità più sono quelli che finiscono in salvaguardia», spiega l’esperto di mercato dell’energia Edoardo Beltrame. Ma quanto potrà durare la salvaguardia?

«A gennaio, quando dovrebbe terminare il mercato tutelato, tutti i morosi saranno finiti in salvaguardia. E se cercherai gas sul libero mercato o darai garanzie o resterai senza gas, che tu sia un condominio o una piccola-media impresa. Salterà il sistema e si dovrà finanziare la salvaguardia. E quando tornerà il gas, perché tornerà, non ci sarà più il mercato che abbiamo oggi».

Se saltano i clienti saltano i fornitori. Dei 150 attuali, solo una trentina hanno le spalle grosse e saranno quelli che sopravvivranno».

Tra l’altro la stessa Arera venerdì scorso ha modificato l’indicizzazione del prezzo del gas (dal prezzo olandese a quello «italiano») per i clienti «sotto tutela», costringendo tutti gli operatori a modificare di corsa le proprie coperture, generando un aumento dei prezzi.

«Se fino a ieri il prezzo di ottobre, novembre e dicembre sarebbe alto sì ma fisso e noto a fine agosto, da domani sarà noto alla fine di ogni mese, dunque più esposto e imprevedibile, viste le minacce russe», spiega ancora il trader.

Una follia, perché per i fornitori vuol dire esporsi finanziariamente.

Poi c’è il tema dei cosiddetti extraprofitti. Il governo aveva deciso di finanziare gli oneri di sistema tassando il surplus di ricavi delle società energetiche al 25%, stimando entrate extra per circa 23 miliardi.

Ma come ha scritto ieri il Sole24Ore al 30 giugno l’acconto che andava pagato al ministero dell’Economia era piuttosto magro, e le stime si sono ridotte del 90% a poco più di 2 miliardi.

Sugli extraprofitti è inevitabile una raffica di cause perché i parametri su cui calcolarlo sono complessi e variabili. Un finanziatore di rinnovabili che preferisce rimanere anonimo dice «Prima di ridare indietro gli extraprofitti passeranno 10 anni per le cause».

E intanto noi paghiamo.

Long Covid, l’Oms: “E’ una pandemia ombra”


Bologna, 19 luglio 2022 L’ondata estiva di Covid porta con sè l’allarme di Oms Europa, il cui direttore Hans Kluge invita a considerare il Long Covid ovvero sintomi e stanchezza che si protraggono anche per mesi una ‘pandemia ombra’.

D’altro canto, in Italia e con l’approcciarsi delle vacanze, il tracciamento del maledetto virus sembra sempre più difficile, anche perché passa l’idea che le nuove varianti abbiano sintomi molto meno gravi. Ma secondo gli ultimi studi a soffrire di long Covid in realtà è un paziente su tre.

L’allarme di Oms Europa e cosa fare

“Continuo a chiedere ai Paesi di riconoscere il problema del Long Covid e investire nella ricerca necessaria per rispondere alla pandemia ‘ombra’”, sostiene Kluge.  

A causa della continua evoluzione del coronavirus Sars-CoV-2, fa notare l’esperto, “si stanno verificando reinfezioni”, contagi ripetuti, “e ogni nuova infezione potrebbe portare al Long Covid.

E’ necessario fare molto di più per stabilire le ‘best practice’ per il rilevamento di questi casi, il trattamento e la riabilitazione dei pazienti affetti da Long Covid”, esorta il direttore di Oms Europa.

Il caso del Regno Unito

 “Facendo dilagare il virus incontrollato, il Regno Unito ha registrato un terrificante record di 80.000 persone non più abili al lavoro a causa del Long Covid, oltre ai costi umani i costi economici sono altissimi.

Crazy”, segnala su Twitter Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, Roberto Speranza, e professore di Igiene all’Università Cattolica.

E anche Kluge, in effetti, cita il caso della Gran Bretagna, dove “si stima che 2 milioni di persone il 3% della popolazione soffrano da tempo di Covid”.

Long Covid, i sintomi

Secondo il portale dell’Istituto superiore di Sanità, a livello generale i sintomi del Long Covid sono fatica persistente, stanchezza eccessiva, debolezza muscolare, dolori diffusi e peggioramento dello stato di salute percepito.

Ma possono protrarsi anche sintomi respiratori come dispnea, tosse persistente e diminuzione della capacità di espansione della gabbia toracica.

Infine ci sono i sintomi cardiovascolari: Senso di oppressione e dolore al petto, tachicardia e palpitazioni al minimo sforzo, aritmie e variazione della pressione arteriosa

Long Covid: ne soffre un paziente su tre

Secondo l’Oms il Long Covid ufficialmente definito “post Covid-19 condition” comporta una condizione di persistenza di segni e sintomi che continuano o si sviluppano oltre le 12 settimane dal termine della fase più grave della malattia. 

Tosse persistente, difficoltà a respirare, stanchezza o debolezza muscolare: questi i sintomi più comuni associati al Covid, anche a guarigione avvenuta. 

Che il Long-Covid possa accompagnare anche persone che hanno avuto soltanto la febbre, la tosse e un pò di spossatezza non è da escludere. Secondo le stime, infatti, a soffrirne è un paziente su tre. 

L’unità di Day Hospital della Fondazione Policlinico Universitaria Agostino Gemelli di Roma che segue i pazienti con Covid in fase post-acuta, in uno studio condotto su 658 pazienti, ha osservato una correlazione diretta tra incremento del rischio di disfunzione endoteliale e severità dell’infezione da Covid. In particolare, i soggetti ospedalizzati per Covid hanno mostrato un’alterata funzione endoteliale tre mesi dopo la fase acuta con una compromissione della funzione polmonare.

“Vi spiego perché rischiamo il lockdown energetico”


«Possiamo dire che siamo in un’economia di guerra». Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, non ha dubbi sulla criticità del momento e avverte: «Dobbiamo prepararci a misure da austerity come non abbiamo mai visto negli ultimi 50 anni».

Il Dl Aiuti non basta?

«No, il Dl Aiuti è il sesto pacchetto di una serie di misure che sono partite un anno fa, ma sono tutte solo misure tampone».

Un ritorno al voto può aggravare la crisi?

«Ora nessun governo è in grado di affrontare in maniera strutturale la crisi. Per farlo, servono anni».

Rischiamo davvero di ritrovarci con un lockdown energetico?

«È un rischio concreto. Se la Russia ci taglia tutte le forniture di gas, potremmo essere costretti per alcuni giorni a chiudere le scuole, gli uffici pubblici e le fabbriche, proprio come durante la pandemia».

Quanto manca per soddisfare il nostro fabbisogno energetico?

«L’Italia, con le rinnovabili, è scesa dall’80% al 74% di dipendenza dall’estero. Un risultato un po’ misero dopo 30 anni di investimenti».

Quanto ci vorrà per diventare indipendenti dalla Russia?

«Quattro o cinque anni. Per il prossimo inverno abbiamo trovato delle alternative, anche con misure eccezionali come la riapertura delle centrali a carbone, solo per 15 dei 29 miliardi di metri cubi di gas che abbiamo importato dalla Russia l’anno scorso».

Quante sono le risorse naturali non sfruttate?

«Quelle accertate sono circa 100 miliardi di metri cubi di gas e ogni anno ne consumiamo 76, ma sono 30 anni che non facciamo ricerca. Ci sono centinaia di migliaia di metri cubi di risorse da usare, ma non riusciamo a sfruttare neanche le poche già scoperte».

E per il petrolio?

«Abbiamo il più grande giacimento su terra in Europa, quello in Basilicata, ma ha una produzione limitata che non arriva a 100mila barili al giorno. Abbiamo due giacimenti che potrebbero dare una produzione almeno tre volte superiore, ma non se ne parla perché in Italia tutti sono contro le trivelle».

Quali sono le criticità del Pitesai?

«Neanche l’arrivo della crisi ha modificato in maniera decisa la versione finale di questo disordinato e contraddittorio documento che blocca e riduce la produzione di idrocarburi, ciò che proponevano i suoi principali artefici, i Cinquestelle».

Perchè?

«Perché chi lo ha predisposto è convinto, secondo me a torto, che basti vietare la produzione di gas e petrolio per avere automaticamente il passaggio alle fonti rinnovabili. Se queste ultime ci fossero davvero, sarebbero sfruttate senza bisogno di divieti».

Cosa pensa del piano europeo per sganciarci dalla dipendenza del petrolio russo?

«Penso male perché noi abbiamo bisogno di rimandare la chiusura delle centrali nucleari e aprire quelle al carbone. Poi, ben vengano le rinnovabili, ma questo inverno avremo grandi problemi perché, in caso di ulteriori ritorsioni russe, passeremo dei giorni un po’ più al freddo e con le luci un po’ più spente».

Crisi del gas: a che punto è l’Europa e perché non c’è il tetto al prezzo


Il Consiglio Europeo concluso il 24 giugno non ha dato la svolta sulla crisi del gas. O meglio, sul tetto al prezzo del combustibile, tanto voluto da Draghi, ma accolto più tiepidamente da altri membri.

Intanto, proprio la quotazione di riferimento europea è schizzata oltre i 130 euro a megawattora, lasciando irrisolto il problema dell’inflazione energetica.

Mentre la Germania ha avviato la seconda fase del piano di emergenza e l’Italia osserva attenta gli stoccaggi per l’inverno, seminando una certa sicurezza, la corsa per non restare nella trappola russa prosegue.

Da dove sta arrivando il gas in Europa? Perché il tetto al prezzo è saltato e in quale condizione si trova il continente? Il punto della situazione.

Tetto al prezzo del gas: non c’è accordo in Ue, i motivi

L’enigma dei prezzi elevati dell’energia ha dominato la discussione di venerdì del Consiglio Europeo, ma alla fine non sono emerse soluzioni chiare e condivise.

Su sollecitazione di Draghi, si era parlato di convocare un vertice straordinario a luglio per focalizzare la questione del gas, con eventuale meccanismo per il tetto al prezzo, ma l’ipotesi è stata bocciata.

I leader dell’Ue hanno concluso il loro vertice impegnandosi a “garantire un più stretto coordinamento energetico” tra loro e hanno invitato la Commissione a presentare a settembre una relazione sui modi per tenere sotto controllo i prezzi dell’energia, ribadendo un appello a esplorare la fattibilità del price-cap.

Draghi lo ha definito un “risultato soddisfacente” e ha affermato che la questione sarà discussa di nuovo in un vertice di ottobre. Le cose si stanno muovendo secondo il presidente del Consiglio.

Sarà davvero così? La soglia per il tetto al prezzo del gas è stata stimata nel range 80-90 euro per megawattora e, considerando i picchi sui 140 che di nuovo ha toccato la materia prima ad Amsterdam in questa settimana, sarebbe una notizia importante per i consumatori.

Tuttavia, alcuni Paesi, come l’Olanda, hanno nicchiato all’idea, per timore che ci sia una distorsione della liberalizzazione del mercato. La misura, secondo l’Italia e Draghi, significherebbe innanzitutto diminuire le entrate di Gazprom, che non può portare il gas destinato all’Europa in altri mercati.

Vero è che resta l’incognita di come funzionerebbe questo tetto: sarebbe valido solo per gli acquirenti europei del gas russo o verrebbe esteso ad altri mercati?

I Paesi del Medio Oriente e dell’Asia, produttori ed esportatori del combustibile, come si comporterebbero? Senza l’applicazione di questo limite, la loro concorrenza si rafforzerebbe.

“Il problema è che non possiamo imporre il tetto solo alla Russia, quindi, una volta applicato non sappiamo come reagirebbero altri produttori, ad esempio l’Algeria, nei confronti del mercato europeo”, ha commentato Gianclaudio Torlizzi, esperto di commodity.

In attesa di novità, l’inflazione energetica sale in Europa e la Bce si dirige verso i rialzi dei tassi.

Quale gas sta arrivando in Europa?

Aspettando misure nuove, cosa succede concretamente ai flussi di gas verso l’Europa? Qualcosa è di certo cambiato dall’inizio della guerra a oggi, a discapito delle vendite russe.

Più Gnl, con il rischio scarsità offerta a causa anche delle richieste in Asia, maggiore ruolo dell’Algeria e più spazio alla Norvegia: questo sta emergendo nel nuovo scacchiere geopolitico delle forniture all’Europa.

C’è un 75% in meno di combustibile dalla Russia, ma il fabbisogno del continente non è ancora soddisfatto. E se Mosca decide di usare il gas come ricatto chiudendo ancora i rubinetti, il prezzo salirà con gravi conseguenze per l’Europa.

ARRIVA IL GIRO


Il 18 maggio il Giro d’Italia fa tappa a Reggio Emilia.

La città sarà protagonista dell’arrivo della 11° tappa Santarcaneglo di Romagna – Reggio Emilia, una tappa di pianura lunga 203 km che vedrà i campioni del ciclismo mondiale arrivare in volata a Reggio alle ore 17. L’edizione del 2022, che sarà la 105^ edizione della manifestazione, inizierà il 6 maggio e terminerà il 21 maggio dopo 21 tappe.

L’arrivo in città

I ciclisti, in arrivo da Carpi, imboccheranno via Lenin all’altezza della rotatoria per poi proseguire verso la città attraversando via degli Azzarri, via Fleming, via Marelli, via Pasteur, via Amendola, via Emilia Ospizio. In piazza del Tricolore svolteranno a destra su viale Piave per proseguire in velocità su viale Isonzo dove è previsto l’ARRIVO all’altezza della ex- caserma Zucchi (Open Village della manifestazione).

I partner degli eventi

Nell’attesa del Giro, dal 30 aprile al 18 maggio, la città sarà animata da un ricco cartellone di eventi.

Il programma è a cura di marco Pastonesi – scrittore e giornalista – e della @bibliotecadellabiciclettaLucosCozza.
Gli eventi sportivi sono realizzati in collaborazione con: CONI, FCI, ACSI, AICS, CSI, UISP, US ACLI, Fiab RE Tuttinbici Aps, ASD Cooperatori.

Le iniziative nei Nidi e nelle Scuole dell’Infanzia sono a cura di: Fondazione Reggio Children Centro Loris Malaguzzi, Istituzione Nidi e Scuole d’Infanzia, Pause Atelier dei Sapori, Reggio Children Srl, Remida Centro di Riciclaggio Creativo.

Gli sponsor del Comitato Tappa locale

Sono in tutto 17 gli enti e le aziende private che fanno parte del Comitato di Tappa locale e che sponsorizzano la manifestazione sportiva.

Tutte le tappe del Giro d’Italia a Reggio Emilia

Prima del 2022, il Giro d’Italia è stato a Reggio Emilia sette volte.
La prima volta nel 1927, il 17 maggio, con arrivo della seconda tappa partita da Torino, vinta dal leggendario Alfredo Binda, e partenza da Reggio il giorno seguente per Lucca, con vittoria dello stesso Binda, che vinse poi il Giro.

La seconda volta fu nel 1947, il 26 maggio: terza tappa Genova – Reggio Emilia, vinta da Luciano Maggini; da Raggio si ripartì il giorno seguente per Prato, con tappa vinta da Fausto Coppi, che vinse anche il Giro.
Poi, nel 1983, il 25 maggio, con l’arrivo della dodicesima tappa Pietrasanta – Reggio Emilia, vinta da Alf Segersall e partenza il giorno seguente per Parma (gara a cronometro individuale), vinta da Giuseppe Saronni, che vinse il Giro.

Quindi nel 2001, il 27 maggio, l’ottava tappa Montecatini Terme – Reggio Emilia, vinta da Pietro Cauccioli e partenza il giorno seguente per Rovigo, dove arrivò primo al traguardo Mario Cipollini (quell’anno il Giro fu vinto da Gilberto Simoni).
Nel 2007, il 21 maggio, dopo il trasferimento da Fiorano, partenza della nona tappa Reggio Emilia – Lido di Camaiore, vinta da Danilo Napolitano (Giro vinto da Danilo Di Luca).

In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, nel 2011, il 9 maggio, dopo il trasferimento da Parma, partì da Reggio Emilia la terza tappa, per Rapallo, vinta da Angel Vicioso, mentre il vincitore del Giro fu Michele Scarponi.
Infine nel 2017 Reggio Emilia è stata protagonista di una doppia tappa di arrivo e di partenza che ha reso omaggio alla città nel 220° della nascita della bandiera Tricolore: vincitore il colombiano Fernando Gaviria.

VI ASPETTIAMO TUTTI QUANTI

A REGGIO EMILIA IL 18 MAGGIO 2022

Guerra in Ucraina: è allarme per la carenza di grano


La carenza di grano sta mettendo a rischio i beni alimentari tutto per colpa della guerra in Ucraina mossa dalla Russia.

E’ David Beasley, il numero uno del PAM, il Programma Alimentare Mondiale dell’Onu che lancia l’allarme.

La metà del grano che noi compriamo arriva dall’Ucraina, e ci permette di nutrire 125 milioni di persone. E quindi è un problema molto grave se non riusciamo a riportare i contadini nei campi, non alcuni contadini, tutti. In modo che possano seminare, spargere i fertilizzanti e mietere.

Ed è ugualmente importante riaprire i porti del Mar Nero.

Il cibo diventa così una vera e propria arma di guerra visto che, bloccare l’agricoltura ucraina significa ridurre alla fame una grande parte del mondo.
Libano, Egitto e Nord Africa fanno i conti con gli aumenti del prezzo del pane.

E l’Italia? Anche nel nostro paese è boom dei prezzi.

Secondo Assoutenti, Ferrara è la città dove il prezzo del pane raggiunge il livello più elevato.

In base alle ultime rilevazioni del Mise, qui un chilo di pane fresco realizzato con farina di grano costa fino a 9,8 euro (quotazione massima), mentre il prezzo medio si attesta a 5,31 euro al kg.

Al secondo posto si piazza Forlì, dove il prezzo massimo del pane fresco è di 9 euro al kg (4,37 euro il prezzo medio).

Carissima anche Venezia, dove un chilo di pane fresco è venduto in media a 5,52 euro (8,5 euro la quotazione massima).

Per rispondere alle difficoltà di approvvigionamento dall’estero determinate dalla guerra, Coldiretti avanza la sua proposta: coltivare da quest’anno 75 milioni di quintali in più di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e tenero per la panificazione.

Così il presidente della Coldiretti Ettore Prandini in occasione del tavolo sull’emergenza grano convocato al Ministero delle Politiche Agricole dal Sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio sulla carenza di materie prime che ha costretto ai primi razionamenti negli allevamenti ma anche nei supermercati.

Proponiamo all’industria alimentare e mangimistica ha affermato Prandini di lavorare da subito a contratti di filiera con impegni pluriennali per la coltivazione di grano e mais e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti nel rispetto della nuova normativa sulle pratiche sleali, per consentire di recuperare livelli produttivi già raggiunti nel passato.

COME SARA’ IL MONDO SE DOVESSE SUCCEDERE L’INREPARABILE ?

FERMATEVI TUTTI, FINCHE’ SIETE IN TEMPO.

Mosca blocca il gas a Polonia e Bulgaria


La guerra del gas tra Russia e Unione europea prosegue. Gazprom ha sospeso le forniture a Polonia e Bulgaria con conseguente aumento dei prezzi.

Immediate le risposte delle cancellerie dei Paesi europei e di Bruxelles. La Bulgaria ha assicurato di avere riserve sufficienti per un altro mese, mentre Ursula von der Leyen ha promesso che l’Europa non cederà ai “ricatti di Mosca” e che “la risposta sarà immediata, unita e coordinata”.

E assicura che i due Paesi colpiti “stanno ricevendo gas dai loro vicini europei”.

Da Snam, invece, hanno fatto sapere che “i flussi di gas dalla Russia in entrata in Italia dal Tarvisio sono regolari”.

Ma Mosca, tramite il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, ha minacciato altri provvedimenti: “Se qualcuno rifiuta di pagare con il nuovo sistema, sarà attuato il decreto del presidente russo”.

E Gazprom ha fatto sapere che quattro acquirenti europei hanno già pagato in rubli il gas e dieci hanno aperto i conti presso Gazprombank necessari per assecondare la richiesta di Mosca di pagare in valuta locale.

Vienna l’ha definita una “fake news”.

Inflazione e recessione fanno più paura della guerra


L’inflazione e la recessione (71% totale delle risposte) preoccupano più della guerra (51%), quasi nove italiani su dieci continuano a percepire una crescita dei prezzi e solo il 27% delle famiglie (livello più basso degli ultimi due anni) ritiene che questo sia un buon momento per fare acquisti importanti.

Pur con questi timori, l’Osservatorio Findomestic di aprile, realizzato dalla società di credito al consumo del gruppo Bnp Paribas in collaborazione con Eumetra rileva che, rispetto al mese di marzo, le intenzioni di acquisto a tre mesi sono tornate a crescere in tutti i segmenti tranne nel settore delle auto usate.

«Nonostante il difficile contesto spiega Claudio Bardazzi, responsabile dell’Osservatorio Findomestic gli italiani non rinunciano a programmare acquisti, anche importanti, a breve termine: dopo la discesa di marzo, aprile mostra intenzioni d’acquisto in crescita in quasi tutte le categorie monitorate.

La casa resta al centro dei progetti di spesa, ma anche l’auto è in ripresa (+13,7%) sull’onda dell’annuncio dei nuovi incentivi governativi».

TRA I VEICOLI È FERMO SOLO L’USATO, CRESCE L’ELETTRIFICATO.

Nell’ultimo mese l’annuncio di nuovi incentivi da parte del governo ha spinto le intenzioni d’acquisto di auto nuove (+13,7%), mentre sono momentaneamente “ferme” quelle per le usate: -1,9%.

Tra chi pensa all’acquisto di un’auto nuova cresce la preferenza per quelle elettrificate (+13,9%).

Ma sono le due ruote a registrare gli incrementi più elevati: +22,1% per moto e scooter, +60,1% per quelli elettrificati (full electric o ibridi) che, grazie anche all’arrivo della bella stagione, raggiungono livelli record negli ultimi 12 mesi.

Per la nuova mobilità in città le intenzioni d’acquisto si attestano sui livelli più alti dell’ultimo anno: + 17,9% le e-bike e + 14% i monopattini elettrici.

NEL SETTORE “CASA” NUOVO RECORD PER I MOBILI.

La corsa delle intenzioni d’acquisto di mobili su livelli molto alti da oltre un anno fa segnare nuovi picchi: +21,5% ad aprile.

Quasi il 40% (37,8%) del campione ha intenzione di acquistare arredo nei prossimi 3 mesi.

In positivo anche la propensione all’acquisto di case e appartamenti (+4,5%) e le intenzioni di ristrutturare (+2,7%).

Sempre più persone pensano di dotare la propria abitazione di un nuovo TV o Hi-Fi (+16,4%) o di un grande elettrodomestico (+14,2%) mentre resta stabile su livelli elevati il desiderio di acquistare piccoli elettrodomestici.

Resta alta anche l’attenzione verso l’efficienza energetica della casa: +3,3% per gli impianti fotovoltaici e +35,3% per i nuovi infissi, anche questo un settore che ad aprile ha raggiunto i livelli massimi dell’ultimo anno.

DISPOSITIVI TECNOLOGICI IN CRESCITA, STABILE LA TELEFONIA.

Se la telefonia rimane sui livelli di marzo, l’Osservatorio Findomestic rileva intenzioni d’acquisto in aumento sia per PC e accessori (+7,1%) che per tablet e e-book (+13,3%), entrambi su livelli mai toccati prima negli ultimi 12 mesi.

Con la prospettiva di qualche viaggio primaverile o estivo, sale del 15% la propensione all’acquisto anche di fotocamere e videocamere.

I VIAGGI A LIVELLI MASSIMI DA OLTRE UN ANNO.

L’incremento delle intenzioni d’acquisto di viaggi e vacanze del 12,6% registrato dall’Osservatorio Findomestic di aprile è solo l’ultima conferma di una graduale, ma costante ripartenza del settore avviata da settembre 2021.

Oltre 6 intervistati su 10 hanno intenzione oggi di concedersi un viaggio nei prossimi tre mesi.

L’arrivo della bella stagione spinge anche attrezzature e abbigliamento sportivi (+14,8%) e le attrezzatture per il fai-da te: +28,7%.

Razionamento – Condizionatori, stretta sui consumi.


L’imperativo di diversificare gli approvvigionamenti di metano smontando progressivamente la dipendenza da Mosca che, al momento, fornisce all’Italia il 38% del suo fabbisogno.

Ma soprattutto l’obbligo di cominciare a razionare i consumi di uffici ed abitazioni.

Perché coprire per intero, da subito, le forniture russe non è praticabile.

Se però l’Europa dovesse adottare la linea più dura procedendo all’embargo del metano, il piano nazionale è quello di limitare i consumi, pompando le riserve attuali nella stagione estiva per non trovarsi scoperti in inverno quando il metano serve per alimentare le centrali termiche degli edifici necessarie per i riscaldamenti.

Così da maggio il governo dà il via all’«operazione termostato».

Un emendamento al decreto Bollette prevede in tutti gli uffici pubblici al netto di ospedali e case di cura di tenere i condizionatori a non meno di 27 gradi con una tolleranza massima di due (dunque 25 gradi).

In inverno invece i riscaldamenti dovranno rispettare il limite di 19 gradi, con una tolleranza fino a 21.

L’obiettivo è ridurre i consumi di metano per 4 miliardi di metri cubi all’anno.

Oggi il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e il collega agli Esteri, Luigi Di Maio, voleranno prima in Angola e poi in Congo dove incontreranno i ministri omologhi.

In Angola è prevista la firma di una dichiarazione di intenti che, per conto di Eni (per questo in missione ci sarà anche l’amministratore delegato Claudio Descalzi) prevede nuova capacità di liquefazione del gas realisticamente attorno agli 1,5 miliardi di metri cubi all’anno dal 2023.

Eni ha una quota, del 13,6%, di Angola Lng la cui capacità di liquefazione è pari a 5,25 milioni di tonnellate all’anno.

E fa parte di un altro consorzio con un nuovo progetto di estrazione.

In Congo le forniture sarebbero tarate attorno ai 5 miliardi di metri cubi ma dal secondo trimestre 2023.

Ieri mattina il presidente del Consiglio, Mario Draghi, fermo in Umbria a causa del Covid, ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Repubblica del Congo, Dénis Sassou N’Guesso.

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La lista dei Paesi che hanno la bomba nucleare


Chi produce energia nucleare nel mondo

Il fatto è che il nucleare nel mondo è tantissimo e i Paesi che possiedono un arsenale atomico sono moltissimi, molti di più di quanto si immagina.

La mappa sopra è stata redatta dall’International Atomic Energy Agency (Iaea) e riassume tutti i programmi nucleari di tutti i Paesi del mondo. Almeno quelli conosciuti.

Nella mappa sopra sono indicate precisamente quali sono le attività in campo nucleare: produzione di energia nucleare, ricerca o militare. 

I Paesi che possiedono arsenali comprensivi della bomba nucleare sono 9: Russia, Usa, Gran Bretagna, Francia, Cina, Pakistan, Israele, Corea del Nord e India. 

Per quanto riguarda Israele ufficialmente non è titolare di testate nucleari anche se ufficiosamente si sa che dovrebbe averne attive 80.

In Cina sono in costruzione 24 centrali nucleari

Un discorso a parte va fatto per la Cina che punta moltissimo sulla produzione di energia dal nucleare. 

Le centrali nucleari in costruzione sono ben 24 e dovrebbero aumentare la produzione di energia da nucleare del 66%. Sempre a proposito di nucleare per uso civile, le centrali in tutto il mondo sono 440 (almeno quelle di cui si ha notizia), in 32 Paesi.

La produzione complessiva di energia è pari a 370 GW, cioè il 16% di tutta l’energia prodotta nel mondo. E sapete quali sono i Paesi con il maggior numero di reattori nucleari?

Sono solo tre i “colossi”: Usa, che ne ha ben 104, la Francia che ne ha 59 e il Giappone con 53 reattori.

Il fabbisogno energetico interno dell’Europa

In vetta alla classifica dei Paesi dove il fabbisogno energetico interno viene soddisfatto ricorrendo all’energia nucleare troviamo la Francia con il 76% di fabbisogno energetico interno, seguita dai Paesi dell’Europa dell’Est (40-50%), dall’Unione Europea (35%), dai Paesi Ocse (25%) e dall’Usa (20%).

Come si vede dai dati, dunque, l’Europa soddisfa in media soltanto il 35% del fabbisogno energetico interno usando le centrali nucleari.

La cantierizzazione di nuovi reattori nucleari

La crescente domanda di energia mondiale ha spinto alla cantierizzazione di nuovi reattori nucleari: sono 118 quelli in progettazione tra Cina, India e Russia.

Di contro, i paesi europei sono molto più scettici sul nucleare, ma le continue crisi energetiche e soprattutto il caropetrolio stanno mettendo in discussione lo sfruttamento dell’energia nucleare.

Infatti l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) stima che entro il 2050 l’elettricità di origine nucleare aumenterà in tutto il mondo.

L’energia nucleare facilita la transizione ecologica

Alla fine del dicembre 2021 una bozza della Commissione Europea ha suscitato polemiche, soprattutto tra gli ambientalisti. Il motivo?

Nel documento si sostiene che il gas e il nucleare sono strumenti che possono facilitare la transizione ecologica. 

Una centrale nucleare, secondo la CE, è di fatto una fonte di energia pulita se ha un piano di sviluppo che prevede fondi sufficienti e un adeguato luogo dove depositare i rifiuti radioattivi.

Insomma, a Bruxelles si ritiene che le centrali a gas e nucleari non siano proprio del tutto sostenibili, ma meno inquinanti del carbone.

Il nucleare nel mondo (e in Italia)

Sono, quindi, moltissimi i Paesi nel mondo che usano questa tecnologia, anche se non si direbbe abbiano le risorse per farlo.

Ad esempio: alcune repubbliche ex sovietiche continuano a fare ricerca sul nucleare mentre anche Argentina, Sud Africa e Brasile usano l’energia nucleare per produrre elettricità così come quasi tutti i Paesi dell’Europa occidentale.

L’Italia, invece, è uno dei pochi Stati che si dedica solo alla ricerca scientifica.

In ogni caso per evitare che in giro per il pianeta possa ripetersi una tragedia come quella di Chernobyl, l’Europa ha deciso di stanziare risorse tese a denuclearizzare gli Stati, anche quelli più lontani.

Le centrali nucleari in Italia

Il nostro Paese è uno dei pochi che, dopo l’incendio della centrale di Chernobyl (1986), ha interrotto la produzione nucleare.

Ma che fine hanno fatto le centrali nucleari costruite? Sul territorio italiano sono 4 le centrali nucleari, site a Trino (VC), Caorso (PC), Latina e Garigliano (CE), che sono state affidate alla Sogin (Società gestione impianti nucleari) per smantellare l’impianto e gestire i rifiuti radioattivi prodotti.

Eppure, secondo il report di Legambiente 2021 in Italia ci sono ancora 31 mila metri cubi di rifiuti radioattivi collocati in 24 impianti di 8 regioni (Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Puglia e Sicilia) e distribuiti su 16 siti che elenchiamo di seguito:

  • Rotondella (MT)
  • Sessa Aurunca (CE)
  • Caorso (PC)
  • Forlì
  • Casaccia (RM)
  • Latina
  • Ispra (VA)
  • Milano
  • Pavia
  • San Giuliano Milanese (MI)
  • Bosco Marengo (AL)
  • Saluggia (VC)
  • Tortona (AL)
  • Trino Vercellese (VC)
  • Statte (TA)
  • Palermo

I dati si riferiscono al: 2021

Cosa fare davvero in caso di un terribile attacco nucleare?


Cosa fare davvero in caso di un terribile attacco nucleare?

Tra le crescenti tensioni con le potenze nucleari mondiali, la minaccia di esplosioni diventa spaventosamente sempre più plausibile.

Il governo degli Stati Uniti ha persino aggiornato la sua guida per un attacco nucleare da quando Vladimir Putin ha messo in allerta le forze nucleari russe.

Naturalmente, nessuno vuole pensare a un’esplosione nucleare imminente, ma è sempre meglio essere informati nel caso in cui un leader mondiale con troppo potere vacilla nella direzione sbagliata.

Gli esperti hanno iniziato a condividere i loro consigli in caso di esplosione di una bomba nucleare, in particolare perché affermano che i minuti e le ore successive a un’esplosione sono estremamente critici per determinare la sopravvivenza.

Putin ha firmato il decreto che impone di pagare il gas in rubli: come funziona


Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto che impone che il gas russo venga venduto ai Paesi «ostili» solo dietro un pagamenti in rubli.

Secondo quanto riportato dall’agenzia Ria Novosti, il presidente russo avrebbe detto che i contratti esistenti saranno bloccati nel caso in cui questa domanda non venisse accolta.

L’interpretazione del decreto e delle sue conseguenze operative è però ancora poco chiara, specie perché ieri il presidente russo aveva parlato per 45 minuti al telefono con il premier italiano, Mario Draghi, e nelle scorse ore, commentando la telefonata, Draghi aveva detto di non ritenere che si fosse vicini al blocco delle forniture di gas da parte delle Russia e che le aziende europee possono continuare a pagare il gas secondo i contratti in essere in euro e dollari.

Il decreto potrebbe portare a un meccanismo di questo tipo: L’azienda importatrice (ad esempio, Eni) apre due conti bancari presso Gazprombank: uno in euro e uno in rubli; Trasferisce il pagamento nel conto in euro; A quel punto, Gazprombank vende gli euro sul mercato di Mosca e compra rubli; Gazprombank mette i rubli nel conto di Eni in rubli e trasferisce i soldi per il gas a Gazprom.

Questo schema soddisferebbe entrambe le frasi pronunciate da Putin: le aziende straniere pagherebbero il gas in rubli (a Gazprom), continuando però di fatto anche a pagarlo in euro (a Gazprombank), assolutamente come oggi.

In altre parole, questo meccanismo salverebbe le apparenze dell’ultimatum senza cambiare quasi niente nella sostanza.

Resta da vedere se i Paesi europei accetteranno questo meccanismo.

L’inquietante previsione dell’economista: “Sanzioni alla Russia? Presto…”


Le sanzioni inferte alla Russia da parte di Europa, Stati Uniti ed Occidente potrebbero non essere state la scelta migliore.

A dirlo, ed a rendere così inquieti tutti i Paesi sopracitati, è Robin Brooks, capo economista dell’IIF Institute of International Finance.

Ex uomo di Goldman Sachs e del Fondo Monteario Internazionale, Robin Brooks conosce bene l’argomento di cui sta parlando, ed esprime seri dubbi sul fatto che la mole di sanzioni possa effettivamente arrecare danno alla Russia.

L’economista, ha recentemente mostrato su Twitter un grafico in cui viene mostrato il current account surplus della Russia, ovvero l’avanzo di conto dal quale si è evince in che modo un Paese si trova nelle condizioni di prestatore netto nei confronti del resto del mondo.

Al mese di febbraio 2022, quando sono scattate le prime sanzioni in seguito allo scoppiare del conflitto, il grafico mostra un significativo impennamento della colonna.

Nel suo tweet, Robin Brooks ne spiega il significato: “Le condizioni finanziarie della Russia si stanno alleggerendo e il morso delle nostre sanzioni sta svanendo, perché le esportazioni di energia della Russia generano costantemente afflussi di valuta forte, quindi, anche se abbiamo bloccato le riserve valutarie, la Russia ne sta generando di nuove. Un boicottaggio energetico russo fermerebbe questo”.

L’economista, ovviamente, afferma di voler attendere anche i risultati di marzo per avere un quadro più ampio e dati più attendibili da esaminare.

Tuttavia, ciò comporterebbe dover “aspettare un mese, mentre la guerra in Ucraina continua”.

Secondo Brooks è possibile già comprendere cosa sta realmente accadendo: presto le esportazioni di energia diminuiranno leggermente, e questo a causa dell’autosanzione delle società occidentali. Non solo.

Anche le importazioni stanno a mano a mano diminuendo per via del periodo di recessione nel quale ci troviamo. “Quindi il current account surplus sarà enorme”, conclude il capo economista dell’ Institute of International Finance.

Ucraina, Russia minaccia Italia: “Con altre sanzioni conseguenze irreversibili”


 La Russia mette in guardia l’Italia dall’assumere un atteggiamento ancora più duro sul piano delle sanzioni e minaccia “conseguenze irreversibili”.

E’ quanto affermato all’agenzia Ria Novosti da Alexei Paramonov, direttore del dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo.

Mosca, ha detto Paramonov senza però fornire dettagli, sta lavorando a una risposta alle sanzioni “illegittime” degli Stati Uniti e dell’Unione europea.

Citando la dichiarazione del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire sui piani dell’Ue per lanciare una “guerra economica e finanziaria totale” contro la Russia.

Paramonov Alexei ha affermato: “Non vorremmo che la logica delle dichiarazioni del ministro trovasse seguaci in Italia e provocasse una serie di corrispondenti conseguenze irreversibili”.