Il premio Nobel Hoffman: “Vaccino arriverà nel 2021”


Penso onestamente, e sono personalmente convinto, che per i membri del personale sanitario” ci sarà un vaccino, “quando è sempre un po’ aleatorio dirlo, ma certamente se non sarà a Natale sarà a Pasqua, allora potremo vaccinarli. E per la popolazione generale” il vaccino ci sarà “nel corso del 2021”.

Ne è certo il Premio Nobel per la Medicina 2011 e immunologo di fama mondiale Jules Hoffman, francese di origine lussemburghese, direttore di ricerca e membro del consiglio di amministrazione del Cnrs, Direttore di ricerca emerito del Centre National de la Recherche Scientifique presso l’Istituto di Biologia molecolare e cellulare a Strasburgo, già Presidente della Académie des sciences, membro dell’Académie française.

A Milano per l’annuncio dei vincitori dei Premi Balzan, Hoffman, membro del Comitato generale premi della Fondazione Internazionale Premi Balzan e Premio Balzan 2007, ha tenuto una lectio magistralis dal titolo ‘Les pandémies dans l’histoire humaine, à la lumière du Covid-19’.

Certo, ci sono stati “due o tre casi di reinfezione ha concesso ma in biologia non è come in altre discipline, è estremamente variabile, ogni cosa è variabile, nessuno di noi somiglia totalmente all’altro“.

Ma vi giuro ha poi scherzato che verrò ancora qui per il Premio nel 2022 e sono certo che a quel punto il problema sarà stato superato“, ha sottolineato.

E perché sono sicuro?“, ha continuato. “Semplicemente perché ci troviamo di fronte ad una situazione a parte alcuni dettagli in cui cominciamo a capire bene di cosa si tratta. Siamo in una situazione in cui l’umanità non si è mai trovataabbiamo delle tecniche che sono fantastiche. L’umanità non le ha mai avute: ha conosciuto delle pandemie ma non aveva gli strumenti che abbiamo oggi per combatterle“.

Stress, isolamento, meno efficienza Ecco il lato oscuro dello smart working


Non è tutto smart il “lavoro agile di massa” di questi mesi. A dispetto della mistica talvolta eccessiva che ha esaltato questa formula come la salvezza dell’economia e dello stipendio, proprio le esperienze di questa stagione mettono in evidenza anche quello che è stato definito “il lato oscuro dello smart working”.

Un lato fatto di isolamento, stress, prigionia domestica, connessione continua o raddoppio dell’impegno (principalmente per le donne), ma anche di drastico crollo della produttività degli stessi lavoratori, come nel pubblico impiego, con la perdita verticale di efficienza nei servizi pubblici.

I numeri e le ragioni dell’impennata del fenomeno sono noti. L’emergenza Coronavirus ha imposto un’accelerazione senza precedenti.

E così, in pochissime settimane, ci siamo trovati a essere un popolo di smart workers: dati Istat alla mano, con milioni di addetti in cassa integrazione, si è passati dall’1,2 per cento all’8,8 in pieno lockdown per stabilizzarsi al 5,3 nella fase 2 e 3, ma con punte dell’80 per cento nel pubblico impiego.

Insomma, 4-5 milioni di persone, che per la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, potrebbero arrivare a 8 milioni.

La grande sperimentazione di massa della formula, però, ha fatto emergere i limiti e le controindicazioni connesse a un passaggio travolgente avvenuto largamente senza cambi di organizzazione produttiva e di mentalità, senza tecnologie adeguate, digitalizzazione diffusa e precauzioni opportune.

Tanto che, non a caso, se vi sono giganti che confermano oggi strutturalmente e per tutti la tendenza, come la Banca Schroders, altri stanno tornando indietro, almeno in parte.

Se guardiamo agli effetti “negativi” a livello individuale, un sondaggio di LinkedIn ha rivelato che una quota del 46 per cento degli italiani in smart working nel settore privato ha dichiarato di sentirsi più ansiosa e stressata per il proprio lavoro rispetto a prima, manifestando disagio, fatica, stati di agitazione, insonnia, attacchi di panico.
E non mancano esperti di medicina del lavoro che parlano di vera e propria sindrome da burnout da smart working.

Le lavoratrici con figli, principalmente, si sono trovate a vivere dentro slalom infernali tra gli impegni familiari e quelli dell’ufficio.

Ma la gestione del tempo di lavoro (con il corollario del sempre connessi) si è trasformata spesso nel contrario della flessibilità, dell’autonomia e dell’agilità lavorative: più ore di lavoro, con giornate cominciate in anticipo e finite più tardi, senza pause.

“È indubbio osserva Emmanuele Massagli, presidente di Adapt che vi sia anche un lato oscuro. Il riferimento è soprattutto ai lavoratori agili ‘forzati’, quelli che vorrebbero tornare a lavorare in gruppo. Per chi ha pochi locali a disposizione e allacciamento a internet scarso il lavoro agile può diventare fattore di stress e alienazione”.

Ma il lato oscuro del lavoro da casa tocca anche i risultati per le aziende. La mancanza di rapporti diretti e immediati tra i lavoratori e con i loro dirigenti può portare anche a cali di produttività e sicuramente riduce la creatività e la spinta all’innovazione.

“La parte individuale ha osservato Mariano Corso, dell’Osservatorio del Politecnico di Milano quella più tecnica, può essere svolta ovunque. Ma c’è una parte di relazione, quella dei corridoi, del caffè alla macchinetta che non è solo socialità, ma anche spinta all’innovazione”.

Se mal gestito, insomma, lo strumento può spingere in senso opposto. “È probabile insiste Massagli che molti vorranno tornare alla concretezza dei rapporti umani, della pausa caffè, della riunione organizzata al volo, relegando il lavoro agile in una parentesi drammatica (per le condizioni storiche) della propria esperienza”.

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Covid: ricerca italiana mostra come dimezzare morti


Con la diagnosi precoce si può dimezzare il numero dei morti tra i pazienti ricoverati per Covid nelle Terapie Intensive. È questo in estrema sintesi il risultato di una ricerca italiana condotta al policlinico Sant’Orsola di Bologna. Da mesi ormai il rapporto tra Covid e danno polmonare è sotto la lente d’ingrandimento del mondo scientifico. Una recente ricerca ha dimostrato che per tre pazienti su dieci i danni polmonari saranno cronici.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Respiratory Medicine, è stato coordinato dal professor Marco Ranieri. La ricerca ha visto la partecipazione del professor Franco Locatelli dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità e membro del Comitato Tecnico Scientifico, che sta affiancando il governo nella gestione dell’emergenza Covid.

Covid e danno polmonare: con la diagnosi precoce risultati importanti

Occorre identificare nel modo più veloce possibile i pazienti che presentano un cosiddetto doppio danno polmonare. Si tratta di persone a cui il coronavirus ha danneggiato sia i capillari, sia gli alveoli presenti nei polmoni. Sei pazienti su dieci che manifestano questo doppio danno ai polmoni muore. Se però si riesce a fare una diagnosi precoce è possibile arrivare a far scendere anche del 50% il numero delle vittime. Quando invece il coronavirus colpisce o gli alveoli o i capillari, la mortalità scende al 20 per cento.

Molti gli ospedali coinvolti

I ricercatori del policlinico emiliano hanno analizzato i dati di 301 pazienti ricoverati in diversi ospedali italiani. Oltre a quelli del Sant’Orsola e del Bambino Gesù, i pazienti ricoverati al Policlinico di Modena,  all’Ospedale Maggiore e all’Istituto Clinico Humanitas di Milano, all’Ospedale San Gerardo di Monza e al Policlinico Gemelli di Roma. Il team di esperti ha dimostrato che agendo nel più breve tempo possibile sul doppio danno polmonare si possono salvare molte vite.

Covid e danno polmonare: quali sono le conseguenze della ricerca

Per riconoscere il fenotipo del paziente, cioè il modo in cui si manifesta la malattia, è sufficiente eseguire due esami che misurino la funzionalità del polmone la distendibilità del polmone minore di 40, invece del valore di 100 e il parametro ematochimico.

Una volta identificato il doppio danno polmonare i medici potranno utilizzare le misure più innovative ed efficaci come la ventilazione meccanica. La ventilazione non invasiva invece potrà essere riservato a coloro che hanno un danno singolo, o agli alveoli o ai capillari, lasciando disponibili i macchinari per la ventilazione meccanica a chi ne ha assoluto bisogno.

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Addio a Henry Pessar, il fotografo delle star


Uno dei più famosi fotografi delle celebrità del secolo scorso. Si è spento all’età di 85 anni. Suo lo scatto di John Lennon a letto con Yoko Ono

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Henry Pessar verrà salutato con un tributo religioso alle 9,30 di venerdì 28 agosto presso il crematorio di Nizza.

Il vaccino italiano è stato testato su una volontaria


È iniziata allo Spallanzani la sperimentazione del vaccino italiano contro il Covid-19. Alle 8.30 è stata inoculata la prima dose al primo dei 90 volontari selezionati.

“Il vaccino italiano sarà pubblico e a disposizione di tutti coloro che ne avranno bisogno” ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, in una conferenza stampa. “La Regione” ha aggiunto “seguirà passo dopo passo il processo di sperimentazione per arrivare prima possibile alla distribuzione del vaccino.

Crediamo molto nel vaccino bene comune, per questo abbiamo finanziato questo progetto pubblico. Da oggi inizia una fase storica della ricerca: è un bellissimo traguardo che la scienza e la medicina italiane hanno raggiunto”.

“Rinnovo un appello alla responsabilità delle persone. Non è corretto che ancora una volta si scarichino sul personale sanitario i pericoli del coronavirus.

Stiamo facendo di tutto per incentivare il filtro per individuare i positivi, ma senza il senso di responsabilità di tutti non ce la faremo mai. Rischiamo di tornare indietro. Servono dunque comportamenti responsabili che non significa non vivere” ha aggiunto.

A ricevere la prima dose è stata una donna di 50 anni. “Mi auguro che la mia disponibilità possa essere d’aiuto per salvare vite e che le persone siano sempre più responsabili per non mettere a rischio se stesse e gli altri” ha detto.

Come funziona la sperimentazione

Il vaccino è realizzato, prodotto e brevettato dalla società biotecnologica italiana ReiThera. Il volontario ha ricevuto tramite iniezione intramuscolare la dose di vaccino e iniziato l’iter che lo porterà nei prossimi mesi a sottoporsi a una serie di ravvicinati controlli periodici che serviranno ai ricercatori per verificare la sicurezza e la tollerabilità, nonché eventuali effetti collaterali.

La sperimentazione, messa a punto da un team di ricercatori e clinici dello Spallanzani in collaborazione con ReiThera, sarà effettuata su novanta volontari suddivisi in due gruppi per età: 45 tra i 18 e i 55 anni, altrettanti di età superiore ai 65 anni. Ciascun gruppo sarà suddiviso in tre sottogruppi da 15 persone, a ciascuna delle quali verrà somministrato un diverso dosaggio del preparato vaccinale.

Una parte della sperimentazione sarà effettuata presso il Centro Ricerche Cliniche – Policlinico G.B. Rossi di Verona. Se i primi risultati della fase 1 saranno positivi, entro la fine dell’anno potranno prendere il via le fasi 2 e 3, che saranno condotte su un numero maggiore di volontari anche in paesi dove la circolazione del virus è più attiva.

Quella di oggi è una tappa importante di un percorso iniziato nello scorso marzo, grazie all’impegno del Ministero della Ricerca Scientifica e la Regione Lazio che, d’intesa con il Ministero della Salute, hanno deciso di finanziare il progetto con 8 milioni di euro (di cui 5 a carico della Regione e 3 del Mur), individuando nell’INMI “Lazzaro Spallanzani” di Roma e nel Consiglio Nazionale delle Ricerche i partner operativi per la realizzazione della sperimentazione.

Il vaccino di ReiThera ha superato i test preclinici effettuati sia in vitro che in vivo su modelli animali, che hanno evidenziato la forte risposta immunitaria indotta dal vaccino e il buon profilo di sicurezza, ottenendo successivamente l’approvazione della fase 1 della sperimentazione sull’uomo da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco e del Comitato Etico Nazionale per l’Emergenza Covid-19.

Come funziona il vaccino

Il vaccino GRAd-COV2 utilizza la tecnologia del “vettore adenovirale non-replicativo”, ovvero incapace di produrre infezione nell’uomo. Il vettore virale agisce come un minuscolo “cavallo di Troia”, che induce transitoriamente l’espressione della proteina spike (S) nelle cellule umane. Questa proteina è la “chiave” attraverso la quale il coronavirus, legandosi ai recettori ACE2 presenti all’esterno delle cellule polmonari, riesce a penetrare ed a replicarsi all’interno dell’organismo umano. La presenza della proteina estranea innesca la risposta del sistema immunitario contro il virus.

Chi ha prodotto il vaccino

ReiThera Srl, società con sede a Castel Romano, ideatrice del vaccino, è stata costituita nel 2014 da un gruppo di ricercatori italiani che avevano ideato l’utilizzo dell’adenovirus dello scimpanzé come “navicella” su cui innestare il materiale genetico necessario per realizzare vaccini contro malattie infettive come Epatite C, malaria, virus respiratorio sinciziale, ed Ebola.

Sulla base di questa esperienza, ReiThera ha recentemente sviluppato il nuovo vettore virale, GRAd32, isolando un adenovirus di gorilla che negli studi preclinici ha indotto una forte risposta immunitaria, sia umorale che cellulare, contro le proteine veicolate, dimostrando inoltre un buon profilo di sicurezza.

Attraverso tecniche sofisticate questo virus, assolutamente innocuo per l’uomo, è stato modificato per azzerarne la capacità di replicazione; successivamente è stato inserito al suo interno il gene della proteina S del SARS-CoV-2, il principale bersaglio degli anticorpi prodotti dall’uomo quando il coronavirus penetra nell’organismo.

Una volta iniettato nelle persone, questo virus modificato, o meglio la proteina S che trasporta, provocherà la risposta del sistema immunitario dell’organismo, ovvero la produzione di anticorpi in grado di proteggere dal virus SARS-CoV-2. Altri vaccini basati su vettori adenovirali ricavati dai primati sono già stati valutati in trial clinici di fase 1 e 2 per candidati vaccini di altre malattie infettive, dimostrando di essere sicuri e di generare risposte immunitarie consistenti anche con una singola dose di vaccino.

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Coronavirus, Usa e Brasile superano i mille morti al giorno.


Gli Stati Uniti hanno raggiunto la quota di 175.245 morti a causa del virus Covid 19. Lo rende noto l’Università Johns Hopkins, che ha contato per oggi altre 1.067 vittime.

Complessivamente si sono registrati negli Usa 5.618.133 casi di contagio. Solo nella città di New York sono morte per Covid 23.641 persone. Nel New Jersey 15.941, in California 11.886, in Texas 11.391, in Florida 10.168.

Il Brasile ha registrato ulteriori 1.054 decessi e 30.355 nuovi contagi nelle ultime 24 ore: lo hanno comunicato in serata il Consiglio nazionale dei segretari della sanità (Conass) e il ministero della Sanità brasiliani.

Il numero complessivo dei casi confermati di Covid-19 nel Paese è dunque salito a 3.532.330, mentre il totale delle vittime dall’inizio della pandemia ha raggiunto quota 113.358.

Il tasso di letalità è rimasto fermo al 3,2%, mentre quello di mortalità è pari a 53,9 persone ogni centomila abitanti.

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Covid, Oms: “Speriamo di uscire da pandemia in meno di due anni”


Ginevra, 21 agosto 2020 Covid, Oms speriamo di uscire da pandemia in meno di due anni

La conferenza stampa dell’Oms per fare il punto sull’emergenza Coronavirus. 

 

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Covid, Russia annuncia vaccino. Putin: “Registrato, mia figlia lo ha già provato”


Il presidente russo: “Già somministrata una dose a mia figlia. Febbre a 38 poi è calata”.

L’infettivologo Galli: “Per ora è solo un annuncio”.

Cauta l’Oms: “Dovrà passare da una rigorosa valutazione”

Mosca, 11 agosto 2020  La notizia ha del clamoroso e arriva da Mosca. Mentre la Russia continua a fare i conti sul fronte Coronavirus con dati negativi, Vladimir Putin ha annunciato che il ministero della Sanità russo ha registrato il primo vaccino contro il Covid nel mondo e che sua figlia ne ha già ricevuto una dose.

E secondo fonti ufficiali, venti Paesi nel mondo hanno già pre-ordinato un miliardo di dosi. Ma non manca lo scetticismo e l’Oms invita alla prudenza.

Lo riferisce Russia Today, citando il presidente russo, secondo cui il vaccino, sviluppato dall’Istituto Gamaleya di Mosca, ha ricevuto il via libera dal ministero della Sanità. Putin ha rivelato che alla figlia è già stato somministrato il vaccino, che le ha procurato una febbre, sparita poco tempo dopo.

Anche Sputnik scrive dell’annuncio. “Per la prima volta al mondo, stamattina ha detto il leader del Cremlino in un incontro col governo è stato registrato un vaccino contro il nuovo Coronavirus”.

Anche il ministro della Salute Mikhail Murashko ha confermato che il vaccinco è stato registrato.

Ma Putin è andato più in là rivelando il dettaglio che riguarda la figlia: “Una delle mie figlie è stata vaccinata ha poi detto il presidente.

Ha preso parte alla sperimentazione. Dopo essere stata vaccinata ha avuto 38 di febbre, il giorno dopo leggermente più di 37.

Poi, dopo la seconda dose, ha avuto di nuovo una leggera febbre, e dopo tutto tutto era a posto, si sente bene e ha un alto numero di anticorpi”.

Putin ha aggiunto di auspicare “che potremo avviare la produzione di massa di questo medicinale nel prossimo futuro, è molto importante”.

Il leader del Cremlino ha detto che la vaccinazione deve essere effettuata “a condizioni assolutamente volontarie” in modo che tutti coloro che lo desiderano possano “sfruttare le conquiste degli scienziati russi”.

So che altre istituti stanno lavorando su vaccini simili in Russia.

Auguro successo a tutti gli specialisti. Dovremmo essere grati a coloro che hanno fatto questo primo passo estremamente importante per il nostro Paese e per il mondo intero”.

Vaccino russo: la scheda

l vaccino russo si chiama Sputnik V, secondo il sito internet ufficiale.  “Sputnik-I ha rivitalizzato le esplorazioni spaziali nel mondo.

Il primo vaccino per il coronavirus ad essere registrato nel mondo ha creato un momento cosiddetto Sputnik per la comunità globale.

Sulla base di questo paragone il vaccino è stato chiamato Sputnik V”, spiega il sito. La somministrazione in due dosi aiuta a formare un’immunità dal Covid-19 fino a due anni, secondo l’ufficio stampa del ministero della Salute.

Il vaccino Gam-COVID-Vac è basato sull’adenovirus, è stato testato sugli animali e poi su due gruppi di volontari.

Lo stabilimento della Binnopharm nella città di Zelenograd potrà produrre 1,5 milioni di dosi di vaccino all’anno. La produzione industriale sarà avviata da settembre. Lo rendono noto fonti ufficiali di Mosca.

Oms: “Serve cautela”

L’Oms ha accolto con cautela la notizia, rilevando che, come gli altri, deve seguire le procedure di prequalifica e revisione stabilite dall’agenzia. “Accelerare non dovrebbe significare compromettere la sicurezza“, ha detto un portavoce dell’Organizzazione.

In ogni caso l’Organizzazione mondiale della Salute e le autorità russe stanno discutendo del processo di pre-certificazione del vaccino.

La posizione dell’Oms è netta: il vaccino dovrà essere sottoposto a “rigorosi esami e valutazioni di tutti i dati richiesti sulla sicurezza e l’efficacia” prima di ottenere l’approvazione: lo ha detto oggi a Ginevra durante una conferenza stampa online il portavoce dell’Oms, Tarik Jasarevic.

Le reazioni

“Finché non avremo dati confermati si tratta solo di un annuncio giornalistico.

Sarebbe bellissimo se fosse vero, ma devo esprimere delle riserve fino a quando non avremo evidenze”.

Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, esprime qualche perplessità sull’annuncio.

“Sarebbe una notizia fantastica dice Galli all’Adnkronos Salute ma è difficile visto che le modalità e le caratteristiche per l’approntamento di un vaccino sono diverse da queste, a meno che non siano stati resi noti tutti i dati necessari precedenti, sulla sicurezza e l’efficacia, di cui non ho notizia”.

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Coronavirus: esperto,pochi effetti collaterali plasmaterapia


PAVIA, 02 AGO 2020 “Gli effetti collaterali della plasmaterapia, per la cura dei casi più gravi di Covid-19, sono modesti e facilmente dominabili.

A confermarlo è anche uno studio condotto negli Stati Uniti su oltre 20mila pazienti, dove sono stati riscontrati effetti collaterali in una percentuale inferiore all’1 per cento, e comunque sempre decisamente inferiore a quella che si manifesta con alcuni farmaci antivirali utilizzati contro il Coronavirus”.

A spiegarlo all’ANSA è il professor Cesare Perotti, primario del servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del San Matteo di Pavia.

Il Policlinico pavese, insieme all’ospedale di Mantova, ha condotto una ricerca sull’utilizzo del plasma da donatori convalescenti come terapia per i pazienti critici affetti da Covid-19.

Fino ad oggi sono state 370 le donazioni di plasma effettuate al San Matteo da pazienti convalescenti.

In 180 casi il protocollo è stato applicato con l’infusione di plasma ricco di anticorpi particolarmente efficaci nel combattere il Covid.

“Fuori protocollo – aggiunge Perotti – abbiamo distribuito anche in numerosi ospedali di altre regioni un plasma con una carica leggermente più bassa di titolo neutralizzante, che comunque ha dato ottimi risultati nella cura dei pazienti.

In previsione di un’eventuale seconda ondata di contagi in autunno, che naturalmente ci auguriamo non si verifichi, abbiamo stoccato un numero di sacche in grado di infondere il plasma in circa 800 pazienti”.

Coronavirus: Brasile ha superato i 2,6 milioni di casi


BRASILIA, 31 LUG. 2020 Il Brasile ha superato i 2,6 milioni di casi di coronavirus, mentre la corsa alla produzione del vaccino continua nello stato di San Paolo.

Secondo l’ultimo bilancio giornaliero riferito ieri dal ministero della Salute, il gigante latinoamericano ha registrato 57.837 infetti in 24 ore portando il totale a 2.613.634 casi.

Nel bilancio quotidiano sono state registrate 1.129 nuove vittime, per un totale di 91.263 morti dall’inizio della pandemia nel Paese.

Lo stato di San Paolo, epicentro della pandemia con oltre 529.000 contagi, ha annunciato l’intenzione di produrre 120 milioni di dosi del vaccino cinese CoronaVac, mentre sono in corso studi e test con il vaccino dell’Università di Oxford, nel quadro di un accordo firmato dal governo del presidente Jair Bolsonaro.

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Virologo Perno: ‘Vedere i morti da Covid mi ha sconvolto come l’Aids’


Quando il mondo iniziava a scontrarsi con il dramma dell’Hiv, il virologo Carlo Federico Perno si trovava negli Usa “in un reparto in cui tutte le sere si andava via e la mattina dopo si trovavano un paio di letti vuoti, e non perché i pazienti erano usciti con le loro gambe.

E’ un’esperienza che ti tocca profondamente.

Devo dire però che è la stessa esperienza che ho vissuto con il Covid: vedere tutti questi morti è stato per me ancora più sconvolgente forse dell’Aids”.

E’ la dura testimonianza resa dall’esperto in una video-intervista nell’ambito del progetto Janssen ‘A\Way Together’.

Quella di Perno, direttore di Microbiologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, è l’ultima storia raccontata attraverso l’iniziativa che ha coinvolto tre eccellenze del settore, chiamate a immaginare insieme una strada comune per affrontare le sfide della sanità che verrà.

Dopo il primo video dell’infettivologo Massimo Galli (ospedale Sacco-università Statale di Milano), è seguito quello di Massimo Andreoni (università di Roma Tor Vergata) e ora quello di Perno che spiega come, dall’emergenza coronavirus, lui ha “imparato tantissimo”.

“La prima cosa dice è non dare mai per scontato di sapere le cose giuste perché tutti noi all’inizio, a gennaio e febbraio, avevamo la percezione di qualche cosa che sarebbe passata e andata.
E’ inutile negarlo, era così”, riflette l’esperto.
Subito però “è stato necessario avere il coraggio di fare un passo indietro, di dire ‘qui stiamo parlando di qualcosa di nuovo e di sconvolgente’ che in effetti poi ha sconvolto la nostra vita. Spero veramente di non rivivere mai più un’esperienza come quella degli scorsi mesi”.

“Quello che adesso abbiamo chiarito è che questo è un virus avverte Perno che ha le caratteristiche per restare tra noi, al contrario di tanti che sono passati.

Dobbiamo combattere per far sì che non si riespanda”, ammonisce lo specialista.

Sars-CoV-2 “è un virus tra i più infettivi che abbia mai visto assicura forse il più infettivo.

Ecco, quello su cui siamo perfettamente d’accordo”, al di là del dibattito fra camici bianchi al quale si è assistito in questi mesi, “è che se non lavoriamo bene questo virus continuerà a generare problemi a noi e a tutti quelli che ci circondano”.

Tornando a quello che spesso è sembrato uno scontro fra scienziati, Perno chiarisce che “la mia è la posizione di una persona che si è sempre occupata di virologia. Il problema ragiona l’esperto sta nella parola ‘specialisti’: purtroppo è stata una definizione data un pochino a tutti.

Nell’ambito del Covid si sono susseguite varie persone che hanno lavorato e hanno presentato su questo, qualcuno specialista, qualcuno un po’ meno. Quello che ho imparato”, però, “è che gli specialisti veri erano tutti d’accordo; qualche non specialista lo era un po’ meno”.

Nella video testimonianza il virologo ripercorre una carriera che, dopo la laurea all’università Sapienza di Roma, lo ha portato ad affrontare sfide sempre nuove in luoghi via via diversi: “Sono tutte esperienze che servono precisa perché il rischio è che crescere sempre nello stesso ambiente significa in sostanza adattarsi all’ambiente stesso, e il rischio è grande. Invece questa sfida continua ti costringe a tirare fuori il meglio di te”.

Perno ha cominciato a farlo presto, quando “sono partito per gli Stati Uniti convinto di avere una buona conoscenza dell’inglese e mi sono scontrato con la realtà. Uno in quei casi o si mette a piangere o impara”.

Il messaggio ai giovani è l’importanza di “farsi sfidare e avere il coraggio di combattere, perché così uno tira fuori risorse incredibili”. Nei suoi anni americani, il virologo ha dovuto farlo anche per superare l’impatto con l’Aids. “Sono arrivato in America nel gennaio dell”86 rammenta quando il virus era stato scoperto da 2-3 anni.

Non c’era nessuna terapia, i pazienti morivano a grappoli”. Quasi come per Covid, nelle settimane più difficili dello tsunami coronavirus.

Protagonista di un ‘caso’ su Instagram, dopo che un’intervista pubblicata dalla figlia Maria Stella ha calamitato in poche ore oltre 200mila visualizzazioni, Perno riflette sul ruolo dei social come mezzo di informazione usato soprattutto dai giovani.

“Da un lato – afferma il virologo i social troppo spesso semplificano e di conseguenza non permettono di capire la complessità delle cose”, mentre “certe volte è indispensabile andare a fondo per capire come vanno le cose.

Ma dall’altro è inevitabile che stiamo andando verso una società che è fatta di spot, di pillole, e allora è necessario avere la capacità di esprimere un concetto e saper essere convincenti in tempi brevi in una società che non ha più la capacità di approfondire”.

La conclusione dell’esperto chiama in causa ancora una volta il concetto di sfida: “Tutti noi dobbiamo avere il coraggio di farci sfidare dai social esorta Perno essere capaci di esprimere concetti e saperli esprimere semplicemente e in maniera convincente”.

 

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Ricordando Gino Bartali: tutto sul campione italiano


Nell’olimpo delle celebrità dello sport italiane c’è sicuramente il ciclista Gino Bartali, noto per aver vinto molte competizioni e anche per la sua attività a favore degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Gino Bartali

Il ciclista Gino Bartali è nato a Ponte a Ema, in Toscana, il 18 luglio 1914. Uno dei grandi del ciclismo italiano, Bartali vince per la prima volta il prestigioso Giro d’Italia nel 1936, per poi replicare la vittoria l’anno dopo.

Nel 1938 il regime fascista lo costringe a rinunciare al Giro per partecipare al Tour de France, dove trionfa sul podio: si rifiuta però di usare il saluto romano alla cerimonia di premiazione.

L’anno successivo la collezione di vittorie ciclistiche di Bartali si arricchisce con la Milano-Sanremo. Il 1940 è l’ultimo anno del Giro d’Italia prima dello stop forzato di cinque anni a causa della Seconda Guerra Mondiale: il campione Bartali viene spodestato da Fausto Coppi, spronato dallo stesso Gino durante la gara.

Nel dopoguerra Gino Bartali vince un’altra maglia rosa, nonostante fosse ormai giudicato vecchio rispetto all’avversario Coppi.

A ben trentaquattro anni il ciclista dimostra ancora una volta le sue doti da campione, trionfando inaspettatamente al Tour de France 1948 e abbattendo molti record. In seguito al suo ritiro ha lavorato come dirigente sportivo. Bartali è morto a 85 anni nel 2000 a causa di un infarto.

LEGGI ARTICOLO

Giornata della Memoria ( Stelle di Panno )

Gino Bartali – ebrei

Durante la Seconda Guerra Mondiale Bartali si unisce alla Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei, una associazione clandestina che presta aiuto agli ebrei.

Per questi ultimi il campione fa molti viaggi in bici, trasportando documenti necessari alla loro fuga.

A causa di ciò viene anche ricercato dalla polizia ed è costretto a nascondersi.

Grazie alla sua attività per gli ebrei ha avuto a Gerusalemme l’onorificenza di “Giusto tra le nazioni”.

Nel 2005 è stato insignito della medaglia al valore civile dal Presidente della Repubblica italiana.

La nipote di Bartali ha dichiarato in un’intervista:

Per cinquant’anni non ha mai voluto dire niente. Aveva un forte senso morale e raccontare del bene fatto sarebbe andato contro la sua natura.

Per questo ripeteva che il bene si fa ma non si dice.

Per essere bravi cristiani non serve raccontare ciò che si fa. Forse, qualche volta, avrà accennato qualcosa a nonna o ai suoi figli.

Se pensiamo che i suoi gesti umanitari durante la guerra sono venuti alla luce solo alla fine degli anni ottanta, ci rendiamo conto di quanto fosse stato efficace il suo silenzio. Ma anche in quel caso le notizie vennero diffuse da alcuni giornalisti che avevano trovato qualche testimonianza e l’avevano inserita in un documentario poi divenuto film.

Non da Gino Bartali in prima persona. In questo film si intravede la figura di Gino, ma in un primo momento non si capisce chiaramente di chi si tratta.

Solo successivamente nonno confermò tutto e le tesi vennero avvalorate anche da persone salvate da nonno.

Giorgio Goldenberg, ad esempio, nascosto da Gino Bartali con la sua famiglia in un appartamento a Firenze, e coloro che lo avevano visto ad Assisi intento a consegnare certi documenti.

Ricordando il Grande Maestro “ENNIO MORRICONE”


Ennio Morricone (Roma, 10 novembre 1928 – Roma, 6 luglio 2020) è stato un compositore, musicista, direttore d’orchestra e arrangiatore italiano.

Studiò al Conservatorio di Santa Cecilia, a Roma, dove si è diplomato in tromba; ha scritto le musiche per più di 500 film e serie TV, oltre che opere di musica contemporanea.

La sua carriera include un’ampia gamma di generi compositivi, che fanno di lui uno dei più versatili, prolifici e influenti compositori di colonne sonore di tutti i tempi.

Le musiche di Morricone sono state usate in più di 60 film vincitori di premi. Come giovane arrangiatore della RCA, ha contribuito anche a formare il sound degli anni sessanta italiani, confezionando brani come Sapore di saleIl mondoSe telefonando, e i successi di Edoardo Vianello.

ENNIO MORRICONE Per un pugno di dollari

A partire dal 1946 ha composto più di 100 brani classici, ma ciò che ha dato la fama mondiale a Morricone come compositore, sono state le musiche prodotte per il genere del western all’italiana, che lo hanno portato a collaborare con registi come Sergio Leone, Duccio Tessari e Sergio Corbucci, con titoli come la Trilogia del dollaroUna pistola per RingoLa resa dei contiIl grande silenzioIl mercenario, Il mio nome è Nessuno e la Trilogia del tempo.

Dagli anni settanta Morricone diventa un nome di rilievo anche nel cinema hollywoodiano, componendo musiche per registi americani come John Carpenter, Brian De Palma, Barry Levinson, Mike Nichols, Oliver Stone e Quentin Tarantino.

Morricone ha scritto le musiche per numerose pellicole nominate all’Academy Award come I giorni del cieloMission e The Untouchables – Gli intoccabili.

Nel 2007 Morricone ha ricevuto il premio Oscar onorario alla carriera “per i suoi contributi magnifici all’arte della musica da film” dopo essere stato nominato per 5 volte tra il 1979 e il 2001 senza aver mai ricevuto il premio.

Il 28 febbraio 2016, ottiene il suo secondo Oscar per le partiture del film di Quentin Tarantino, The Hateful Eight, per la quale si è aggiudicato anche il Golden Globe.

Morricone ha vinto anche tre Grammy Awards, quattro Golden Globes, sei BAFTA, dieci David di Donatello, undici Nastri d’argento, due European Film Awards, un Leone d’Oro alla carriera e un Polar Music Prize. Ha venduto inoltre più di 70 milioni di dischi.

Era Accademico Effettivo dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e socio dell’associazione Nuova Consonanza impegnata in Italia nella diffusione e produzione di musica contemporanea. Il 26 febbraio 2016, gli è stata attribuita la stella numero 2574 nella celebre Hollywood Walk of Fame. Il 27 dicembre 2017 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, il secondo grado in ordine d’importanza.

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