Categoria: COMUNICAZIONI

Il futuro dell’automobile è totalmente elettrico. Ma c’è il rischio “flop”


Dal 2010 sono stati investiti, in soluzioni innovative hardware e software per il settore automobilistico, 280 miliardi di dollari.

Quasi la metà di questa montagna di soldi, 115-120 miliardi, ha riguardato l’auto elettrica.

È quanto rivela McKinsey in un report sulle prospettive dell’industria delle quattro ruote. Si prevede, in proposito, che la domanda mondiale di veicoli a batteria aumenterà di 6 volte tra il 2021 e il 2030, con vendite annuali che passeranno da 6,5 milioni ad almeno 40 milioni.

Lo studio guarda anche al mercato dei capitali e di quanto ha beneficiato chi ha puntato con forti investimenti sulle rivoluzioni software e green in atto.

Con una media ponderata dei rendimenti totali degli azionisti del 79% da marzo 2020 a gennaio 2022, i tradizionali Oem (fornitori di componenti) hanno superato le aziende di molti altri settori in crescita tra cui la tecnologia e la chimica.

«I risultati sottolinea McKinsey sono stati ancora più impressionanti per i nuovi arrivati, come Nio (costruttore cinese specializzato in vetture elettriche e protagonista nella Formula E, ndr), Tesla e altre startup di veicoli elettrici, il cui rendimento totale medio ponderato del 278% è in cima alla lista».

Tre, evidenzia però McKinsey, gli ostacoli che l’ecosistema automobilistico è chiamato a superare, più o meno insidiosi a seconda delle aree mondiali: Usa, Cina ed Europa.

Eccoli nell’ordine: difficoltà di approvvigionamento di materie prime, tra cui litio, nichel e cobalto, utilizzati nelle batterie; un numero insufficiente di gigafactory per la produzione di batterie e una bassa produttività degli impianti esistenti; mancanza di un’infrastruttura di ricarica pubblica.

Sulle materie prime e le batterie, il report pone l’accento sul problema del mancato accesso diretto delle aziende del settore, mentre le fabbriche di batterie, cioè le gigafactory, sono ubicate per lo più in Asia «e nel 2020 rappresentavano circa l’80% della capacità produttiva» del sistema che muove una vettura elettrica.

Comunque, anche i costruttori occidentali stanno accelerando sulla realizzazione di proprie gigafactory (Stellantis, ad esempio, ne avrà tre in Europa, di cui una in Italia, a Termoli).

Il problema per tutti, secondo McKinsey, riguarda oltre ai costi stellari l’efficienza operativa. «Se la domanda mondiale di veicoli elettrici crescerà come previsto avverte la società internazionale di consulenza entro il 2030 il settore avrà bisogno di 200 nuove gigafabbriche, oltre alle 130 già esistenti, che rappresentano oltre 400 miliardi di dollari di capitale investito.

E se un impianto da 50 gigawattora raggiunge solo il 66% della produzione annuale prevista, potrebbe perdere circa 500 milioni di dollari di valore l’anno, trasformando un profitto modellato del 6% in una perdita potenziale dell’8%».

McKinsey evidenzia, inoltre, come «il settore cambi così velocemente e la tecnologia delle batterie avanzi così rapidamente che le aziende devono essere agili nell’adattare i loro sforzi di reclutamento e formazione». Insomma, tante sfide nelle sfide.

L’analisi prosegue con lo stato dell’arte delle infrastrutture di ricarica, punto dolente ricordiamo noi per l’Italia, fanalino di coda in Europa.

Gli Usa dispongono attualmente di circa 100mila stazioni di ricarica pubbliche, numero che potrebbe aumentare a 1,2 milioni entro il 2030.

In Cina, le stazioni di ricarica pubbliche dovrebbero passare dagli attuali 1,15 milioni a 5 milioni sempre per il 2030, quando saranno in circolazione oltre 100 milioni di auto a batteria.

Analogamente, in Europa queste stazioni dovrebbero salire da 2,9 milioni a 6,8 milioni, da 340mila nel 2021. «La maggior parte dei Paesi ricorda però il report non ha ancora stanziato fondi sufficienti per sostenere la necessaria espansione dell’infrastruttura di ricarica».

E il prossimo passo dell’industria automobilistica? McKinsey lo ha individuato nelle vetture autonome.

Si ritiene, conclude lo studio, che i veicoli altamente o del tutto autonomi potrebbero superare i progetti pilota e arrivare in strada dopo il 2025.

I camion che effettuano viaggi hub-to-hub sulle autostrade potrebbero essere i primi a ricevere l’ok a fini commerciali».

E qui entrano in gioco i costruttori. «Se realizzeranno campagne pubbliche per educare i cittadini alla sicurezza e ai vantaggi dei veicoli a guida autonoma, potranno contribuire ad accelerarne la diffusione».

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Cancro, un vaccino è capace di “istruire” il sistema di difesa e migliorare la risposta contro il tumore


Un vaccino anticancro, che sfrutta un virus come cavallo di Troia per istruire il sistema immunitario a riconoscere le cellule tumorali, è in grado di attivare la risposta immunitaria contro il tumore e può migliorare l’efficacia dei farmaci immunoterapici.

E’ la scoperta dei ricercatori Armenise-Harvard di immunoregolazione presso l’Italian Institute for Genomic Medicine con sede all’Irccs, Fondazione del Piemonte per l’Oncologia di Candiolo. 

L’efficacia del vaccino La scoperta è stata illustrata in uno studio pubblicato su Science Translational Medicine e realizzato in collaborazione con la biotech svizzero/italiana Nouscom.

Il vaccino si è mostrato efficace, in associazione a un farmaco immunoterapico, su 12 pazienti con un sottotipo di tumore del colon in fase metastatica.

Dati promettenti “Considerato che la tecnica per realizzare questi vaccini è decisamente collaudata e che i dati ottenuti nella prima sperimentazione clinica sono molto promettenti, si prospetta la concreta possibilità di creare nuovi vaccini efficaci contro molti altri tipi di cancro”,

ha detto Luigia Pace, direttrice del laboratorio di immunoregolazione Armenise-Harvard. 

Dall’Usutu al West Nile, l’estate dei «nuovi» virus. Ma devono preoccuparci?


I primi due casi di Usutu, entrambi asintomatici, sono stati identificati in Friuli Venezia Giulia.

Si tratta di un virus che prende il nome dal fiume africano nei pressi del quale fu isolato il primo positivo nel 1981. Viene trasmesso all’uomo dagli animali, anche se di rado, e solitamente ha una buona prognosi. Probabilmente ne sentiremo parlare. Come sta avvenendo per un parente prossimo dell’Usutu, il West Nile virus che provoca la febbre del Nilo, che è stato isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda e che ieri ha fatto una vittima nel Bresciano.

Nulla di nuovo sotto il sole asfissiante di questa estate. O meglio, di nuovo ci sono gli allarmi.

Perché fino al 2019, prima cioè dell’avvento dell’ultimo nato in casa coronavirus, il Sars-CoV-2, le malattie infettive erano confinate nell’anonimato. Persino per l’industria farmaceutica tranne rare eccezioni virus e batteri, per anni, sono stati un capitolo di serie B.

Esclusi dalla dignità mediatica riservata agli avanzamenti della ricerca. E men che meno dal calderone dell’informazione quotidiana. La stessa che oggi si allarma per due casi asintomatici di Usutu, oppure per i 35 casi accertati in 4 anni nessuno letale di Langya, che appartiene alla famiglia degli Henipavirus, di cui fanno parte altri pericolosi patogeni come Hendra e Nipah, di solito presenti nei pipistrelli e capaci di infettare anche l’uomo, con tassi di mortalità importanti. Le 35 infezioni sono state registrate in Cina. Nessuno dei positivi ha avuto conseguenze gravi ma questo può voler dire poco.

Ogni nuovo parassita diventa un motivo di paure e angosce, ora che i media hanno scoperto la rete di sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute.

Eppure con i virus conviviamo da millenni. E tanti di loro sono noti da decenni. È così per il vaiolo delle scimmie, un’infezione zoonotica (trasmessa dagli animali) che ha questo nome perché fu identificata nelle scimmie nel 1958, mentre il primo caso nell’uomo risale al 1970.

È endemico nelle regioni della foresta pluviale tropicale dell’Africa centrale e occidentale. Anche in questo caso i sintomi tendono a risolversi in 2-4 settimane, senza bisogno di trattamenti. Ma in alcuni casi l’infezione può portare a complicazioni importanti. Contro questa patologia risulta comunque efficace il vaccino contro il vaiolo.

Sono meno di 1.000 i casi in Italia, l’età media dei contagiati è 37 anni, quasi mai donne, la malattia interessa soprattutto persone gay, trasgender, e coloro che hanno una vita sessuale promiscua.


E molto timore, con proiezioni affrettatamente catastrofiste, ha provocato, il 5 aprile scorso, l’informativa del Regno Unito all’Oms che riferiva un incremento di casi di epatite acuta grave a eziologia sconosciuta in bambini di età inferiore ai 16 anni.

L’epatite determinò il ricovero di alcuni bambini, in qualche caso è stato necessario un trapianto di fegato.

Pure in questa occasione i social provarono a battere i media tradizionali nell’“accuratezza” delle informazioni e, di colpo, il collegamento tra queste manifestazioni cliniche e il vaccino anti-Covid accese le “intelligenze” dei tuttologi da tastiera, dei complottisti, dei No-vax in vena di incontestabili lezioni, come sempre privi di fonti degne di tal nome, accomunati dal rifiuto della scienza, le cui previsioni erano drammatiche per numero di casi e gravità.

La notizia perse di importanza quando il sistema di sorveglianza europea segnalò che, al 30 giugno, i casi erano 473, di cui uno mortale.

Ciò che dovrebbe farci davvero paura e gli esperti continuano a ripeterlo è che stiamo antropizzando il pianeta in pochi decenni, devastando, deforestando, distruggendo faune selvatiche e nicchie ecologiche di batteri, funghi, animali, vegetali sconosciuti, ed entrando in contatto con virus che potrebbero avere 4 milioni di anni e che non avremmo mai dovuto incontrare.

“Bollette di cittadinanza”. Ora dovremo pagare pure per i clienti morosi


Scatta l’ora delle «bollette di cittadinanza». Con il prezzo del gas fuori controllo a 200 euro a megawattora il mercato è talmente imballato che sono sempre meno i fornitori che s’impegnano per i consumi invernali di condomini e di grandi consumatori che non presentino garanzie adeguate.

«Anche se il gas ci fosse è una questione di rischi, a prescindere dal prezzo», ci dice un trader che lavora in una multiutility del Nord. Dove ci sono rischi il fornitore preferisce rescindere unilateralmente e anticipatamente il contratto.

E cosa succede? Che i morosi e i clienti che i fornitori considerano a rischio insolvenza finiranno nella cosiddetto mercato di salvaguardia, coperto dal 2018 dai cosiddetti «oneri di sistema», una delle voci in bolletta che il governo ha deciso di «sterilizzare».

E se non dovessero pagare, il loro costo sarà coperto dalla fiscalità generale. Quindi da noi. Si chiama «socializzazione degli oneri non esigibili». Ma fino a quando?

Come denuncia l’Autorità che vigila sulle bollette Arera in una segnalazione a governo e Parlamento intercettata dal Messaggero servono «interventi straordinari per riequilibrare domanda e offerta, e contenere i prezzi», in vista di «un ulteriore incremento delle bollette per le famiglie, stimabile oggi di oltre il 100% rispetto al trimestre in corso».

Un allarme che aveva lanciato qualche settimana fa anche la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. Ognuno dei circa 150 fornitori di gas ha clienti a rischio e no. Quelli a rischio sono coloro che hanno già saltato il pagamento di qualche bolletta o che hanno informato il fornitore che avevano difficoltà a pagare.

Di solito il fornitore viene loro incontro rateizzando. Non sarà più così. «In soldoni: se uno non paga è difficile che, in questa situazione, gli chiudano il gas e così finisce in salvaguardia. Quindi più aumenta la morosità più sono quelli che finiscono in salvaguardia», spiega l’esperto di mercato dell’energia Edoardo Beltrame. Ma quanto potrà durare la salvaguardia?

«A gennaio, quando dovrebbe terminare il mercato tutelato, tutti i morosi saranno finiti in salvaguardia. E se cercherai gas sul libero mercato o darai garanzie o resterai senza gas, che tu sia un condominio o una piccola-media impresa. Salterà il sistema e si dovrà finanziare la salvaguardia. E quando tornerà il gas, perché tornerà, non ci sarà più il mercato che abbiamo oggi».

Se saltano i clienti saltano i fornitori. Dei 150 attuali, solo una trentina hanno le spalle grosse e saranno quelli che sopravvivranno».

Tra l’altro la stessa Arera venerdì scorso ha modificato l’indicizzazione del prezzo del gas (dal prezzo olandese a quello «italiano») per i clienti «sotto tutela», costringendo tutti gli operatori a modificare di corsa le proprie coperture, generando un aumento dei prezzi.

«Se fino a ieri il prezzo di ottobre, novembre e dicembre sarebbe alto sì ma fisso e noto a fine agosto, da domani sarà noto alla fine di ogni mese, dunque più esposto e imprevedibile, viste le minacce russe», spiega ancora il trader.

Una follia, perché per i fornitori vuol dire esporsi finanziariamente.

Poi c’è il tema dei cosiddetti extraprofitti. Il governo aveva deciso di finanziare gli oneri di sistema tassando il surplus di ricavi delle società energetiche al 25%, stimando entrate extra per circa 23 miliardi.

Ma come ha scritto ieri il Sole24Ore al 30 giugno l’acconto che andava pagato al ministero dell’Economia era piuttosto magro, e le stime si sono ridotte del 90% a poco più di 2 miliardi.

Sugli extraprofitti è inevitabile una raffica di cause perché i parametri su cui calcolarlo sono complessi e variabili. Un finanziatore di rinnovabili che preferisce rimanere anonimo dice «Prima di ridare indietro gli extraprofitti passeranno 10 anni per le cause».

E intanto noi paghiamo.

Long Covid, l’Oms: “E’ una pandemia ombra”


Bologna, 19 luglio 2022 L’ondata estiva di Covid porta con sè l’allarme di Oms Europa, il cui direttore Hans Kluge invita a considerare il Long Covid ovvero sintomi e stanchezza che si protraggono anche per mesi una ‘pandemia ombra’.

D’altro canto, in Italia e con l’approcciarsi delle vacanze, il tracciamento del maledetto virus sembra sempre più difficile, anche perché passa l’idea che le nuove varianti abbiano sintomi molto meno gravi. Ma secondo gli ultimi studi a soffrire di long Covid in realtà è un paziente su tre.

L’allarme di Oms Europa e cosa fare

“Continuo a chiedere ai Paesi di riconoscere il problema del Long Covid e investire nella ricerca necessaria per rispondere alla pandemia ‘ombra’”, sostiene Kluge.  

A causa della continua evoluzione del coronavirus Sars-CoV-2, fa notare l’esperto, “si stanno verificando reinfezioni”, contagi ripetuti, “e ogni nuova infezione potrebbe portare al Long Covid.

E’ necessario fare molto di più per stabilire le ‘best practice’ per il rilevamento di questi casi, il trattamento e la riabilitazione dei pazienti affetti da Long Covid”, esorta il direttore di Oms Europa.

Il caso del Regno Unito

 “Facendo dilagare il virus incontrollato, il Regno Unito ha registrato un terrificante record di 80.000 persone non più abili al lavoro a causa del Long Covid, oltre ai costi umani i costi economici sono altissimi.

Crazy”, segnala su Twitter Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, Roberto Speranza, e professore di Igiene all’Università Cattolica.

E anche Kluge, in effetti, cita il caso della Gran Bretagna, dove “si stima che 2 milioni di persone il 3% della popolazione soffrano da tempo di Covid”.

Long Covid, i sintomi

Secondo il portale dell’Istituto superiore di Sanità, a livello generale i sintomi del Long Covid sono fatica persistente, stanchezza eccessiva, debolezza muscolare, dolori diffusi e peggioramento dello stato di salute percepito.

Ma possono protrarsi anche sintomi respiratori come dispnea, tosse persistente e diminuzione della capacità di espansione della gabbia toracica.

Infine ci sono i sintomi cardiovascolari: Senso di oppressione e dolore al petto, tachicardia e palpitazioni al minimo sforzo, aritmie e variazione della pressione arteriosa

Long Covid: ne soffre un paziente su tre

Secondo l’Oms il Long Covid ufficialmente definito “post Covid-19 condition” comporta una condizione di persistenza di segni e sintomi che continuano o si sviluppano oltre le 12 settimane dal termine della fase più grave della malattia. 

Tosse persistente, difficoltà a respirare, stanchezza o debolezza muscolare: questi i sintomi più comuni associati al Covid, anche a guarigione avvenuta. 

Che il Long-Covid possa accompagnare anche persone che hanno avuto soltanto la febbre, la tosse e un pò di spossatezza non è da escludere. Secondo le stime, infatti, a soffrirne è un paziente su tre. 

L’unità di Day Hospital della Fondazione Policlinico Universitaria Agostino Gemelli di Roma che segue i pazienti con Covid in fase post-acuta, in uno studio condotto su 658 pazienti, ha osservato una correlazione diretta tra incremento del rischio di disfunzione endoteliale e severità dell’infezione da Covid. In particolare, i soggetti ospedalizzati per Covid hanno mostrato un’alterata funzione endoteliale tre mesi dopo la fase acuta con una compromissione della funzione polmonare.

“Vi spiego perché rischiamo il lockdown energetico”


«Possiamo dire che siamo in un’economia di guerra». Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, non ha dubbi sulla criticità del momento e avverte: «Dobbiamo prepararci a misure da austerity come non abbiamo mai visto negli ultimi 50 anni».

Il Dl Aiuti non basta?

«No, il Dl Aiuti è il sesto pacchetto di una serie di misure che sono partite un anno fa, ma sono tutte solo misure tampone».

Un ritorno al voto può aggravare la crisi?

«Ora nessun governo è in grado di affrontare in maniera strutturale la crisi. Per farlo, servono anni».

Rischiamo davvero di ritrovarci con un lockdown energetico?

«È un rischio concreto. Se la Russia ci taglia tutte le forniture di gas, potremmo essere costretti per alcuni giorni a chiudere le scuole, gli uffici pubblici e le fabbriche, proprio come durante la pandemia».

Quanto manca per soddisfare il nostro fabbisogno energetico?

«L’Italia, con le rinnovabili, è scesa dall’80% al 74% di dipendenza dall’estero. Un risultato un po’ misero dopo 30 anni di investimenti».

Quanto ci vorrà per diventare indipendenti dalla Russia?

«Quattro o cinque anni. Per il prossimo inverno abbiamo trovato delle alternative, anche con misure eccezionali come la riapertura delle centrali a carbone, solo per 15 dei 29 miliardi di metri cubi di gas che abbiamo importato dalla Russia l’anno scorso».

Quante sono le risorse naturali non sfruttate?

«Quelle accertate sono circa 100 miliardi di metri cubi di gas e ogni anno ne consumiamo 76, ma sono 30 anni che non facciamo ricerca. Ci sono centinaia di migliaia di metri cubi di risorse da usare, ma non riusciamo a sfruttare neanche le poche già scoperte».

E per il petrolio?

«Abbiamo il più grande giacimento su terra in Europa, quello in Basilicata, ma ha una produzione limitata che non arriva a 100mila barili al giorno. Abbiamo due giacimenti che potrebbero dare una produzione almeno tre volte superiore, ma non se ne parla perché in Italia tutti sono contro le trivelle».

Quali sono le criticità del Pitesai?

«Neanche l’arrivo della crisi ha modificato in maniera decisa la versione finale di questo disordinato e contraddittorio documento che blocca e riduce la produzione di idrocarburi, ciò che proponevano i suoi principali artefici, i Cinquestelle».

Perchè?

«Perché chi lo ha predisposto è convinto, secondo me a torto, che basti vietare la produzione di gas e petrolio per avere automaticamente il passaggio alle fonti rinnovabili. Se queste ultime ci fossero davvero, sarebbero sfruttate senza bisogno di divieti».

Cosa pensa del piano europeo per sganciarci dalla dipendenza del petrolio russo?

«Penso male perché noi abbiamo bisogno di rimandare la chiusura delle centrali nucleari e aprire quelle al carbone. Poi, ben vengano le rinnovabili, ma questo inverno avremo grandi problemi perché, in caso di ulteriori ritorsioni russe, passeremo dei giorni un po’ più al freddo e con le luci un po’ più spente».

Il caldo ci fa ingrassare, ecco perché: ‘colpa’ del metabolismo


Oltre al danno anche la beffa. Il caldo ci fa ingrassare. Ma come direte voi con tutti i liquidi che stiamo perdendo a causa delle alte temperature non perdiamo neanche un chilo? Non solo dobbiamo patire un clima veramente fuori controllo, ma questa calura da record rischia anche di mandare in fumo gli sforzi fatti per arrivare pronti alla prova costume.

Perché il caldo ci fa ingrassare

Ma come mai il caldo ci fa ingrassare? Vediamo di capire insieme che cosa succede nel nostro organismo. Questa grandissima beffa si verifica perché l’ipofisi, che governa le ghiandole endocrine, riceve l’imput di diminuire il metabolismo basale.

Come riporta Inran.it quando fa caldo il corpo vuole meno calorie. Che cosa significa questo? Che anche se mangiamo le stesse cose corriamo il rischio di introdurre più calorie di quanto davvero ci serve e di quanto bruciamo. Manco a dirlo, ciò ha un solo, disastroso effetto, quello che tutti noi teniamo: ingrassiamo.

Che cosa possiamo fare?

E allora che cosa ci resta da fare? Per dimagrire, esattamente come per ingrassare, la questione è tutta un discorso di introito di calorie. Se dunque il nostro metabolismo si è abbassato, ci servirà introdurre un leggero deficit calorico. E come si fa? Allenandosi. È sufficiente pure una leggera attività fisica fatta però ogni giorno.

Chiaramente è bene anche scegliere cibi leggeri, che ci sazino ma che non ci facciano introdurre calorie in più.

Il caldo ci fa ingrassare, dunque, ma noi possiamo fare qualcosa per evitare questo disastro. Altrettanto importante, a livello generale, è ricordarsi di bere un quantità sufficiente di acqua. Solitamente si parla di un paio di litri al giorno, ma con queste temperature se anche beviamo qualche bicchiere in più non succede nulla, anzi.

Infine, fare attività fisica può diventare complicato con il clima che stiamo affrontando, ma se si riuscisse ad allenarsi un pochino ogni giorno faremmo un gran favore al nostro organismo.

In arrivo la più potente ondata di caldo del 2022


Dopo il passaggio dell’intensa ondata di temporali, grandine e nubifragi che ha letteralmente scombussolato l’atmosfera di gran parte delle regioni italiane, torna sulla penisola una vecchia conoscenza, l’alta pressione delle Azzorre, tradizionale compagno di viaggio delle estati italiane di circa dieci o quindici anni fa, quando il caldo era caldo sì, ma senza eccessi.

Ma sarà solo una breve parentesi di sollievo.

Perchè l’Anticiclone azzorriano ci terrà compagnia solo fino a metà settimana, quando sarà soppiantato dall’opprimente anticiclone africano, che per almeno i dieci giorni successivi investirà il nostro Paese da quella che potrebbe essere la più potente ondata di caldo africano dell’Estate 2022.

Ad annunciarlo il meteorologo Mattia Gussoni, de ’iLMeteo.it’. Sarà quindi una un’autentica fiammata.

Gli esperti stimano per la pianura padana (quindi Milano, Mantova, Bologna, Padova, Verona, Ferrara etc), la Toscana (Firenze) e l’Umbria (Terni) temperature superiori ai 38-39°C già da venerdì 15 e almeno fino al 22 luglio.

Mentre per il resto del centro e il sud sono previsti per ora valori inferiori di qualche grado. Naturalmente assieme al caldo ci saranno pure afa e notti tropicali (ovvero con temperature sempre sopra i 20°C). Ma fino a quel momento, ovvero fino a mercoledì, le temperature saranno piacevoli.

A partire dal weekend tornerà in auge l’anticiclone oceanico. Ecco quindi riapparire, dopo tanto tempo, l’alta pressione protagonista delle estati italiane di una volta che dall’Oceano Atlantico, con il suo massimo di pressione mediamente in prossimità delle Isole Azzorre (da qui il suo nome), si allungava tipicamente fino ad abbracciare l’Europa centro-occidentale.

Gli effetti si faranno sentire già da oggi quando avremo condizioni meteo stabili e soleggiate su tutto il Paese (tranne gli ultimi rovesci al Sud), nonché temperature in linea con le medie stagionali o al massimo leggermente superiori. Quindi, caldo sì, ma senza eccessi e senza il fastidio dell’afa come è avvenuto nelle ultime settimane.

Al Sud, specie sui versanti adriatici e ionici, ci si aspetta anzi una ventilazione piuttosto vivace e frizzante dai quadranti settentrionali, la quale mitigherà ulteriormente le temperature.

L’alta pressione delle Azzorre ci terrà compagnia anche Domenica 10 garantendo una pressoché totale stabilità atmosferica con sole e temperature sostanzialmente in linea con il periodo: sono attese punte massime intorno ai 28/32°C nelle principali località del Centro-Nord, anche qualche grado in meno sul versante adriatico e al Sud.

Lunedì 11 sarà ancora soleggiato al nord e bel tempo prevalente al centro, mentre al sud cielo poco nuvoloso. L’Alta delle Azzorre, dicono gli esperti de iLMeteo.it riuscirà a mitigare il clima solamente fino a Mercoledì, poi da giovedì 14 l’Italia sarà nella morsa di una nuova e potente ondata di caldo africano.

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Crisi del gas: a che punto è l’Europa e perché non c’è il tetto al prezzo


Il Consiglio Europeo concluso il 24 giugno non ha dato la svolta sulla crisi del gas. O meglio, sul tetto al prezzo del combustibile, tanto voluto da Draghi, ma accolto più tiepidamente da altri membri.

Intanto, proprio la quotazione di riferimento europea è schizzata oltre i 130 euro a megawattora, lasciando irrisolto il problema dell’inflazione energetica.

Mentre la Germania ha avviato la seconda fase del piano di emergenza e l’Italia osserva attenta gli stoccaggi per l’inverno, seminando una certa sicurezza, la corsa per non restare nella trappola russa prosegue.

Da dove sta arrivando il gas in Europa? Perché il tetto al prezzo è saltato e in quale condizione si trova il continente? Il punto della situazione.

Tetto al prezzo del gas: non c’è accordo in Ue, i motivi

L’enigma dei prezzi elevati dell’energia ha dominato la discussione di venerdì del Consiglio Europeo, ma alla fine non sono emerse soluzioni chiare e condivise.

Su sollecitazione di Draghi, si era parlato di convocare un vertice straordinario a luglio per focalizzare la questione del gas, con eventuale meccanismo per il tetto al prezzo, ma l’ipotesi è stata bocciata.

I leader dell’Ue hanno concluso il loro vertice impegnandosi a “garantire un più stretto coordinamento energetico” tra loro e hanno invitato la Commissione a presentare a settembre una relazione sui modi per tenere sotto controllo i prezzi dell’energia, ribadendo un appello a esplorare la fattibilità del price-cap.

Draghi lo ha definito un “risultato soddisfacente” e ha affermato che la questione sarà discussa di nuovo in un vertice di ottobre. Le cose si stanno muovendo secondo il presidente del Consiglio.

Sarà davvero così? La soglia per il tetto al prezzo del gas è stata stimata nel range 80-90 euro per megawattora e, considerando i picchi sui 140 che di nuovo ha toccato la materia prima ad Amsterdam in questa settimana, sarebbe una notizia importante per i consumatori.

Tuttavia, alcuni Paesi, come l’Olanda, hanno nicchiato all’idea, per timore che ci sia una distorsione della liberalizzazione del mercato. La misura, secondo l’Italia e Draghi, significherebbe innanzitutto diminuire le entrate di Gazprom, che non può portare il gas destinato all’Europa in altri mercati.

Vero è che resta l’incognita di come funzionerebbe questo tetto: sarebbe valido solo per gli acquirenti europei del gas russo o verrebbe esteso ad altri mercati?

I Paesi del Medio Oriente e dell’Asia, produttori ed esportatori del combustibile, come si comporterebbero? Senza l’applicazione di questo limite, la loro concorrenza si rafforzerebbe.

“Il problema è che non possiamo imporre il tetto solo alla Russia, quindi, una volta applicato non sappiamo come reagirebbero altri produttori, ad esempio l’Algeria, nei confronti del mercato europeo”, ha commentato Gianclaudio Torlizzi, esperto di commodity.

In attesa di novità, l’inflazione energetica sale in Europa e la Bce si dirige verso i rialzi dei tassi.

Quale gas sta arrivando in Europa?

Aspettando misure nuove, cosa succede concretamente ai flussi di gas verso l’Europa? Qualcosa è di certo cambiato dall’inizio della guerra a oggi, a discapito delle vendite russe.

Più Gnl, con il rischio scarsità offerta a causa anche delle richieste in Asia, maggiore ruolo dell’Algeria e più spazio alla Norvegia: questo sta emergendo nel nuovo scacchiere geopolitico delle forniture all’Europa.

C’è un 75% in meno di combustibile dalla Russia, ma il fabbisogno del continente non è ancora soddisfatto. E se Mosca decide di usare il gas come ricatto chiudendo ancora i rubinetti, il prezzo salirà con gravi conseguenze per l’Europa.

Siccità, situazione drammatica nel Bacino Padano e ipotesi razionamento dell’acqua


Allarme siccità nel bacino del Po: “Si registra la peggior crisi idrica da 70 anni ad oggi”. Produzione di energia elettrica in stallo, culture in sofferenza e ipotesi razionamento notturno dell’acqua per 125 comuni.

Continua l’allarme siccità al Nord

L’allarme siccità comincia ad essere molto preoccupante nel Bacino del Po. “Si registra  la peggior crisi idrica da 70 anni ad oggi”. A sottolinearlo, con tutta la sua gravità, l’ultimo bollettino dell’Autorità di bacino distrettuale fiume Po.

Al progressivo deficit di risorsa disponibile per tutti gli usi da quelli agricoli a quelli industriali, fino a quelli civili si aggiunge la previsione di mancanza di piogge e il persistere di alte temperature sopra la media.

Occorre inoltre annoverare anche la progressiva scarsità di risorsa utile per il raffreddamento adeguato delle centrali elettriche.

Neve sulle Alpi quasi esaurita

Come scrive l’Autorità nell’ultimo bollettino “La neve sulle Alpi è totalmente esaurita in Piemonte e Lombardia; i laghi, a partire dal Lago Maggiore, sono ai minimi storici del periodo (eccetto il Garda); la temperatura è più alta fino a due gradi sopra la media; la produzione di energie elettrica è in stallo; le colture, nonostante l’avvio tardivo di 15 giorni della pratica dell’irrigazione (esempio in Lombardia), sono tutt’ora in sofferenza; così come si accentua, con inevitabili danni ambientali a biodiversità e habitat, la risalita del cuneo salino a oltre 10 km dalla Costa Adriatica e con un utilizzo all’80% a 15 km dal mare.

In quelle aree del rodigino e del ferrarese l’irrigazione è tutt’ora sospesa o regolata in modo minuzioso nel corso della giornata”

Chiesto razionamento acqua notturno

Per ora il grado di severità della siccità nel distretto è grave o estremamente grave con colorazione arancione in assenza di precipitazioni; nuova seduta dell’Osservatorio prevista per martedì 21 Giugno.

In virtù di questo scenario, Utilitalia la federazione che riunisce le aziende che distribuiscono l’acqua potabile ha chiesto ai sindaci di 100 comuni piemontesi e 25 lombardi di attuare sospensioni notturne per rimpinguare i livelli dei serbatoi, emettendo ordinanze mirate ad un utilizzo estremamente parsimonioso dell’acqua.

Sperando che la situazione possa miglioare nelle prossime settimane.

Un asteroide gigantesco sta per sfiorare la Terra, per fortuna c’è solo da godersi lo spettacolo


Un asteroide molto grande, quattro volte la mole dell’Empire State Building, si avvicinerà alla Terra il prossimo 27 maggio.

Lo dice il Cneos, il Center for Near Object Studies della Nasa che vigila sui sorvoli di questi oggetti celesti: se ne controllano circa 29mila ogni anno e vale la pena ricordare che per “neo” si intende ogni oggetto celeste che passa a circa 48 milioni dall’orbita terrestre.

Si chiama 7335 (1989 JA) e mancherà il nostro pianeta di 2.5 milioni di miglia, circa 4 milioni di chilometri. Potremmo anche vederla come dieci volte la distanza media fra la Terra e la Luna.

Ha un diametro notevole, di 1.8 chilometri, e nonostante la distanza possa apparire molto rassicurante, l’agenzia spaziale statunitense l’ha classificato fra gli asteroidi “potenzialmente pericolosi”.

In altre parole, come spiega Sciencealert, se mai dovesse cambiare orbita e impattare col nostro pianeta potrebbe procurarci danni enormi.

Ma tutto dovrebbe andare bene con l’appuntamento più delicato dell’anno: 7335 (1989 JA) sarà infatti il più grosso oggetto celeste che si avvicinerà così tanto alla terra fino a dicembre.

Corre a circa 76mila chilometri orari e non dovrebbe farsi rivedere prima del 23 giugno 2055, quando volerà ancora più lontano, a circa 70 volte la distanza media Terra-Luna.

Di questi 29mila “neo” in realtà la maggior parte è composta da corpi di dimensioni molto piccole e, appunto, 7335 è uno dei più grandi.

Più grande del 99% di tutti gli altri. Appartiene a una classe di asteroidi battezzata Apollo: si tratta di un gruppo caratterizzato da un’orbita con semiasse maggiore superiore a una unità astronomica e un perielio (q) inferiore a 1,017 UA, corrispondente all’afelio della Terra.

Devono il nome al primo oggetto di questo genere a essere scoperto, individuato nel 1932 da Karl Reinmuth.

Fra di loro ce ne sono appunto alcuni potenzialmente pericolosi per la Terra: qualcuno ricorda la meteora Čeljabinsk, che esplose sopra la città russa di Čeljabinsk nel 2013?

Si trattava proprio di un asteroide appartenente a questa classe che ne conta 15mila.

Vedremo in autunno se la missione Dart, che dovrà scontrarsi con l’asteroide Dimoprhos per deviarne l’orbita, potrà esserci utile in futuro per le minacce provenienti da questo tipo di oggetti celesti.

BUONA FOTO

Aria condizionata vietata in auto: quando si rischia la multa?


Alla vigilia dell’estate e con temperature record già a maggio, l’aria condizionata in auto è assolutamente imprescindibile.

Una compagna fedele per i viaggi più e meno lunghi. L’aria condizionata non può proprio mancare, soprattutto per i più calorosi.

Non solo: in concomitanza con il famoso (e tanto odiato) esodo estivo, quando si formano lunghe code sotto il sole, rinfrescare l’abitacolo con un po’ d’aria fresca è fondamentale. Tuttavia, è bene conoscere alcune regole spesso date per scontato e sconosciute ai più.

Ci sono momenti, infatti, in cui l’aria condizionata in auto è vietata. Le multe in caso di violazione sono salatissime.

Quando deve essere tenuta spenta

Il codice della strada vieta l’uso dell’aria condizionata quando l’auto è in sosta.

La norma è stata introdotta nel 2007, quando il codice della strada è stato parzialmente modificato ed è stato introdotto anche il comma 7 bis all’articolo 157, secondo cui: “È fatto divieto di tenere il motore acceso, durante la sosta del veicolo, allo scopo di mantenere in funzione l’impianto di condizionamento d’aria nel veicolo”.

Tale divieto persegue un obiettivo ben preciso: ridurre le emissioni ambientali dei gas di scarico dei veicoli. Lo stesso avviene in altre città europee, come Madrid e Londra.

Nel 2014 una successiva riforma ha stabilito l’importo delle sanzioni amministrative per i trasgressori: dall’1 gennaio 2015, chi non spegne il motore per tenere l’aria condizionata durante la sosta rischia da 223 a 444 euro di multa.

ARRIVA IL GIRO


Il 18 maggio il Giro d’Italia fa tappa a Reggio Emilia.

La città sarà protagonista dell’arrivo della 11° tappa Santarcaneglo di Romagna – Reggio Emilia, una tappa di pianura lunga 203 km che vedrà i campioni del ciclismo mondiale arrivare in volata a Reggio alle ore 17. L’edizione del 2022, che sarà la 105^ edizione della manifestazione, inizierà il 6 maggio e terminerà il 21 maggio dopo 21 tappe.

L’arrivo in città

I ciclisti, in arrivo da Carpi, imboccheranno via Lenin all’altezza della rotatoria per poi proseguire verso la città attraversando via degli Azzarri, via Fleming, via Marelli, via Pasteur, via Amendola, via Emilia Ospizio. In piazza del Tricolore svolteranno a destra su viale Piave per proseguire in velocità su viale Isonzo dove è previsto l’ARRIVO all’altezza della ex- caserma Zucchi (Open Village della manifestazione).

I partner degli eventi

Nell’attesa del Giro, dal 30 aprile al 18 maggio, la città sarà animata da un ricco cartellone di eventi.

Il programma è a cura di marco Pastonesi – scrittore e giornalista – e della @bibliotecadellabiciclettaLucosCozza.
Gli eventi sportivi sono realizzati in collaborazione con: CONI, FCI, ACSI, AICS, CSI, UISP, US ACLI, Fiab RE Tuttinbici Aps, ASD Cooperatori.

Le iniziative nei Nidi e nelle Scuole dell’Infanzia sono a cura di: Fondazione Reggio Children Centro Loris Malaguzzi, Istituzione Nidi e Scuole d’Infanzia, Pause Atelier dei Sapori, Reggio Children Srl, Remida Centro di Riciclaggio Creativo.

Gli sponsor del Comitato Tappa locale

Sono in tutto 17 gli enti e le aziende private che fanno parte del Comitato di Tappa locale e che sponsorizzano la manifestazione sportiva.

Tutte le tappe del Giro d’Italia a Reggio Emilia

Prima del 2022, il Giro d’Italia è stato a Reggio Emilia sette volte.
La prima volta nel 1927, il 17 maggio, con arrivo della seconda tappa partita da Torino, vinta dal leggendario Alfredo Binda, e partenza da Reggio il giorno seguente per Lucca, con vittoria dello stesso Binda, che vinse poi il Giro.

La seconda volta fu nel 1947, il 26 maggio: terza tappa Genova – Reggio Emilia, vinta da Luciano Maggini; da Raggio si ripartì il giorno seguente per Prato, con tappa vinta da Fausto Coppi, che vinse anche il Giro.
Poi, nel 1983, il 25 maggio, con l’arrivo della dodicesima tappa Pietrasanta – Reggio Emilia, vinta da Alf Segersall e partenza il giorno seguente per Parma (gara a cronometro individuale), vinta da Giuseppe Saronni, che vinse il Giro.

Quindi nel 2001, il 27 maggio, l’ottava tappa Montecatini Terme – Reggio Emilia, vinta da Pietro Cauccioli e partenza il giorno seguente per Rovigo, dove arrivò primo al traguardo Mario Cipollini (quell’anno il Giro fu vinto da Gilberto Simoni).
Nel 2007, il 21 maggio, dopo il trasferimento da Fiorano, partenza della nona tappa Reggio Emilia – Lido di Camaiore, vinta da Danilo Napolitano (Giro vinto da Danilo Di Luca).

In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, nel 2011, il 9 maggio, dopo il trasferimento da Parma, partì da Reggio Emilia la terza tappa, per Rapallo, vinta da Angel Vicioso, mentre il vincitore del Giro fu Michele Scarponi.
Infine nel 2017 Reggio Emilia è stata protagonista di una doppia tappa di arrivo e di partenza che ha reso omaggio alla città nel 220° della nascita della bandiera Tricolore: vincitore il colombiano Fernando Gaviria.

VI ASPETTIAMO TUTTI QUANTI

A REGGIO EMILIA IL 18 MAGGIO 2022

L’India blocca le esportazioni di grano: è allarme mondiale


Il governo indiano ha bloccato l’export di ogni tipo di grano, con effetto immediato, da oggi.

La decisione è stata resa nota a 24 ore dalla pubblicazione dei dati sull’inflazione annuale, salita all’8,38 per cento, con i prezzi al dettaglio che, nel mese di aprile, hanno toccato il massimo storico da otto anni.

L’India si trova in grandi difficoltà a causa dell‘anomala ondata di caldo che ha colpito il paese.

In molte zone la temperatura sta raggiungendo i 46 gradi e sono previsti picchi fino a 48 gradi.

Le dimensioni del raccolto potrebbero essere quindi inferiori molto inferiori al previsto, forse al di sotto dei 100 milioni di tonnellate. Da qui la scelta protezionistica.

Lo stop alle esportazioni segna una brusca svolta rispetto a orientamenti anche molto recenti che prevedevano un aumento record delle esportazioni.

A metà febbraio, il ministero all’Agricoltura indiano aveva previsto che il raccolto della stagione avrebbe toccato il record di 111,3 milioni di tonnellate e che le esportazioni sarebbero decollate.

Il ministro del Commercio e Industria Piyush Goyal, il 15 aprile, in un tweet, aveva scritto: «Gli agricoltori indiani hanno messo da parte un eccesso di riserve e sono pronti a sfamare il mondo».

Gli acquirenti globali puntavano sul secondo produttore mondiale di grano per le forniture dopo il crollo delle esportazioni dalla regione del Mar Nero in seguito all’invasione russa dell’Ucraina alla fine di febbraio.

Prima del divieto, l’India mirava a spedire un record di 10 milioni di tonnellate all’estero. Ad aprile ne aveva esportato 1,4 milioni di tonnellate e sono già stati firmati contratti per altri 1,5 milioni.

Il governo ha assicurato che consentirà ancora l’export per lettere di credito che sono già state emesse e su richiesta dei Paesi che stanno cercando di “soddisfare le proprie esigenze di sicurezza alimentare”.

La decisione potrebbe portare i prezzi globali a nuovi picchi e colpire i consumatori poveri in Asia e Africa.

I minuti successivi a un’esplosione nucleare sono vitali per la sopravvivenza


I minuti successivi a un’esplosione nucleare sono vitali per la sopravvivenza

Tra le crescenti tensioni con le potenze nucleari mondiali, la minaccia di esplosioni diventa spaventosamente sempre più plausibile.

Il governo degli Stati Uniti ha persino aggiornato la sua guida per un attacco nucleare da quando Vladimir Putin ha messo in allerta le forze nucleari russe.

Naturalmente, nessuno vuole pensare a un’esplosione nucleare imminente, ma è sempre meglio essere informati nel caso in cui un leader mondiale con troppo potere vacilla nella direzione sbagliata.

Gli esperti hanno iniziato a condividere i loro consigli in caso di esplosione di una bomba nucleare, in particolare perché affermano che i minuti e le ore successive a un’esplosione sono estremamente critici per determinare la sopravvivenza.