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Il Virologo GIULIO TARRO “Per sconfiggere il virus serve la cura, non il vaccino”


Aspettare un vaccino in grado di sconfiggere il nuovo coronavirus potrebbe essere inutile.

Secondo il virologo Giulio Tarro, infatti, “se il virus ha come sembra una variante cinese e una padana, sarà complicato averne uno che funziona in entrambi i casi”.

È quello che avviene “per i vaccini antinfluenzali che non coprono tutto”.

Il virologo, primario in pensione dell’ospedale Cotugno di Napoli, è stato in prima linea contro diverse malattie: “Ho isolato il vibrione del colera a Napoli, ho combattuto l’epidemia dell’Aids e ho sconfitto il male oscuro di Napoli, il virus respiratorio ‘sincinziale’ che provocava un’elevata mortalità nei bimbi da zero a due anni affetti da bronchiolite”, racconta a Businessinsider.

E ricorda come “né per la prima Sars, né per la sindrome respiratoria del Medio Oriente sono stati preparati vaccini, si è fatto, invece, ricorso agli anticorpi dei soggetti guariti”.

Potrebbe essere questa la chiave per sconfiggere anche il Sars-CoV-2, che ha scatenato una pandemia a livello globale.

Si tratta, quindi di “una cura”, non di un vaccino. L’epidemia, infatti, “potrebbe sparire completamente come la prima Sars, ricomparire come la Mers, ma in maniera regionalizzata o diventare stagionale come l’aviaria”.

Per questo, afferma Giulio Tarro, “serve una cura più che un vaccino”.

Per quanto riguarda le tempistiche, l’esperto si augura che la soluzione possa “arrivare anche per l’estate. Spero che la scienza e il caldo possano essere alleati. E confido che potremo andare a fare i bagni. Troppa gente parla del coronavirus senza avere il supporto dei dati scientifici e senza le giuste conoscenze”.

Infatti, sostiene Giulio Tarro, “oggi non lottiamo contro l’Ebola, ma il nostro nemico è una malattia che non è letale per quasi il 96% degli infetti”.

Coronavirus – COVID-19 le sciarpe possono sostituire le mascherine? Come proteggersi e proteggere


Da domenica 5 aprile, e almeno fino al 13 aprile, i n Lombardia ( e non solo: anche in Toscana) si potrà uscire di casa solo indossando le mascherine (che non sono facilmente reperibili e una mascherina chirurgica in farmacia è venduta, quando c’è, a non meno di 2 euro).

In subordine ci si può coprire naso e bocca in qualunque altro modo, come sciarpe , foulard e scaldacollo.

 

Ma una sciarpa può bastare? «Sciarpe e foulard servono soprattutto a limitare la diffusione dei droplets da persone potenzialmente asintomatiche e quindi inconsapevolmente contagiose, ma hanno un potere filtrante minimo per chi li indossa soprattutto perché non aderiscono bene al volto come può fare una mascherina» spiega il virologo Fabrizio Pregliasco.

Certamente in una situazione come l’attuale dove il virus circola specialmente in Lombardia o in altre zone del Nord Italia , utilizzare una mascherina chirurgica può difendere gli altri se siamo asintomatici e in qualche modo può proteggerci dal contatto con gli altri se non riusciamo a mantenere la distanza consigliata di 1 metro come può succedere sui mezzi pubblici, al supermercato o nelle fabbriche ancora aperte e produttive.

Inoltre indossare una mascherina (o una sciarpa) è un ottimo deterrente dal toccare naso, occhi e bocca perché abbiamo visto che le mucose possono rappresentare la porta di ingresso al virus nel caso di contaminazione da contatto.

Importanza pedagogica
«Il fatto che tutti debbano coprire naso e bocca – aggiunge Pregliasco – ha anche un’importanza pedagogica: il virus sta circolando, tutti facciamo qualcosa per evitare il contagio con una maggiore serenità da parte della popolazione.

Se tutti portiamo mascherina o foulard e non solo i sintomatici saremo sullo stesso piano, senza il rischio di additare chi porta la mascherina come untore.

Certo, sarebbe stato auspicabile avere una direttiva unica, valida per tutti perché in questo modo è chiaro, il rischio è di rimanere disorientati».

Meglio la chirurgica
A livello di popolazione generale la mascherina più raccomandata è quella chirurgica, facilmente indossabile, leggera, più economica.

Limita la diffusione nell’ambiente di particelle potenzialmente infettanti da parte di individui infetti o potenziali infetti bloccando almeno il 95% dei virus in uscita.

Non ha una funzione filtrante in fase inspiratoria, pertanto non protegge dall’inalazione di particelle aeree di piccole dimensioni (aerosol) «ma fornisce comunque una minima protezione anche a chi la indossa da droplets particolarmente potenti» precisa Pregliasco.

La mascherina chirurgica andrebbe cambiata ogni 2-4 ore a secondo di quanto è umida o sporca.

Ma questo vale in ambiente ospedaliero, dove il potenziale contaminante è elevato.

«La popolazione generale – chiarisce Pregliasco, può anche optare per un riciclo, magari spruzzando una piccola quantità di disinfettante a base di alcol o cloro, facendo attenzione a non esagerare per non rovinarne la struttura».

Sciarpe e foulard invece, se utilizzati in sostituzione delle mascherine, vanno lavati.

No alle valvole
Un’alternativa alla chirurgica (e un buon compromesso) sono le FFP1, che hanno un’efficacia filtrante del 78%.

Proteggono gli altri, ma in buona parte anche se stessi. «Rendono però la respirazione più difficoltosa e non si adattano al viso se si ha la barba.

Se dotata di valvola non ha una funzione filtrante in fase espiratoria: significa che chi la indossa protegge se stesso ma non gli altri perché dalla valvola può uscire materiale infetto se chi la indossa è positivo (anche inconsapevole) a Covid-19.

Per questo le mascherine con le valvole sono raccomandate agli operatori sanitari che assistono pazienti infetti o potenzialmente infetti.

Gli occhiali
L’ordinanza della Regione Lombardia impone di indossare sempre la mascherina quando si è in pubblico ma va ricordato che se uno si trova all’aperto da solo la mascherina non serve .

Il distanziamento sociale e il frequente lavaggio delle mani restano le migliori armi. E gli occhiali possono servire?

Gli occhiali possono essere utili a proteggere gli occhi che sono una porta d’ingresso possibile come le mucose.

Si tratta di misure prudenziali in contesto sociale.

 

Burioni: le mascherine ostacolano la diffusione del virus
«Le raccomandazioni possono cambiare nel tempo e variano via via che aumenta la conoscenza di questo che è un nuovo virus.

Ora sappiamo due cose: si tratta di un virus molto contagioso e le mascherine chirurgiche ostacolano tantissimo la sua diffusione.

A dircelo è uno studio pubblicato proprio ieri su Nature Medicine» spiega il virologo Roberto Burioni.

«E questo non solo per proteggerci – aggiunge- ma per proteggere gli altri. «Dunque le mascherine saranno presidi fondamentali nei prossimi mesi. Perché non sappiamo ancora quando potremo uscire, ma speriamo il prima possibile. E dobbiamo essere pronti».

La beffa delle Mascherine fantasma


Oltre 250 persone tra medici, farmacisti, infermieri raggirate. E nell’elenco ci sono anche associazioni di volontariato e due amministrazioni comunali, in Piemonte e in Basilicata.

Tutte finite nella trappola di un imprenditore che prometteva, approfittando dell’emergenza coronavirus , carichi da oltre 500mila mascherine a meno di un euro a pezzo ma dei dispositivi nemmeno l’ombra.

Aveva creato un sito accattivante e continuava a giustificarsi con i clienti: “Il cargo arriverà all’aeroporto tra qualche giorno, abbiate pazienza”. Ma l’unica mascherina trovata nella perquisizione era quella che indossava.

La guardia di finanza è riuscita a bloccare una truffa da un milione di euro e a risalire all’uomo, un imprenditore vercellese, commerciante del settore bestiame, sul cui conto già erano piovuti decine di bonifici da migliaia di euro.

Sul sito online, infatti, prometteva mascherine di ogni tipo, dalle chirurgiche alle FFP3, rare in questo momento, insieme con termometri, igienizzanti e prodotti vari che sarebbero arrivate entro 10 giorni. E più si ordinava e più il prezzo scendeva: con ordini superiori a 500mila mascherine, infatti, il prezzo al pezzo scendeva a 90 centesimi.

I baschi verdi del gruppo pronto impiego lo hanno fermato, insieme con i colleghi del gruppo Vercelli e della Compania di Caselle.

Sono riusciti a incastrarlo fingendosi acquirenti, con loro si era vantato di aver pronto un ordine per la Svizzera di oltre 20 milioni di mascherine.

Il sito è stato sequestrato insieme ai file dei contatti commerciali e ai conti correnti. Ora si stanno acquisendo le querele ma le indagini continuano soprattutto visto il momento delicato.

MASCHERINE – FFP2 e FFP3


In seguito alla pubblicazione del decalogo stilato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in questo periodo di contagio che sta coinvolgendo tutto il Mondo, anche l’utilizzo corretto delle mascherine per il viso richiede una particolare attenzione.

Nello specifico, come accennato nella fase introduttiva di questa nuova guida, si tratta di dispositivi realizzati per la protezione delle vie aree del viso maggiormente esposte ai contagi.
Le mascherine antivirus ffp2 e ffp3 possono proteggere il naso, la bocca e il mento.

Per adottare tutte le misure preventive necessarie è fondamentale avvalersi di un acquisto e un utilizzo consapevole.

A differenza delle comuni mascherine chirurgiche, la versione ffp2 e ffp3 si dimostra quella più professionale e sicura.

Allo stesso tempo questi dispositivi si adattano alla prevenzione non soltanto dei virus, ma anche delle comuni forme di influenza o altre patologie trasmissibili per via aerea.

Nella maggior parte dei casi di tratta di mascherine monouso che devono essere buttate al termine dell’utilizzo e sostituite con un nuovo prodotto della medesima categoria.

Le mascherine antivirus devono essere indossate in ambienti pubblici, dove il rischio di un contagio veicolare si dimostra più facilmente contraibile rispetto agli ambienti casalinghi.

Le mascherine diventano obbligatorie all’interno dei reparti ospedalieri, ma anche in luoghi pubblici in caso di emergenze al fine di non scatenare ulteriormente il panico sociale.

 

Quali mascherine utilizzare per la prevenzione dai virus

Le mascherine antivirus vengono utilizzate soprattutto nelle grandi aree metropolitane e nelle città, in presenza di un virus in circolazione, al fine di impedire il contagio di massa.

Sotto questo punto di vista si rende estremamente importante riconoscere le categorie adatta alla prevenzione rappresentate da:
Mascherine FFP2: dotate di un facciale filtrante, regolato dalla presenza della valvola, per la separazione delle particelle solide e liquide a protezione media.
Mascherine FFP3: dotate di un facciale filtrante per la separazione delle particelle solide e liquide ad alta protezione.

I dispositivi facciali antivirus ffp2 e ffp3 si dimostrano mediamente e altamente sicuri per la protezione delle principali vie aeree del viso in caso di virus e altre malattie trasmissibili.

Per rendersi tuttavia efficaci al 100% è necessario adottare le norme di prevenzione igienica descritte all’interno del decalogo pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità italiana ed avvalersi di un sostegno medico prima dell’utilizzo.

Le mascherine antivirus ffp2 e ffp3 con filtro sono davvero efficaci?

Durante una situazione di pericolo e di contagio moltissime persone tendono ad entrare nel panico e a porsi diversi domande in merito alla funzionalità e all’efficacia delle mascherine antivirus monouso a grado di protezione ffp2 e ffp3.

Per massimizzare al massimo l’efficacia del dispositivo facciale è importante seguire una serie di regole igieniche e comportamentali tra cui:
1) acquistare soltanto mascherine antivirus di alta qualità (ffp2 e ffp3)
2) indossare correttamente il dispositivo per proteggere naso, bocca e mento
3) buttare e sostituire la mascherina al termine dell’utilizzo
4) seguire il decalogo igienico per la prevenzione dal contagio (promosso dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità)
5) igienizzare le mani con l’impiego di specifiche formulazioni e gel appositi in assenza di acqua
6) evitare il contatto diretto con il viso (occhi, naso e bocca) con le mani sporche dopo aver tolto la mascherina

 

Come indossare le mascherine antivirus?

Utilizzare le mascherine antivirus ffp2 e ffp3 con filtro si dimostra piuttosto semplice e intuitivo, alla portata di qualsiasi acquirente.

In molte confezioni di acquisto è possibile far riferimento al manuale di istruzioni illustrato. Di norma sono consigliati i seguenti passaggi:
1) estrarre la mascherina dalla confezione di acquisto dopo essersi lavati le mani
2) indossare la mascherina con la parte della ‘coppa’ rivolta verso il naso, la bocca e il mento
3) fissare la mascherina dietro alla nuca (tramite la presenza dei lacci o dell’elastico)
4) utilizzare la valvola come descritto dall’azienda produttrice
5) buttare la mascherina dopo averla utilizzata (per i tempi indicati sulle confezioni di acquisto)
6) lavarsi nuovamente le mani dopo aver tolto la mascherina e prima di indossare un nuovo dispositivo

 

Dove si acquistano le mascherine antivirus ffp 2 e ffp3 con filtro, opinioni e prezzi

Le mascherine antivirus ffp2 e ffp3 con filtro possono essere acquistate in farmacia e parafarmacia ma è possibile utilizzare anche altri metodi di ordinazione.

Uno tra i modi migliori per procedere è quello di optare per l’ordinazione sicura tramite i siti di e-commerce come Amazon, dove è possibile approfittare delle numerose offerte periodiche per l’acquisto di più mascherine all’interno della stessa confezione.
Sui vari store digitali, ma anche forum online, si può accedere alla vastità delle opinioni e delle recensioni pubblicate dagli acquirenti che hanno testato con mano il prodotto, onde colmare qualsiasi dubbio e lacuna. I prezzi delle mascherine antivirus ffp2 e ffp3 con filtro variano a seconda delle marche, del numero di pezzi compresi nella confezione di acquisto e degli eventuali sconti promossi dai singoli rivenditori.

Nella maggior parte dei casi i costi dei pacchi oscillano dai 30 euro in su, per le versioni più economiche, fino a superare i 70 euro per le mascherine a protezione superiore.

Coronavirus, la ripresa sarà scaglionata. Ultimi a riaprire saranno bar e discoteche


Sarà una ripresa scaglionata quella che segnerà la fine dell’emergenza da coronavirus. E sarà lenta. Soltanto dopo il nuovo blocco di due settimane che sarà decretato il prossimo 3 aprile e durerà fino al 18 aprile, si comincerà a discutere i criteri per la progressiva riapertura.

La condizione primaria rimane quella di R0, l’indice di contagiosità inferiore a 1 (un positivo infetta meno di una persona).

Ma anche dopo aver raggiunto questo risultato bisognerà mantenere alcuni divieti e limitazioni per impedire che la circolazione degli asintomatici possa far risalire il numero dei positivi. Ecco perché gli ultimi ad aprire saranno i locali dove maggiore è la possibilità per le persone di stare a stretto contatto come discoteche, i bar, i ristoranti, i cinema e i teatri.

Mentre i primi a riprendere l’attività potrebbero essere quegli imprenditori che fanno parte della filiera alimentare e farmaceutica. E in vigore fino alla fine dell’epidemia ci saranno anche le misure strettissime per chi torna dall’estero rese ancora più severe da un’ordinanza emanata ieri.

«A inizio settimana con gli scienziati del comitato tecnico scientifico e confidiamo che ci portino delle buone notizie. Ci manteniamo sempre vigili e attenti per adeguare le nostre valutazioni», ha spiegato ieri Conte.

E le indicazioni degli esperti appaiono già scontate, a partire da quelle sulle festività pasquali che — la posizione del comitato sarà netta — «dovranno essere all’insegna della distanza».

Ecco perché non solo saranno in vigore tutti i divieti di spostamento, ma verranno intensificati i controlli delle forze dell’ordine per impedire che a qualcuno venga in mente di uscire da casa e rimanere fuori più del tempo consentito per fare la spesa o andare in farmacia, al massimo portare il cane a far il giro del palazzo.

E chiuse dovrebbero rimanere anche quelle aziende che fanno parte della filiera dei servizi essenziali (alimentari e farmaceutica) per cui si sta valutando una deroga se abbiano dimostrato di poter dotare i dipendenti dei dispositivi di sicurezza. Se ne riparlerà semmai la settimana successiva al 12 aprile.

 – Bar e palestre
Dal 18 aprile, si valuterà il resto. Ma i criteri di rimodulazione delle misure appaiono già ben delineati.

E anche se i dati dovessero essere positivi, per il ritorno alla normalità serviranno comunque settimane.

Gli ultimi ad aprire saranno tutti i luoghi dove è difficile mantenere la distanza, dunque i locali destinati ai giovani come le discoteche, i bar, i pub.

Stesso discorso per i ristoranti, i posti dove si svolgono attività ludiche, come le sale giochi, le palestre e le piscine. È possibile che si consenta la riapertura di qualche negozio, ma dovrà sempre essere rispettata la distanza di un metro, così come la regola di entrare uno alla volta a meno che non si tratti di grandi spazi.

Per questo è legata strettamente all’andamento del contagio la decisione che riguarda la ripresa di quelle attività dove c’è il contatto diretto con il cliente come i centri estetici oppure i parrucchieri.

Sospesi fino a data da destinarsi anche gli eventi pubblici dove risulta impossibile controllare il rispetto della distanza tra le pesone. E tanto basta a comprendere quanto sia difficile la scelta sul ritorno a scuola dei ragazzi.

 – Modulo per chi torna
L’ordinanza emessa ieri per stringere le maglie rispetto ai ritorni dall’estero rende evidente anche il tempo che ci vorrà per consentire la libera circolazione tra gli Stati.

Chi rientra in Italia – si stimano circa 200mila cittadini oltre ai 30mila già tornati- deve infatti «andare in quarantena e all’atto dell’imbarco su aerei o navi (con la mascherina) compilare l’autocertificazione per indicare l’indirizzo dove starà in isolamento. In caso di insorgenza di sintomi Covid-19, «c’è l’obbligo di segnalazione con tempestività all’Autorità sanitaria».

Le stesse regole valgono per chi torna con mezzi propri: quarantena e obbligo di indicare alle Asl l’indirizzo dove andrà a stare. Se non si ha la possibilità di effettuare la quarantena in quel domicilio (ad esempio se nell’abitazione non ci sono stanze dove rimanere in isolamento) la Protezione civile indicherà il luogo dove il cittadino dovrà trascorrere, a proprie spese, i 14 giorni.

STORIA – Europa Peste del 1346


 

La peste nera fu una pandemia, quasi sicuramente di peste, nata, forse nel 1346, nel nord della Cina e che, attraverso la Siria, si diffuse in fasi successive alla Turchia asiatica ed europea per poi raggiungere la Grecia, l’Egitto e la penisola balcanica; nel 1347 arrivò in Sicilia e da lì a Genova; nel 1348 aveva infettato la Svizzera eccettuato il Cantone dei Grigioni e tutta la penisola italica risparmiando parzialmente il territorio del Ducato di Milano.

Dalla Svizzera si allargò quindi alla Francia e alla Spagna; nel 1349 raggiunse l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda; nel 1353, dopo aver infettato tutta l’Europa, i focolai della malattia si ridussero fino a scomparire.

Secondo studi moderni la peste nera uccise almeno un terzo della popolazione del continente, provocando verosimilmente quasi 20 milioni di vittime.

Quasi l’unanimità degli studiosi identifica la peste nera come un’infezione sostenuta da Yersinia pestis, batterio isolato nel 1894 e che si trasmette generalmente dai ratti agli uomini per mezzo delle pulci.

Se non trattata adeguatamente, e nel XIV secolo non era conosciuto alcun modo per farlo, la malattia risulta letale dal 50% alla quasi totalità dei casi a seconda della forma con cui si manifesta: bubbonica, setticemica o polmonare.

Oltre alle devastanti conseguenze demografiche, la peste nera ebbe un forte impatto nella società del tempo.

La popolazione in cerca di spiegazioni e rimedi arrivò talvolta a ritenere responsabili del contagio gli ebrei, dando luogo a persecuzioni e uccisioni; molti attribuirono l’epidemia alla volontà di Dio e di conseguenza nacquero diversi movimenti religiosi, tra cui uno dei più celebri fu quello dei flagellanti.

 

Anche la cultura fu notevolmente influenzata, Giovanni Boccaccio utilizzò come narratori nel suo Decameron dei giovani fiorentini che erano fuggiti dalla città appestata. Il soggetto della “danza macabra” fu un tema ricorrente delle rappresentazioni artistiche del secolo successivo.

Terminata la grande epidemia, la peste continuò comunque a flagellare la popolazione europea, seppur con minor intensità, a cadenza quasi costante nei secoli successivi.

Il ritorno della peste nei secoli successivi

Si ritiene che lo stesso agente patogeno del 1348 sia responsabile delle ricorrenti epidemie scoppiate in Europa, con vari gradi di intensità e mortalità seppur sempre inferiori alla prima, a ogni generazione, fino al XVIII secolo.

È stato infatti osservato che, tra il 1347 e il 1480, la peste colpì le maggiori città europee a intervalli di circa 6-12 anni affliggendo, in particolare, i giovani e le fasce più povere della popolazione.

A partire dal 1480 la frequenza incominciò a diminuire, attestandosi a un’epidemia ogni 15-20 anni circa, ma con effetti sulla popolazione non certo minori.

Nel 1466 circa 40.000 parigini morirono per un nuovo scoppio della malattia. Tra il 1500 e il 1850 la peste fu presente senza soluzione di continuità in almeno un territorio del mondo islamico.

Importanti epidemie successivamente si registrarono nel territorio milanese nel biennio 1576-1577, nell’Italia settentrionale nel 1630 (immortalata da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi) e a Siviglia tra il 1647 e il 1652.

Nel 1661 l’impero ottomano fu pesantemente colpito mentre, tra il 1663 e il 1664, un’epidemia si propagò nella repubblica olandese uccidendo 35 000 persone nella sola Amsterdam.

Da ricordarsi la grande peste di Londra, che colpì la capitale britannica tra il 1665 e il 1666, causando la morte di un numero di persone compreso tra 75 000 e 100 000, vale a dire più di un quinto dell’intera popolazione della città.

L’ultima grande epidemia, e una delle più devastanti che abbia afflitto una grande città, fu quella che interessò Marsiglia nel 1720, considerata di origine vicino-orientale, e che arrivò a uccidere quasi il 50% di tutta la popolazione cittadina, a cui si dovettero sommare le vittime delle zone limitrofe.

La terza pandemia di peste partì dalla Cina nel 1855, propagandosi per tutta l’Asia e uccidendo circa 10 milioni di persone nella sola India.

Dodici focolai in Australia tra il 1900 e il 1925 provocarono oltre mille morti, principalmente a Sydney; ciò portò alla creazione di un dipartimento di sanità pubblica che intraprese alcune ricerche all’avanguardia sulla trasmissione del morbo dalle pulci di ratto agli esseri umani attraverso il bacillo Yersinia pestis.

 

Dipartimento della Protezione Civile – COVID-19 Italia e Mondo – Monitoraggio della situazione


Dipartimento della Protezione Civile

COVID-19 Italia

Monitoraggio della situazione

 

MAPPA DELL’ITALIA

 

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Monitoraggio della situazione

 

MAPPA DEL MONDO

STORIA – Milano Peste del 1630


La peste del 1630 fu un’epidemia di peste diffusasi nel periodo tra il 1629 e il 1633 che colpì, fra le altre, diverse zone dell’Italia settentrionale, raggiungendo anche il Granducato di Toscana, la Repubblica di Lucca e la Svizzera, con la massima diffusione nell’anno 1630.

Il Ducato di Milano, e quindi la sua capitale, fu uno degli Stati più gravemente colpiti.

L’epidemia è nota anche come peste manzoniana perché venne ampiamente descritta da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame.

Tra il 1628 e il 1629 la popolazione dell’Italia settentrionale era affamata da una grave carestia; nello stesso periodo il Ducato di Milano venne colpito da una grave crisi nell’esportazione di prodotti tessili, uno dei settori manufatturieri principali.

Inoltre dal 1628, con la morte di Vincenzo II Gonzaga, ebbe inizio la guerra di successione di Mantova e del Monferrato che vide lo spostamento di truppe attraverso le Alpi, provenienti da zone infette e dedite a saccheggi e violenze; il loro passaggio accelerò la diffusione della pestilenza.
Alcuni casi di contagio in Piemonte si ebbero nel 1629 a Brianzone, a San Michele della Chiusa, a Chiomonte e nella stessa città di Torino.

Probabilmente questa diffusione in Piemonte dell’epidemia giunse dalle truppe francesi impegnate nei dintorni di Susa.

Il successivo passaggio di lanzichenecchi inviati dal Sacro Romano Impero, provenienti da Lindau e diretti a Mantova attraverso parte dello Stato di Milano, diffuse enormemente la peste.
In Valle d’Aosta il contagio si propagò nel maggio 1630 per il passaggio di quattro reggimenti di lanzichenecchi che si accamparono nei dintorni di Aosta.

Nello Stato di Milano

Le testimonianze principali che hanno tramandato i fatti del 1630 del Ducato di Milano sono le cronache del medico Alessandro Tadino (1580-1661) e (fonte del Manzoni) del canonico e anch’egli medico Giuseppe Ripamonti (1573-1643).

Entrambi furono testimoni diretti della grande pestilenza del 1630 di cui lasciarono due opere fondamentali per la comprensione di quanto accadde: il Tadino diede alle stampe nel 1648 il Raguaglio dell’origine et giornali successi della gran peste contagiosa, venefica, & malefica seguita nella Città di Milano; il Ripamonti stampò nel 1640 la cronaca in latino Iosephi Ripamontii canonici Scalensis chronistae vrbis Mediolani De peste quae fuit anno 1630.

Nelle due cronache si trova un riferimento al primo caso di morte per peste nella città di Milano, ma con dettagli diversi: secondo il Tadino fu Pietro Antonio Lovato proveniente dal territorio di Lecco ed entrato in città il 22 ottobre; secondo il Ripamonti fu invece Pietro Paolo Locato proveniente da Chiavenna, città già infetta, ed entrato a Milano il 22 novembre: ospitato da una zia a Porta Orientale, si ammalò per morire in capo a due giorni all’Ospedale Maggiore, avendo già infettato gli altri abitanti della casa che morirono anch’essi.

PROMESSI SPOSI

Il Manzoni racconta che a portare la peste in città fu un certo Pietro Antonio Lovato di Lecco, o Pier Paolo Locati di Chiavenna (i documenti non sono unanimi), un fante «sventurato e portator di sventura» entrato a Milano nell’autunno del 1629 carico di vesti rubate agli appestati soldati alemanni.

Il fante, col suo fagotto d’indumenti prese alloggio in casa di parenti nel Borgo Orientale, più o meno dalle parti dell’attuale Corso Venezia. Si ammalò e in quattro giorni morì.

Subito vennero messi in quarantena tutti i parenti nell’alloggio dove risiedevano. Ma ormai il danno era fatto.

Il soldato non aveva avuto l’accortezza di stare a casa così, oltre a contagiar tutti quelli della casa, in un modo o nell’altro «covando e serpendo lentamente», il morbo finì per dilagare in tutta la città, scoppiando in modo virulento nei primi mesi dell’anno successivo.

È a questo punto che alcuni membri del governo, quelli che più di tutti si erano impegnati a negarla «risolutamente», non volendo accollarsi la colpa e riconoscere l’inganno nel quale avevano tenuto la popolazione, preferirono addurre il disastro a qualche altra causa.

«Per disgrazia, ce n’era una pronta nelle idee e nelle tradizioni dell’epoca, in ogni parte d’Europa: arti venefiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a spargere la peste per mezzo di veleni contagiosi, di malie. Già cose simili o somiglianti erano state supposte e credute in molte altre pestilenze», compresa quella di san Carlo.

La caccia all’untore si scatenò in tutta la città, corroborata dalla falsa notizia che nel duomo «fossero state unte tutte le panche, le pareti e fin le corde delle campane». Fra i poveri primi malcapitati, stando alla cronaca di Manzoni, un povero vecchio, reo, col suo pastrano, di aver cercato di strofinare – solo per pulirla – la panca della chiesa dove stava pregando.
Il giorno dopo fu la volta di tre giovani francesi, a spasso per l’Italia, impegnati in un viaggio che solo un secolo e mezzo dopo sarà battezzato Gran Tour, vero e proprio padre del turismo moderno. I tre erano intenti a studiare il duomo quando, forse per verificare di quale materia fosse fatto, uno di loro ebbe la pessima idea di toccarlo. Apriti cielo! In men che non si dica furono «circondati, malmenati, e spinti a furia di percosse alle carceri». Il loro arresto ebbe un esito più fausto: riconosciuti innocenti furono liberati.

Ma il caso più celebre e certamente più drammatico fu quello che travolse i poveri Guglielmo Piazza, un ex cardatore a quel tempo nominato Commissario di Sanità del Ducato di Milano, e il barbiere Gian Giacomo Mora. La loro storia e quella del processo che culminò nella loro condanna a morte e in una versione attualizzata della damnatio memoriae romana, è raccolta in numerosi libri, fra cui quello di Manzoni Storia della colonna infame.

Qui basti dire che il povero Piazza, in un malaugurato giorno piovoso di giugno, fu visto da certa Caterina Trocazzani Rosa «e altre donnicciuole abitanti presso la Vedra de’ cittadini di Porta Ticinese» mentre camminava vicino al muro di un edificio, appoggiandovisi con la mano. Tanto bastò alla Trocazzani e alle altri comari per denunciarlo, accusandolo di essere un untore, colpevole di diffondere il morbo mediante misteriosi e mefitici unguenti preparati per lui dal barbiere Gian Giacomo Mora.

A nulla valse, nel corso dell’interrogatorio al quale fu sottoposto, la spiegazione che diede: nessuno credette che lui camminava rasente il muro, fino ad appoggiarsi, solo per ripararsi dalla pioggia. All’unanimità si decise che con la mano stava in verità spargendo sull’edificio «un unto pestifero». A peggiorar la sua situazione si aggiunse il fatto che proprio quel mattino molti muri, porte e chiavistelli delle case di Porta Ticinese, dove lui aveva per altro dimora «erano stati trovati imbrattati con una sostanza di natura sconosciuta».

Il processo che ne seguì fu una delle pagine più nere della giustizia durante la dominazione spagnola: «condizionato fin dal principio da un uso disinvolto della tortura secondo gli usi dell’epoca, terminò con la condanna a morte dei due che confessarono la propria inesistente colpevolezza pur di porre fine alle atroci sofferenze a loro causate dalle torture, peraltro contraddicendo più volte le loro stesse dichiarazioni».

La sentenza capitale, oltre alla condanna a morte da eseguirsi non prima di aver esercitato sui due indescrivibili supplizi perpetrati sotto gli occhi di tutti, facendo sfilare per tutta la città i condannati moribondi «sovra alto carro, martoriati prima con rovente tanaglia e poi franti colla ruota e alla ruota intrecciati dopo sei ore scannati e poscia abbruciati», prevedeva anche la demolizione della casa-bottega di Gian Giacomo Mora. Pezzo a pezzo. Al suo posto venne eretto un truce monumento in grado di sfidare il tempo: «la colonna infame».

Un triste cippo piantato nella terra per ricordare a tutti quale sorte sarebbe tocca a chi si fosse macchiato di colpe simili. E per sigillare con perenne granitica efficacia il marchio di infamia caduto.
Quanto al terreno, posto su corso di Porta Ticinese, all’angolo della via dedicata alla memoria di Gian Giacomo Mora, dopo l’eliminazione della vergognosa colonna venne acquistato da un coraggioso investitore che sfidando le dicerie che aleggiavano sul lotto, vi edificò la sua casa, andata distrutta durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e oggi sostituita da un moderno condominio.

Nel 2005, in memoria di questi tristi eventi, in una rientranza vennero poste una scultura in bronzo di Ruggero Menegon e una targa che recita così:

«QUI SORGEVA UN TEMPO LA CASA DI GIANGIACOMO MORA INGIUSTAMENTE TORTURATO E CONDANNATO A MORTE COME UNTORE DURANTE LA PESTILENZA DEL 1630. “È UN SOLLIEVO PENSARE CHE SE NON SEPPERO QUELLO CHE FACEVANO, FU PER NON VOLERLO SAPERE, FU PER QUELL’IGNORANZA CHE L’UOMO ASSUME E PERDE A SUO PIACERE, E NON È UNA SCUSA MA UNA COLPA”»
Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame

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Uniti, per Dio, Chi vincer ci può – VIVA L’ITALIA


INNO D’ITALIA

(GUARDA IL VIDEO)

 

 

TESTO DELL’INNO D’ITALIA

Fratelli d’Italia

L’Italia s’è desta

Dell’elmo di Scipio

S’è cinta la testa

Dov’è la vittoria?

Le porga la chioma

Ché schiava di Roma

Iddio la creò

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi

Perché non siam Popolo

Perché siam divisi

Raccolgaci un’Unica

Bandiera una Speme

Di fonderci insieme

Già l’ora suonò

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Uniamoci, amiamoci

L’unione e l’amore

Rivelano ai Popoli

Le vie del Signore

Giuriamo far Libero

Il suolo natio

Uniti, per Dio,

Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte,

Siam pronti alla morte,

L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia

Dovunque è Legnano,

Ogn’uom di Ferruccio

Ha il core, ha la mano,

I bimbi d’Italia

Si chiaman Balilla

Il suon d’ogni squilla

I Vespri suonò

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Son giunchi che piegano

Le spade vendute

Già l’Aquila d’Austria

Le penne ha perdute

Il sangue d’Italia

Il sangue Polacco

Bevé col cosacco

Ma il cor le bruciò

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Sì (cantato)

 

VIVA L’ITALIA

Giornata della Memoria – Per non dimenticare


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht

 

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La Tavola di Bisanzio 2019


A Baiso (RE) 45 km da Modena, il 12, 13 e 14 luglio 2019 si è ritornati all’epoca bizantina con la Rievocazione Storica “La Tavola di Bisanzio”. 

Baiso torna indietro di nove secoli, con spettacoli di falconeria, giullari e mangiafuoco con esibizioni col fuoco, sbandieratori, arti e mestieri e aspetti della vita bizantina, tutto accompagnato da prodotti della tradizione.

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“LA TAVOLA DI BISANZIO 2019”

SULLA DESTRA DI QUESTO BLOG

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La Tavola di Bisanzio è un evento culturale che, partendo dalla geografia e dalla storia di questo territorio, ne raccoglie le testimonianze, le studia, le “mette in valore” per restituire ai luoghi e agli uomini che li abitano, la coscienza di sè e l’orgoglio del proprio passato.
Qui, in questa parte di Appennino Reggiano, c’è un monte che si chiama Valestra, citato da Virgilio, per via di una bella leggenda che racconta di un tesoro difeso da un gigante di nome Balista; e ci sono terre ricordate da Livio e da Paolo Diacono nelle loro Historie che narrano di eserciti romani alla conquista dell’Appennino.

Per informazioni

https://www.latavoladibisanzio.it/#

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LUIGI MENOZZI – “Intrepidi intrecci”


Fino al 22 novembre 2019.

Dove: BFMR & Partners – Dottori Commercialisti

Piazza Vallisneri, 4, Reggio Emilia

Prossime date:

  • giovedì 27 giugno 2019
  • venerdì 28 giugno 2019
  • lunedì 1 luglio 2019
  • martedì 2 luglio 2019
  • mercoledì 3 luglio 2019
  • giovedì 4 luglio 2019
  • venerdì 5 luglio 2019
  • lunedì 8 luglio 2019
  • martedì 9 luglio 2019
  • mercoledì 10 luglio 2019
  • giovedì 11 luglio 2019
  • venerdì 12 luglio 2019
  • lunedì 15 luglio 2019
  • martedì 16 luglio 2019
  • mercoledì 17 luglio 2019
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  • giovedì 25 luglio 2019
  • venerdì 26 luglio 2019
  • lunedì 29 luglio 2019
  • martedì 30 luglio 2019
  • mercoledì 31 luglio 2019
  • giovedì 1 agosto 2019
  • venerdì 2 agosto 2019
  • lunedì 5 agosto 2019
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  • lunedì 19 agosto 2019
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  • martedì 19 novembre 2019
  • mercoledì 20 novembre 2019
  • giovedì 21 novembre 2019
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Orari:

da lunedì a venerdì ore 10.00-12.00 e 16.00-18.00, chiuso sabato, domenica e festivi.


SANDRO PARMIGIANI criticoArte e natura si danno la mano nelle fotografie di Luigi Menozzi negli spazi di BFMR & Partners a Reggio Emilia.

Curata da Sandro Parmiggiani, la mostra è inserita nel circuito Off di “Fotografia Europea”.

Lo studio di Dottori Commercialisti e Revisori Legali, da dieci anni sponsor ufficiale di “Fotografia Europea”, come di consueto promuove un progetto espositivo anche presso la propria sede, confermando l’impegno a sostegno dell’arte e della cultura in città.

Il percorso espositivo comprende una quarantina di fotografie scattate nel 2017-18 all’interno di due importanti parchi naturalistici e musei all’aperto – “Arte Sella”, nell’omonima valle di Borgo Valsugana (Trento) e “Domaine de Chaumont-sur-Loire”, nella Valle della Loira francese – per documentare l’impegno profuso da celebri artisti nella realizzazione di sculture e installazioni a partire da materiali naturali reperiti nelle vicinanze, come foglie, tronchi e pietre.

«Luigi Menozzi – scrive il curatore – si è soffermato su opere che testimoniano, insieme, la visione fantastica degli artisti e l’inesauribile linguaggio dei materiali, anche quando ci può sembrare che essi abbiano ormai fatto naufragio nel tempo e possano solo attendere la dissoluzione.

Come ha fatto fin dall’inizio, l’autore sviluppa i negativi analogici e stampa personalmente le proprie fotografie, cimentandosi anche con le antiche tecniche; le immagini di questa mostra sono “platinotipie”, che, grazie alla carta cotone e ai sali metallici al platino/palladio utilizzati, ci restituiscono le infinite vibrazioni tonali e la bellezza dei dettagli tridimensionali di ogni piccolo elemento che la natura racchiude nel suo scrigno».

 

BIOGRAFIA

Luigi Menozzi (Reggio Emilia, 1957) ha sempre focalizzato la propria attenzione sulla natura e sull’ambiente naturale, dapprima soffermandosi sul paesaggio, in seguito con ricerche e progetti più delineati e circoscritti.

Ha esposto in numerose personali e collettive in Italia ed all’estero, tra le quali: Musée N. Niépce Chalon-sur-Saone, 1992; “XXV Rencontres Internationales de la Photographie”, Arles, 1994; “Paesaggi italiani del ‘900”, Milano, 1999; “XL La collection photographique d’Arles”, Arles, 2005; “Un’arte glocale – da Reggio Emilia ad Albacete”, Albacete, 2005; “Divino naturale insomma eterno”, Fotografia Europea, Reggio Emilia, 2009; Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia, 2010; Galleria Fotoforum, Bolzano, 2013; Palazzo Rosso, Genova, 2014; Galleria Zannoni, Fotografia Europea, Reggio Emilia, 2015; Castello Aragonese, Ischia, 2015; Sestri Levante, 2016; Cuneo, 2017; Novafeltria, 2018; Galleria MBN Art, Reggio Emilia 2018.

Sue fotografie sono conservate nelle collezioni di Biblioteca Panizzi e Musei Civici di Reggio Emilia, Musée Niépce a Chalon-sur-Saone, Musée Reattù ed Ecole Nationale de la Photographie di Arles, Bibliotheque Nationale de France a Parigi, Musée de la Photographie di Charleroi, Musée d’Art et d’Archéologie di Aurillac.

Vive e lavora a Reggio Emilia.

DOMANDA – RISPOSTA 5


QUEST. RISPO.D. Risposta alla domanda rivoltami da parte di alcuni gentilissimi lettori-visitatori, che si sono accorti e mi segnalano, perché i link a Google+ presenti in alcuni articoli del blog non sono più attivi?

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R. Purtroppo Google+ ha deciso di chiudere tutti i canali consumer, sto provvedendo alla rimozione dei singoli link presenti nel blog.

Grazie a tutti i gentili visitatori del blog per la loro preziosa collaborazione.

Prossimamente pubblicherò un articolo con informazioni riguardo le decisioni di Google+

Molto dispiaciuto per la decisione presa da Google+ e mi scuso con tutti i gentili visitatori per gli eventuali disagi non dipendenti dalla mia volontà.

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Giornata della Memoria – IL CASO KAUFMANN – Giovanni Grasso


Il caso Kaufmann

Giovanni Grasso

Editore: Rizzoli
Anno edizione:2019
In commercio dal:15 gennaio 2019
Pagine: 382 p., Brossura

Descrizione

Con Il caso Kaufmann Giovanni Grasso spinge il lettore a riflettere sulle conseguenze dell’odio, regalandoci un romanzo sull’importanza delle parole e delle piccole azioni che possono cambiare il corso degli eventi, e mostrandoci la dolcezza di un amore nato in un’epoca dominata dalla follia e dalla totale perdita di umanità.

A sconvolgere l’esistenza cupa e afflitta di Lehmann Kaufmann, nel dicembre del 1933, è una lettera. Kurt, il suo migliore amico, gli chiede di prendersi cura della figlia Irene e di aiutarla a stabilirsi a Norimberga. Kaufmann ha sessant’anni, è uno stimato commerciante ebreo, vedovo, e presidente della comunità ebraica di Norimberga – vittima, in quegli anni, della persecuzione nazista.

Irene si presenta da subito come un raggio di sole a illuminare la vita di Leo. Ha vent’anni, è bella, determinata e tra i due si instaura un rapporto speciale fatto di stima, affetto, ma anche di desiderio.
Però è ariana, e le leggi razziali stabiliscono che il popolo ebreo è nemico della Germania.
L’odio, sapientemente fomentato dal governo nazista, entra pian piano nelle vite dei comuni cittadini e le stravolge. Diffidenza e ostilità prendono il posto di rispetto e stima.
Gli sguardi si abbassano, i sorrisi si spengono. E quando anche la Giustizia, nelle mani dello spietato giudice Rothenberger, si trasforma in un mostro nazista, per l’onestà e la verità non ci sarà più scampo.

Giovanni Grasso

Roma, 14 ottobre 1962 è un giornalista, saggista e autore televisivo italiano, consigliere per la stampa e la comunicazione e direttore dell’ufficio stampa della Presidenza della Repubblica dal 2015.

Studia al liceo classico San Leone Magno di Roma. Walter Mauro è il suo docente di Italiano. Laureato in Lettere moderne presso l’Università “La Sapienza”, è giornalista professionista dal 1989, nonché iscritto alla Stampa parlamentare dal 1991.

Ha lavorato a La Discussione e al servizio politico dell’Agenzia Giornalistica Italia. Nel 1992 è stato assunto al quotidiano Avvenire, come redattore politico parlamentare.

Dal 1996 al 2001 è stato capo dell’ufficio stampa del presidente del Senato della Repubblica Nicola Mancino. Ha ideato e promosso concerti di Palazzo Madama nell’aula del Senato.

Nel 2011, in seguito alla formazione del governo Monti, ha assunto l’incarico di portavoce del ministro della Cooperazione internazionale e dell’Integrazione Andrea Riccardi fino al 2013.

Studioso di storia del movimento cattolico in Italia, ha pubblicato diversi libri e ha partecipato, in veste di relatore, a numerosi convegni storici. È autore di documentari di carattere storico per Rai 3 e Rai Storia. Ha insegnato al Master di Giornalismo dell’Università di Bologna. È socio ordinario del PEN club italiano.

Il 13 febbraio 2015 viene nominato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella Consigliere per la stampa e la comunicazione e Direttore dell’Ufficio Stampa.

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