Etichettato: STORIA

1000 miglia 2021 in Emilia‑Romagna. Il percorso a Parma, Bologna, Modena e Reggio.


Da mercoledì 16 a sabato 20 giugno torna l’appuntamento con la Mille Miglia, la corsa di auto più bella del mondo, che per l’edizione 2021 vedrà sfilare la bellezza di 375 vetture storiche titolate, accompagnate sul percorso da altre auto storiche da collezione per un totale di 500 vetture.

Tra i partecipanti anche John Elkann insieme alla moglie Lavinia Borromeo, Alessandra Mastronardi, Melissa Satta, Camila Raznovich, Cristina Parodi e Caterina Balivo.

La partenza della gara è a Brescia nella giornata di mercoledì 16 giugno dove sono attese anche le Frecce Tricolore. Le vetture storiche poi proseguiranno la gara alla volta del Tirreno con un percorso invertito rispetto al solito, riprendendo quello delle prime gare. Si toccheranno Viareggio e Roma, per poi risalire verso Bologna e tornare a Brescia durante l’ultima tappa.

Il giorno seguente, sabato 19, la quarta tappa della Mille Miglia riparte da Bologna alle 7.15 passando per Modena attraverso la via Emilia. Verrà poi toccata anche Reggio Emilia intorno alle 9.

La corsa lascia poi l’Emilia-Romagna per approdare a Mantova e infine a Verona. L’ultimo tratto della corsa sarà poi tra Verona e Brescia, sulle sponde del Lago di Garda. 

BUONE FOTO A TUTTI

Il Giappone commemora il decimo anniversario del terremoto e dello tsunami


Il Giappone commemora il decimo anniversario dalla triplice catastrofe di Fukushima: il terremoto di magnitudo 9, il successivo tsunami e la dispersione delle radiazioni dalla centrale nucleare, una serie concatenata di eventi che causarono la morte di oltre 18mila persone.

Nelle prefetture di Fukushima, Iwate e Miyagi è stato osservato un minuto di silenzio alle 14:46 (le 6:46 in Italia), l’orario preciso in cui si verificò il sisma.

Il sisma di magnitudo 9 fu uno dei più potenti mai registrati. Scatenò un enorme tsunami che spazzò l’entroterra, distruggendo le città e le sue infrastrutture chiave e provocando il collasso della centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

Oltre a migliaia di vittime, il triplice disastro provocò quasi mezzo milione di sfollati, di cui oltre 40mila non sono ancora tornati a casa.

Naruhito: “Dieci anni dopo nessuno venga lasciato indietro” 

“Mi fa male il cuore se penso a quanti hanno sofferto, perso i propri cari, il lavoro e le comunità. Mi sembra importante guarire le ferite emotive e occuparci della salute mentale e fisica delle persone colpite, anche degli anziani e dei bambini”.

Lo ha dichiarato l’imperatore giapponese Naruhito durante la commemorazione della tragedia, sottolineando l’importanza di unirsi e ricostruire le proprie vita “senza lasciare neppure un’anima indietro, in questa difficile situazione”.

Naruhito ha rispettato un minuto di silenzio nel memoriale a Tokyo alle 14:46 locali, così come il premier Yoshihide Suga.

VEDI VIDEO IN MEMORIA PER NON DIMENTICARE

CON FRASI

DEL IMPERATORE HIROHITO

E

SCRITRICE BANANA YOSHIMOTO

 

GIAPPONE Tsunami 11 Marzo 2011

per non dimenticare

Ricordando Gino Bartali: tutto sul campione italiano


Nell’olimpo delle celebrità dello sport italiane c’è sicuramente il ciclista Gino Bartali, noto per aver vinto molte competizioni e anche per la sua attività a favore degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Gino Bartali

Il ciclista Gino Bartali è nato a Ponte a Ema, in Toscana, il 18 luglio 1914. Uno dei grandi del ciclismo italiano, Bartali vince per la prima volta il prestigioso Giro d’Italia nel 1936, per poi replicare la vittoria l’anno dopo.

Nel 1938 il regime fascista lo costringe a rinunciare al Giro per partecipare al Tour de France, dove trionfa sul podio: si rifiuta però di usare il saluto romano alla cerimonia di premiazione.

L’anno successivo la collezione di vittorie ciclistiche di Bartali si arricchisce con la Milano-Sanremo. Il 1940 è l’ultimo anno del Giro d’Italia prima dello stop forzato di cinque anni a causa della Seconda Guerra Mondiale: il campione Bartali viene spodestato da Fausto Coppi, spronato dallo stesso Gino durante la gara.

Nel dopoguerra Gino Bartali vince un’altra maglia rosa, nonostante fosse ormai giudicato vecchio rispetto all’avversario Coppi.

A ben trentaquattro anni il ciclista dimostra ancora una volta le sue doti da campione, trionfando inaspettatamente al Tour de France 1948 e abbattendo molti record. In seguito al suo ritiro ha lavorato come dirigente sportivo. Bartali è morto a 85 anni nel 2000 a causa di un infarto.

LEGGI ARTICOLO

Giornata della Memoria ( Stelle di Panno )

Gino Bartali – ebrei

Durante la Seconda Guerra Mondiale Bartali si unisce alla Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei, una associazione clandestina che presta aiuto agli ebrei.

Per questi ultimi il campione fa molti viaggi in bici, trasportando documenti necessari alla loro fuga.

A causa di ciò viene anche ricercato dalla polizia ed è costretto a nascondersi.

Grazie alla sua attività per gli ebrei ha avuto a Gerusalemme l’onorificenza di “Giusto tra le nazioni”.

Nel 2005 è stato insignito della medaglia al valore civile dal Presidente della Repubblica italiana.

La nipote di Bartali ha dichiarato in un’intervista:

Per cinquant’anni non ha mai voluto dire niente. Aveva un forte senso morale e raccontare del bene fatto sarebbe andato contro la sua natura.

Per questo ripeteva che il bene si fa ma non si dice.

Per essere bravi cristiani non serve raccontare ciò che si fa. Forse, qualche volta, avrà accennato qualcosa a nonna o ai suoi figli.

Se pensiamo che i suoi gesti umanitari durante la guerra sono venuti alla luce solo alla fine degli anni ottanta, ci rendiamo conto di quanto fosse stato efficace il suo silenzio. Ma anche in quel caso le notizie vennero diffuse da alcuni giornalisti che avevano trovato qualche testimonianza e l’avevano inserita in un documentario poi divenuto film.

Non da Gino Bartali in prima persona. In questo film si intravede la figura di Gino, ma in un primo momento non si capisce chiaramente di chi si tratta.

Solo successivamente nonno confermò tutto e le tesi vennero avvalorate anche da persone salvate da nonno.

Giorgio Goldenberg, ad esempio, nascosto da Gino Bartali con la sua famiglia in un appartamento a Firenze, e coloro che lo avevano visto ad Assisi intento a consegnare certi documenti.

STORIA – Europa Peste del 1346


 

La peste nera fu una pandemia, quasi sicuramente di peste, nata, forse nel 1346, nel nord della Cina e che, attraverso la Siria, si diffuse in fasi successive alla Turchia asiatica ed europea per poi raggiungere la Grecia, l’Egitto e la penisola balcanica; nel 1347 arrivò in Sicilia e da lì a Genova; nel 1348 aveva infettato la Svizzera eccettuato il Cantone dei Grigioni e tutta la penisola italica risparmiando parzialmente il territorio del Ducato di Milano.

Dalla Svizzera si allargò quindi alla Francia e alla Spagna; nel 1349 raggiunse l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda; nel 1353, dopo aver infettato tutta l’Europa, i focolai della malattia si ridussero fino a scomparire.

Secondo studi moderni la peste nera uccise almeno un terzo della popolazione del continente, provocando verosimilmente quasi 20 milioni di vittime.

Quasi l’unanimità degli studiosi identifica la peste nera come un’infezione sostenuta da Yersinia pestis, batterio isolato nel 1894 e che si trasmette generalmente dai ratti agli uomini per mezzo delle pulci.

Se non trattata adeguatamente, e nel XIV secolo non era conosciuto alcun modo per farlo, la malattia risulta letale dal 50% alla quasi totalità dei casi a seconda della forma con cui si manifesta: bubbonica, setticemica o polmonare.

Oltre alle devastanti conseguenze demografiche, la peste nera ebbe un forte impatto nella società del tempo.

La popolazione in cerca di spiegazioni e rimedi arrivò talvolta a ritenere responsabili del contagio gli ebrei, dando luogo a persecuzioni e uccisioni; molti attribuirono l’epidemia alla volontà di Dio e di conseguenza nacquero diversi movimenti religiosi, tra cui uno dei più celebri fu quello dei flagellanti.

 

Anche la cultura fu notevolmente influenzata, Giovanni Boccaccio utilizzò come narratori nel suo Decameron dei giovani fiorentini che erano fuggiti dalla città appestata. Il soggetto della “danza macabra” fu un tema ricorrente delle rappresentazioni artistiche del secolo successivo.

Terminata la grande epidemia, la peste continuò comunque a flagellare la popolazione europea, seppur con minor intensità, a cadenza quasi costante nei secoli successivi.

Il ritorno della peste nei secoli successivi

Si ritiene che lo stesso agente patogeno del 1348 sia responsabile delle ricorrenti epidemie scoppiate in Europa, con vari gradi di intensità e mortalità seppur sempre inferiori alla prima, a ogni generazione, fino al XVIII secolo.

È stato infatti osservato che, tra il 1347 e il 1480, la peste colpì le maggiori città europee a intervalli di circa 6-12 anni affliggendo, in particolare, i giovani e le fasce più povere della popolazione.

A partire dal 1480 la frequenza incominciò a diminuire, attestandosi a un’epidemia ogni 15-20 anni circa, ma con effetti sulla popolazione non certo minori.

Nel 1466 circa 40.000 parigini morirono per un nuovo scoppio della malattia. Tra il 1500 e il 1850 la peste fu presente senza soluzione di continuità in almeno un territorio del mondo islamico.

Importanti epidemie successivamente si registrarono nel territorio milanese nel biennio 1576-1577, nell’Italia settentrionale nel 1630 (immortalata da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi) e a Siviglia tra il 1647 e il 1652.

Nel 1661 l’impero ottomano fu pesantemente colpito mentre, tra il 1663 e il 1664, un’epidemia si propagò nella repubblica olandese uccidendo 35 000 persone nella sola Amsterdam.

Da ricordarsi la grande peste di Londra, che colpì la capitale britannica tra il 1665 e il 1666, causando la morte di un numero di persone compreso tra 75 000 e 100 000, vale a dire più di un quinto dell’intera popolazione della città.

L’ultima grande epidemia, e una delle più devastanti che abbia afflitto una grande città, fu quella che interessò Marsiglia nel 1720, considerata di origine vicino-orientale, e che arrivò a uccidere quasi il 50% di tutta la popolazione cittadina, a cui si dovettero sommare le vittime delle zone limitrofe.

La terza pandemia di peste partì dalla Cina nel 1855, propagandosi per tutta l’Asia e uccidendo circa 10 milioni di persone nella sola India.

Dodici focolai in Australia tra il 1900 e il 1925 provocarono oltre mille morti, principalmente a Sydney; ciò portò alla creazione di un dipartimento di sanità pubblica che intraprese alcune ricerche all’avanguardia sulla trasmissione del morbo dalle pulci di ratto agli esseri umani attraverso il bacillo Yersinia pestis.

 

STORIA – Milano Peste del 1630


La peste del 1630 fu un’epidemia di peste diffusasi nel periodo tra il 1629 e il 1633 che colpì, fra le altre, diverse zone dell’Italia settentrionale, raggiungendo anche il Granducato di Toscana, la Repubblica di Lucca e la Svizzera, con la massima diffusione nell’anno 1630.

Il Ducato di Milano, e quindi la sua capitale, fu uno degli Stati più gravemente colpiti.

L’epidemia è nota anche come peste manzoniana perché venne ampiamente descritta da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame.

Tra il 1628 e il 1629 la popolazione dell’Italia settentrionale era affamata da una grave carestia; nello stesso periodo il Ducato di Milano venne colpito da una grave crisi nell’esportazione di prodotti tessili, uno dei settori manufatturieri principali.

Inoltre dal 1628, con la morte di Vincenzo II Gonzaga, ebbe inizio la guerra di successione di Mantova e del Monferrato che vide lo spostamento di truppe attraverso le Alpi, provenienti da zone infette e dedite a saccheggi e violenze; il loro passaggio accelerò la diffusione della pestilenza.
Alcuni casi di contagio in Piemonte si ebbero nel 1629 a Brianzone, a San Michele della Chiusa, a Chiomonte e nella stessa città di Torino.

Probabilmente questa diffusione in Piemonte dell’epidemia giunse dalle truppe francesi impegnate nei dintorni di Susa.

Il successivo passaggio di lanzichenecchi inviati dal Sacro Romano Impero, provenienti da Lindau e diretti a Mantova attraverso parte dello Stato di Milano, diffuse enormemente la peste.
In Valle d’Aosta il contagio si propagò nel maggio 1630 per il passaggio di quattro reggimenti di lanzichenecchi che si accamparono nei dintorni di Aosta.

Nello Stato di Milano

Le testimonianze principali che hanno tramandato i fatti del 1630 del Ducato di Milano sono le cronache del medico Alessandro Tadino (1580-1661) e (fonte del Manzoni) del canonico e anch’egli medico Giuseppe Ripamonti (1573-1643).

Entrambi furono testimoni diretti della grande pestilenza del 1630 di cui lasciarono due opere fondamentali per la comprensione di quanto accadde: il Tadino diede alle stampe nel 1648 il Raguaglio dell’origine et giornali successi della gran peste contagiosa, venefica, & malefica seguita nella Città di Milano; il Ripamonti stampò nel 1640 la cronaca in latino Iosephi Ripamontii canonici Scalensis chronistae vrbis Mediolani De peste quae fuit anno 1630.

Nelle due cronache si trova un riferimento al primo caso di morte per peste nella città di Milano, ma con dettagli diversi: secondo il Tadino fu Pietro Antonio Lovato proveniente dal territorio di Lecco ed entrato in città il 22 ottobre; secondo il Ripamonti fu invece Pietro Paolo Locato proveniente da Chiavenna, città già infetta, ed entrato a Milano il 22 novembre: ospitato da una zia a Porta Orientale, si ammalò per morire in capo a due giorni all’Ospedale Maggiore, avendo già infettato gli altri abitanti della casa che morirono anch’essi.

PROMESSI SPOSI

Il Manzoni racconta che a portare la peste in città fu un certo Pietro Antonio Lovato di Lecco, o Pier Paolo Locati di Chiavenna (i documenti non sono unanimi), un fante «sventurato e portator di sventura» entrato a Milano nell’autunno del 1629 carico di vesti rubate agli appestati soldati alemanni.

Il fante, col suo fagotto d’indumenti prese alloggio in casa di parenti nel Borgo Orientale, più o meno dalle parti dell’attuale Corso Venezia. Si ammalò e in quattro giorni morì.

Subito vennero messi in quarantena tutti i parenti nell’alloggio dove risiedevano. Ma ormai il danno era fatto.

Il soldato non aveva avuto l’accortezza di stare a casa così, oltre a contagiar tutti quelli della casa, in un modo o nell’altro «covando e serpendo lentamente», il morbo finì per dilagare in tutta la città, scoppiando in modo virulento nei primi mesi dell’anno successivo.

È a questo punto che alcuni membri del governo, quelli che più di tutti si erano impegnati a negarla «risolutamente», non volendo accollarsi la colpa e riconoscere l’inganno nel quale avevano tenuto la popolazione, preferirono addurre il disastro a qualche altra causa.

«Per disgrazia, ce n’era una pronta nelle idee e nelle tradizioni dell’epoca, in ogni parte d’Europa: arti venefiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a spargere la peste per mezzo di veleni contagiosi, di malie. Già cose simili o somiglianti erano state supposte e credute in molte altre pestilenze», compresa quella di san Carlo.

La caccia all’untore si scatenò in tutta la città, corroborata dalla falsa notizia che nel duomo «fossero state unte tutte le panche, le pareti e fin le corde delle campane». Fra i poveri primi malcapitati, stando alla cronaca di Manzoni, un povero vecchio, reo, col suo pastrano, di aver cercato di strofinare – solo per pulirla – la panca della chiesa dove stava pregando.
Il giorno dopo fu la volta di tre giovani francesi, a spasso per l’Italia, impegnati in un viaggio che solo un secolo e mezzo dopo sarà battezzato Gran Tour, vero e proprio padre del turismo moderno. I tre erano intenti a studiare il duomo quando, forse per verificare di quale materia fosse fatto, uno di loro ebbe la pessima idea di toccarlo. Apriti cielo! In men che non si dica furono «circondati, malmenati, e spinti a furia di percosse alle carceri». Il loro arresto ebbe un esito più fausto: riconosciuti innocenti furono liberati.

Ma il caso più celebre e certamente più drammatico fu quello che travolse i poveri Guglielmo Piazza, un ex cardatore a quel tempo nominato Commissario di Sanità del Ducato di Milano, e il barbiere Gian Giacomo Mora. La loro storia e quella del processo che culminò nella loro condanna a morte e in una versione attualizzata della damnatio memoriae romana, è raccolta in numerosi libri, fra cui quello di Manzoni Storia della colonna infame.

Qui basti dire che il povero Piazza, in un malaugurato giorno piovoso di giugno, fu visto da certa Caterina Trocazzani Rosa «e altre donnicciuole abitanti presso la Vedra de’ cittadini di Porta Ticinese» mentre camminava vicino al muro di un edificio, appoggiandovisi con la mano. Tanto bastò alla Trocazzani e alle altri comari per denunciarlo, accusandolo di essere un untore, colpevole di diffondere il morbo mediante misteriosi e mefitici unguenti preparati per lui dal barbiere Gian Giacomo Mora.

A nulla valse, nel corso dell’interrogatorio al quale fu sottoposto, la spiegazione che diede: nessuno credette che lui camminava rasente il muro, fino ad appoggiarsi, solo per ripararsi dalla pioggia. All’unanimità si decise che con la mano stava in verità spargendo sull’edificio «un unto pestifero». A peggiorar la sua situazione si aggiunse il fatto che proprio quel mattino molti muri, porte e chiavistelli delle case di Porta Ticinese, dove lui aveva per altro dimora «erano stati trovati imbrattati con una sostanza di natura sconosciuta».

Il processo che ne seguì fu una delle pagine più nere della giustizia durante la dominazione spagnola: «condizionato fin dal principio da un uso disinvolto della tortura secondo gli usi dell’epoca, terminò con la condanna a morte dei due che confessarono la propria inesistente colpevolezza pur di porre fine alle atroci sofferenze a loro causate dalle torture, peraltro contraddicendo più volte le loro stesse dichiarazioni».

La sentenza capitale, oltre alla condanna a morte da eseguirsi non prima di aver esercitato sui due indescrivibili supplizi perpetrati sotto gli occhi di tutti, facendo sfilare per tutta la città i condannati moribondi «sovra alto carro, martoriati prima con rovente tanaglia e poi franti colla ruota e alla ruota intrecciati dopo sei ore scannati e poscia abbruciati», prevedeva anche la demolizione della casa-bottega di Gian Giacomo Mora. Pezzo a pezzo. Al suo posto venne eretto un truce monumento in grado di sfidare il tempo: «la colonna infame».

Un triste cippo piantato nella terra per ricordare a tutti quale sorte sarebbe tocca a chi si fosse macchiato di colpe simili. E per sigillare con perenne granitica efficacia il marchio di infamia caduto.
Quanto al terreno, posto su corso di Porta Ticinese, all’angolo della via dedicata alla memoria di Gian Giacomo Mora, dopo l’eliminazione della vergognosa colonna venne acquistato da un coraggioso investitore che sfidando le dicerie che aleggiavano sul lotto, vi edificò la sua casa, andata distrutta durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e oggi sostituita da un moderno condominio.

Nel 2005, in memoria di questi tristi eventi, in una rientranza vennero poste una scultura in bronzo di Ruggero Menegon e una targa che recita così:

«QUI SORGEVA UN TEMPO LA CASA DI GIANGIACOMO MORA INGIUSTAMENTE TORTURATO E CONDANNATO A MORTE COME UNTORE DURANTE LA PESTILENZA DEL 1630. “È UN SOLLIEVO PENSARE CHE SE NON SEPPERO QUELLO CHE FACEVANO, FU PER NON VOLERLO SAPERE, FU PER QUELL’IGNORANZA CHE L’UOMO ASSUME E PERDE A SUO PIACERE, E NON È UNA SCUSA MA UNA COLPA”»
Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame

<<<<<<<<<< + >>>>>>>>>>

LEGGI ARTICOLO

< EMERGENZA CORONAVIRUS >

Uniti, per Dio, Chi vincer ci può – VIVA L’ITALIA


INNO D’ITALIA

(GUARDA IL VIDEO)

 

 

TESTO DELL’INNO D’ITALIA

Fratelli d’Italia

L’Italia s’è desta

Dell’elmo di Scipio

S’è cinta la testa

Dov’è la vittoria?

Le porga la chioma

Ché schiava di Roma

Iddio la creò

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi

Perché non siam Popolo

Perché siam divisi

Raccolgaci un’Unica

Bandiera una Speme

Di fonderci insieme

Già l’ora suonò

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Uniamoci, amiamoci

L’unione e l’amore

Rivelano ai Popoli

Le vie del Signore

Giuriamo far Libero

Il suolo natio

Uniti, per Dio,

Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte,

Siam pronti alla morte,

L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia

Dovunque è Legnano,

Ogn’uom di Ferruccio

Ha il core, ha la mano,

I bimbi d’Italia

Si chiaman Balilla

Il suon d’ogni squilla

I Vespri suonò

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Son giunchi che piegano

Le spade vendute

Già l’Aquila d’Austria

Le penne ha perdute

Il sangue d’Italia

Il sangue Polacco

Bevé col cosacco

Ma il cor le bruciò

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Sì (cantato)

 

VIVA L’ITALIA

Giornata della Memoria – Per non dimenticare


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht

 

<<<<< + >>>>>

ALTRI ARTICOLI PRESENTI SUL BLOG

27 Gennaio Giorno della Memoria

Giornata della Memoria – ANNA FRANK…….NON DIMENTICHIAMO

Giornata della Memoria ( Stelle di Panno )

Giornata della Memoria – IL CASO KAUFMANN – Giovanni Grasso

 

<<<<< + >>>>>

 

WORLDPHOTO12

A VOSTRA DISPOSIZIONE PER QUALSIASI INFORMAZIONE O RICHIESTA CONTATTAMI

La Tavola di Bisanzio 2019


A Baiso (RE) 45 km da Modena, il 12, 13 e 14 luglio 2019 si è ritornati all’epoca bizantina con la Rievocazione Storica “La Tavola di Bisanzio”. 

Baiso torna indietro di nove secoli, con spettacoli di falconeria, giullari e mangiafuoco con esibizioni col fuoco, sbandieratori, arti e mestieri e aspetti della vita bizantina, tutto accompagnato da prodotti della tradizione.

———- + ———-

VEDI GALLERIA

“LA TAVOLA DI BISANZIO 2019”

SULLA DESTRA DI QUESTO BLOG

———- + ———-

La Tavola di Bisanzio è un evento culturale che, partendo dalla geografia e dalla storia di questo territorio, ne raccoglie le testimonianze, le studia, le “mette in valore” per restituire ai luoghi e agli uomini che li abitano, la coscienza di sè e l’orgoglio del proprio passato.
Qui, in questa parte di Appennino Reggiano, c’è un monte che si chiama Valestra, citato da Virgilio, per via di una bella leggenda che racconta di un tesoro difeso da un gigante di nome Balista; e ci sono terre ricordate da Livio e da Paolo Diacono nelle loro Historie che narrano di eserciti romani alla conquista dell’Appennino.

Per informazioni

https://www.latavoladibisanzio.it/#

———- + ———-

  A VOSTRA DISPOSIZIONE PER QUALSIASI INFORMAZIONE O RICHIESTA CONTATTAMI

Giornata della Memoria – IL CASO KAUFMANN – Giovanni Grasso


Il caso Kaufmann

Giovanni Grasso

Editore: Rizzoli
Anno edizione:2019
In commercio dal:15 gennaio 2019
Pagine: 382 p., Brossura

Descrizione

Con Il caso Kaufmann Giovanni Grasso spinge il lettore a riflettere sulle conseguenze dell’odio, regalandoci un romanzo sull’importanza delle parole e delle piccole azioni che possono cambiare il corso degli eventi, e mostrandoci la dolcezza di un amore nato in un’epoca dominata dalla follia e dalla totale perdita di umanità.

A sconvolgere l’esistenza cupa e afflitta di Lehmann Kaufmann, nel dicembre del 1933, è una lettera. Kurt, il suo migliore amico, gli chiede di prendersi cura della figlia Irene e di aiutarla a stabilirsi a Norimberga. Kaufmann ha sessant’anni, è uno stimato commerciante ebreo, vedovo, e presidente della comunità ebraica di Norimberga – vittima, in quegli anni, della persecuzione nazista.

Irene si presenta da subito come un raggio di sole a illuminare la vita di Leo. Ha vent’anni, è bella, determinata e tra i due si instaura un rapporto speciale fatto di stima, affetto, ma anche di desiderio.
Però è ariana, e le leggi razziali stabiliscono che il popolo ebreo è nemico della Germania.
L’odio, sapientemente fomentato dal governo nazista, entra pian piano nelle vite dei comuni cittadini e le stravolge. Diffidenza e ostilità prendono il posto di rispetto e stima.
Gli sguardi si abbassano, i sorrisi si spengono. E quando anche la Giustizia, nelle mani dello spietato giudice Rothenberger, si trasforma in un mostro nazista, per l’onestà e la verità non ci sarà più scampo.

Giovanni Grasso

Roma, 14 ottobre 1962 è un giornalista, saggista e autore televisivo italiano, consigliere per la stampa e la comunicazione e direttore dell’ufficio stampa della Presidenza della Repubblica dal 2015.

Studia al liceo classico San Leone Magno di Roma. Walter Mauro è il suo docente di Italiano. Laureato in Lettere moderne presso l’Università “La Sapienza”, è giornalista professionista dal 1989, nonché iscritto alla Stampa parlamentare dal 1991.

Ha lavorato a La Discussione e al servizio politico dell’Agenzia Giornalistica Italia. Nel 1992 è stato assunto al quotidiano Avvenire, come redattore politico parlamentare.

Dal 1996 al 2001 è stato capo dell’ufficio stampa del presidente del Senato della Repubblica Nicola Mancino. Ha ideato e promosso concerti di Palazzo Madama nell’aula del Senato.

Nel 2011, in seguito alla formazione del governo Monti, ha assunto l’incarico di portavoce del ministro della Cooperazione internazionale e dell’Integrazione Andrea Riccardi fino al 2013.

Studioso di storia del movimento cattolico in Italia, ha pubblicato diversi libri e ha partecipato, in veste di relatore, a numerosi convegni storici. È autore di documentari di carattere storico per Rai 3 e Rai Storia. Ha insegnato al Master di Giornalismo dell’Università di Bologna. È socio ordinario del PEN club italiano.

Il 13 febbraio 2015 viene nominato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella Consigliere per la stampa e la comunicazione e Direttore dell’Ufficio Stampa.

<<<<< + >>>>>

WORLDPHOTO12

A VOSTRA DISPOSIZIONE PER QUALSIASI INFORMAZIONE O RICHIESTA CONTATTAMI

<<<<< + >>>>>

ARTICOLO PRESENTE ANCHE SU

GOOGLE+

MARCO TRUZZI e IVANO DI MARIA – presentazione del libro “Sui confini” Europa, un viaggio sulle frontiere( Galleria )


Sabato 24 marzo a Scandiano RE, nell’ambito della “Rassegna #io accolgo”,  nello stupendo Salone d’Onore – Rocca dei Boiardo ha avuto luogo la presentazione del libro di – MARCO TRUZZI – ” Sui confini” Europa,un viaggio sulle frontiere alla presenza dell’autore e del fotografo IVANO DI MARIA, una classe di alunni accompagnati dai relativi professori.

Marco Truzzi e Ivano di Maria

 LEGGI ARTICOLI

MARCO TRUZZI – presentazione del libro “Sui confini” Europa, un viaggio sulle frontiere

IVANO DI MARIA – Europe, around the bordes (Galleria)

<<<<< + >>>>>

VEDI GALLERIA

MARCO TRUZZI e IVANO DI MARIA – presentazione del libro “Sui confini” Europa, un viaggio sulle frontiere( Galleria )

SULLA DESTRA DI QUESTO BLOG

<<<<< + >>>>>

Il giornalista Marco Truzzi e il fotografo Ivano Di Maria spiegano agli alunni, che hanno intrapreso un viaggio attraverso l’Europa alla ricerca dei vecchi confini.
Da questa stupenda collaborazione, è nata l’idea di raccontare, documentare e fotografare gli ex-confini tra gli Stati europei prima dell’avvento di Schengen, ma durante i primi viaggi si accorgono che non si può parlare di confini caduti, perché stiamo vivendo anni in cui i confini vengono rimarcati in modo violento.

Il racconto di Truzzi, accompagnato dalle fotografie di Ivano Di Maria, ha inizio a Ceuta che si trova in Africa; quanti disperati ogni giorno giungono al confine, ma non per entrare in Spagna, bensì per contrabbandare merci marocchine da vendere sul suolo spagnolo.

Basilea, città svizzera dove si intrecciano tre confini nazionali; Trucci e Di Maria proseguono verso il Nord Europa, dalla Danimarca alla Svezia correndo in auto sul ponte dell’Øresund, anche in Nord Europa i due italiani scoprono quanto razzismo si annida tra le genti nordiche.

Quindi attraverso i confini della ex-Jugoslavia, infine fanno tappa a Ventimiglia e poi a Calais e infine a Idomeni, tutti luoghi tristemente noti per gli episodi di chiusura totale dei confini.

A Ventimiglia gente accampata sugli scogli; a Calais nella “giungla” fatta di baracche e tende senz’acqua e senza luce; e Idomeni dove i tantissimi bambini giocano nella polvere mentre la polizia greca e quella macedone sparano proiettili di gomma ad altezza d’uomo.

Come ultima tappa e non per importanza una visita ad Auschwitz, uno dei luoghi dove la follia razzista ha generato un vero e proprio inferno in terra.

Auschwitz, come altri campi di prigionia e sterminio non solo nazista, dovrebbero semplicemente essere lì per ricordarci gli errori del passato.

Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi (fotografie di Ivano Di Maria)

<<<<< + >>>>>

Comune di Scandiano – Ufficio Cultura

p.zza Libertà 6 – Scandiano

tel. 0522/764258

cultura@comune.scandiano.re.it

www.comune.scandiano.re.it

—– + —–

WORLDPHOTO12

A VOSTRA DISPOSIZIONE PER QUALSIASI INFORMAZIONE O RICHIESTA CONTATTAMI

———- + ———-

ARTICOLO PRESENTE ANCHE SU

GOOGLE+

IVANO DI MARIA – Europe, around the bordes (Galleria)


A Scandiano (Reggio Emilia), nella stupenda location dell’Appartamento Estense – Rocca dei Boiardo la mostra fotografica “Europe, around the bordes” del fotografo Ivano Di Maria.

La mostra ( per tutte le età ) resterà aperta ancora sabato 24 marzo e domenica 25 marzo dalle ore 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.

<<<<< + >>>>>

VEDI GALLERIA

IVANO DI MARIA – Europe, around the bordes (Galleria)

SULLA DESTRA DI QUESTO BLOG

<<<<< + >>>>>

Ringrazio vivamente la – Dott.sa Elisa Mezzetti – per l’invito a questo stupendo evento e per l’onore di poterlo fotografare.

<<<<< + >>>>>

L’Amministrazione comunale ha organizzato, all’interno della seconda parte di iniziative della rassegna “Io accolgo”.

Un percorso per conoscere ed accogliere, la mostra fotografica di Ivano Di Maria dal titolo “Europe, around the bordes”.

Si tratta di un progetto che vuole raccontare i confini europei.

Alcuni di questi non sono che dei punti simbolici dove sopravvivono le tracce di un recente passato, altri invece, sono un dispiegamento di recinzioni, forze di polizia e postazioni di sorveglianza.

Ivano Di Maria parlerà del suo progetto e dei numerosi viaggi fatti di incontri, speranze, rabbie e profonde tragedie umanitarie.

Ingresso libero.

———- + ———-

Per informazioni

Comune di Scandiano – Ufficio Cultura

p.zza Libertà 6 – Scandiano

tel. 0522/764258

cultura@comune.scandiano.re.it

www.comune.scandiano.re.it

———- + ———-

Ivano Di Maria
BIOGRAFIA

Mi sono laureato al DAMS di Bologna con una tesi sulla fotografia sociale.

Fotografo professionista dal 2003, creo immagini per la comunicazione aziendale, l’editoria e le media e web agency.

Tra i progetti più recenti, una collaborazione con Ing. Ferrari S.p.a. , culminata nella realizzazione di un company profile e nella documentazione dei nuovi cantieri aziendali, e “Territori.Coop”, che seguo dal 2010 per conto di  Coop Centrale Adriatica.

“Territori.Coop” stato insignito del premio all’innovazione “Amica dell’Ambiente 2011” promosso da Legambiente e del riconoscimento “Ethic Award 2011” per un futuro sostenibile, organizzato dal settimanale “GdoWeek”.

Lavoro inoltre a reportages di lungo termine su temi sociali e di attualità, indirizzati alla stampa e all’editoria.

Principali pubblicazioni:

VIVACEMENTE, indagine sull’imprenditoria giovanile in Italia, con testo di Francesca Parravicini (Franco Cosimo Panini, 2010).
CONCRETAMENTE, monografia sul laboratorio d’integrazione sociale, a cura del Centro Servizi per il Volontariato della Provincia di Reggio Emilia (2009).
100 FACCE 100 STORIE, monografia sui Centri Sociali di Reggio Emilia (Comune di Reggio Emilia, 2009).
AMBIENTARSI E’ NATURALE, monografia sui parchi di Reggio Emilia (Comune di Reggio Emilia, 2007).
TERRA, con testo di Corrado Augias (CRV, 2007).
ALLA LUCE DEL SOLE, racconto della vita quotidiana delle persone disabili tra difficoltà e speranze (Diabasis, 2006).
FUOCO, con testo di Alessandro Cecchi Paone (CRV, 2006).

———- + ———-

Storia della Rocca

La Rocca dei Boiardo è un edificio che domina il centro storico dell’abitato di Scandiano, in provincia di Reggio Emilia.

La costruzione, iniziata a partire dal XII secolo dalla famiglia dei Fogliano, prende il nome della famiglia Boiardo, che la abitò dal 1423 al 1560.

Fu costruita inizialmente come fortificazione di difesa, dotata di cinta muraria, di fossato con annesso ponte levatoio e di due torri di vedetta una delle quali andò distrutta.

L’edificazione del primo nucleo della Rocca dei Boiardo risale al 1315 ed ha evidenti scopi difensivi.

Successivamente l’edificio viene riconvertito ad uso abitativo quando il governo della città di Scandiano passò ai conti Boiardo dal 1423 al 1560.

Fu in questo periodo che vennero affrescate dal pittore della scuola bolognese Nicolò dell’Abate le scene dell’Eneide, rimosse nel 1772 e trasferite, nella “Gran Sala” del Palazzo Ducale di Modena, da dove, in seguito a un incendio che ne danneggiò irreparabilmente una parte, vennero poi trasferiti nella Galleria Estense di Modena dove sono tuttora custodite.

Saranno poi i Thiene, ad apportare modifiche sostanziali dell’edificio affidando il progetto all’architetto Giovan Battista Aleotti.

L’architetto Aleotti progettò l’imponente scalone che conduce ai piani superiori, ultimò il torrione nel lato ovest e si occupò della facciata sul lato sud.

Con le modifiche dell’architetto, la Rocca dei Boiardo acquisterà così forme molto simili a quelle attuali. Nei secoli successivi l’edificio fu abitato prima dai Bentivoglio e successivamente dagli Este di Scandiano, ramo cadetto degli Este, i quali introdussero decorazioni barocche.

Dopo i marchesi D’Este, la Rocca di Scandiano subì un periodo di abbandono e degrado prima di passare al marchese De Mari (1740-1777), per poi tornare nuovamente ai regnanti estensi.

Durante il periodo della rivoluzione francese la rocca rimase di proprietà dello Stato, per essere successivamente venduta a Paolo Braglia di Scandiano che la tenne fino alla Restaurazione, quando tornò nuovamente agli estensi che la utilizzarono come sede estiva per i cadetti dell’accademia modenese.

La Rocca subì un progressivo degrado fino al 1983 quando venne intrapreso il ciclo di lavori di restauro, da parte della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici dell’Emilia Romagna.

Il 20 ottobre 2007 la Rocca di Scandiano viene data in gestione all’amministrazione comunale per 50 anni.

Nel maggio 2011 è stata allestita all’interno della rocca l’enoteca regionale , al fine di valorizzare i vini della zona (in particolare il Vino Spergola di Scandiano a denominazione comunale) e della regione Emilia-Romagna.

Appartamento estense

Il cosiddetto “Appartamento Estense“, collocato al piano terra dell’edificio, è certamente il più raffinato di tutta la struttura.

Le stanze al piano terra, risalenti al periodo cinquecentesco, formano il cosiddetto appartamento estense modificato nella sua veste attuale agli inizi del settecento dai marchesi d’Este; qui si susseguono in tutta la loro bellezza la sala del Camino, in stile rococò e la stanza del Drappo denominata così per un drappo che circonda la volta del cielo del soffitto.

La sala delle Aquile, del Festone, e quella dell’Alcova. Uscendo dall’appartamento si attraversa un breve tratto del cortile interno e si arriva al monumentale scalone, opera dell’arch. Giovan Battista Aleotti, detto l’Argenta.

A sinistra dello si trova una porta che conduce ai sotterranei del castello, sede delle vecchie prigioni.

Sala dell’Alcova

La maggior parte delle pitture della ultima sala, detta “dell’Alcova” risalgono probabilmente al XVIII sec.

L’evento narrato sulle quattro pareti ha forse a che fare con una qualche campagna militare Estense.

Sulle due pareti lunghe sono raffigurate: la preparazione della campagna militare (secondo moduli stilistici che richiamano “La scuola di Atene” di Raffaello) e la discesa in campo dell’esercito (secondo modi che si rifanno stilisticamente a Nicolò dell’Abate); sulle pareti corte: una divinità guerriera, lo scompiglio nella città vinta e la consegna della città i vincitori.

Il percorso di visita prende avvio dall’appartamento Estense, che vede succedersi le stanze di origine cinquecentesca, modificate così come le vediamo allo stato attuale, agli inizi del ‘700 dai Marchesi d’Este.

Questo percorso si snoda attraverso le diverse sale, che traggono il nome dal motivo dominante nella decorazione.

La “Sala dei Gigli”, ricca anche degli affreschi con vedute di Scandiano, di autore ignoto, la “Sala del Camino” in stile rococò e la “Sala del Drappo” dal prezioso drappo che circonda la volta del cielo sul soffitto, la “Sala dell’Alcova”, che presenta affreschi del ‘700 con scene di battaglia, ed infine la “Sala delle Aquile”, situata nel corpo della torre, dove sono raffigurati i busti di Luigi, Borso, Foresto e Rinaldo d’Este.

Le decorazioni di queste sale sono opera del Castellino, noto scultore modenese.

Scalone

Lo scalone monumentale della Rocca è stato concepito nella sua formulazione originaria da Giovan Battista Aleotti all’inizio del 1600. la scalinata a “tenaglia” è successiva di qualche anno e fu probabilmente voluta dalla famiglia Bentivoglio.

Le statue in terracotta raffigurano molto probabilmente personaggi della famiglia Thiene e furono realizzate nel 1619 dallo scultore genovese Giovan Battista Pontelli.

Sono quattro le statue superstiti che raffigurano, probabilmente, Marcantonio, Ottavio I, Giulio e Ottavio II Thiene.

Il Cortile

Il cortile della Rocca presenta molti elementi architettonici che testimoniano le stratificazioni artistiche succedutesi nei secoli. La parete sud mostra ancora una colonna (dell’originario portico quattro-cinquecentesco) con il caratteristico capitello, di gusto tardo medievale, “a foglia d’acqua” .

La parte ovest evidenzia (al di sotto dell’ultima cortina muraria settecentesca) diversi stili e consente di riconoscere, sotto gli archi acuti delle finestre, alcune tracce di affreschi monocromi cinquecenteschi.

———- + ———-

WORLDPHOTO12

A VOSTRA DISPOSIZIONE PER QUALSIASI INFORMAZIONE O RICHIESTA CONTATTAMI

———- + ———-

ARTICOLO PRESENTE ANCHE SU

GOOGLE+

Giornata della Memoria ( Stelle di Panno ) Galleria


Informiamo i gentili visitatori che è appena stata pubblicata la galleria fotografica

“GIORNATA DELLA MEMORIA (STELLE DI PANNO)”

 Evento molto toccante e coinvolgente che si è svolto al Teatro De Andre di Casalgrande provincia di Reggio Emilia il 27 gennaio 2018.

Mikrokosmos Orchestra 1

———- + ———-

Faderica Molteni Coro L’Angelo Forte 1

———- + ———-

Faderica Molteni 1

Faderica Molteni 2

———- + ———-

LE FOTO DELL’ ARTICOLO SONO VISIBILI CON LE ALTRE, SULLA DESTRA DEL PRESENTE BLOG NELLA GALLERIA

“GIORNATA DELLA MEMORIA (STELLE DI PANNO)”

<<<<< + >>>>>

WORLDPHOTO12

A VOSTRA DISPOSIZIONE PER QUALSIASI INFORMAZIONE O RICHIESTA CONTATTAMI

<<<<< + >>>>>

ARTICOLO PRESENTE ANCHE SU

GOOGLE+

Giornata della Memoria ( Stelle di Panno )


SI PORTA ALL’ATTENZIONE DI TUTTI I GENTILI VISITATORI QUESTO

“STELLE DI PANNO”
GIORNATA DELLA MEMORIA

 Che avrà luogo al Teatro De Andre di Casalgrande provincia di Reggio Emilia il 27 gennaio 2018 dalle ore 21,00 alle 23,00.

Per non dimenticare con orchestra, coro e storie

Musiche Klemzer

con MIKROKOSMOS ORCHESTRA
diretta da

Irene Bonfrisco

———- + ———-

Canti Yiddish

con il Coro L’ANELLO FORTE
diretto da

Laura Rebuttini

———- + ———-

Storie

“GINO BARTALI, eroe silenzioso”
con Federica Molteni
produzione Luna e GNAC
regia Carmen Pellegrinelli
scenografia Michele Eynard

———- + ———-

Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio, perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Quest’anno Casalgrande ha scelto di ricordare chi, facendo del bene, si è guadagnato le medaglie “che si appendono all’anima e non alla giacca”. Tra questi Gino Bartali, che per aver salvato centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra mondiale, ha meritato un prezioso riconoscimento dalla comunità ebraica.

Il racconto di Federica Molteni, tratto dal libro La corsa giusta di Antonio Ferrara, si mescola a suggestioni sonore e vocali di “gente comune” del territorio da sempre capace di aiutarsi, associarsi o, come in questo caso, di cantare e suonare insieme.

Il coro L’Anello Forte nasce dalla voglia di un gruppo di donne di condividere la voglia di stare insieme.

La Mikrokosmos Orchestra è un progetto pluriennale che si ispira a principi pedagogici, culturali, educativi delle orchestre venezuelane.

Ingresso libero fino ad esarimento posti

Per informazioni Teatro De Andre

<<<<< + >>>>>

WORLDPHOTO12

A VOSTRA DISPOSIZIONE PER QUALSIASI INFORMAZIONE O RICHIESTA CONTATTAMI

<<<<< + >>>>>

ARTICOLO PRESENTE ANCHE SU

GOOGLE+