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Trump: Russia e Cina non hanno paura di una Nato senza gli Usa
“La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.

“Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno più per noi. L’unica nazione che Cina e Russia temono e rispettano è il presidente degli Stati Uniti” ha scritto Trump.
“Senza il mio coinvolgimento, la Russia avrebbe tutta l’Ucraina in questo momento. Ricordate, inoltre, che io da solo ho messo fine a 8 guerre e la Norvegia, membro della Nato, stupidamente ha scelto di non darmi il Premio Nobel per la Pace. Ma questo non importa! Ciò che conta è che ho salvato milioni di vite”, ha aggiunto Trump.
Perché dalla pace tra Russia e Ucraina passa anche il destino UE: Accordo sbilanciato aprirebbe grave crisi

Le trattative in corso per un possibile accordo di pace tra Russia e Ucraina stanno ridisegnando molto più di quanto emerga nel dibattito pubblico il futuro dell’ordine europeo.
Sul tavolo ci sono due visioni profondamente diverse: da un lato il piano proposto da Donald Trump, percepito da molti analisti come un documento che legittima le conquiste russe anche oltre i reali equilibri emersi sul campo; dall’altro la controproposta dell’Unione Europea, che tenta di riequilibrare il quadro ma fatica a imporsi come progetto politico autonomo.
Al di là della questione militare, però, un nodo importante è il peso dell’Europa: se l’Unione dovesse ritrovarsi schiacciata tra le pressioni americane e le pretese russe, la pace rischierebbe di trasformarsi in un cedimento strutturale del continente, con conseguenze profonde sulla sua capacità di difendersi e di parlare con una voce unica.
Marco Di Liddo, direttore del CESI, che ha spiegato perché una pace “sbilanciata” potrebbe inaugurare una crisi destinata a ridimensionare l’intero progetto europeo.
Partiamo dalle bozze di piani di pace tra Russia e Ucraina circolati in questi giorni. Lei ha letto la proposta di Donald Trump: che idea si è fatto?
L’ho letta e la mia valutazione è molto semplice: quello non è un piano di pace, è un diktat. È una bozza estremamente sbilanciata sulle posizioni russe, al punto da risultare sostanzialmente irricevibile sia per l’Ucraina sia per l’Europa.
Premia, tra molte virgolette, il Paese aggressore, riconoscendo di fatto le annessioni dei cinque oblast occupati, vietando l’ingresso dell’Ucraina nella NATO e imponendo una smilitarizzazione di Kiev in cambio di garanzie molto blande.
È una logica di spartizione del territorio ucraino più che un tentativo di ricomporre un ordine europeo sostenibile.
Passiamo allora alla controproposta europea. L’hai analizzata: in cosa differisce, davvero, da quella statunitense?
Non si allontana radicalmente da quella americana, ma introduce alcuni elementi che cambiano natura e percezione dell’accordo. Il più rilevante è che viene totalmente escluso qualsiasi riconoscimento delle acquisizioni territoriali russe.
Quel punto, presente nella bozza Trump, nella proposta UE sparisce: viene sostituito da una formulazione diversa, in cui l’Ucraina si impegna a non tentare la riconquista militare dei territori occupati. Ma questo non equivale a riconoscere la sovranità russa, e la distinzione è fondamentale.
Poi c’è il capitolo delle garanzie di sicurezza: il documento europeo fa esplicito riferimento a impegni robusti modellati sull’Articolo 5 della NATO.
È un segnale forte, che mira a rassicurare Kiev e a riequilibrare un impianto troppo sbilanciato verso le richieste di Moscariequilibrare un impianto troppo sbilanciato verso le richieste di Mosca.
Secondo lei una proposta del genere può essere accettabile per il Cremlino, considerando che Mosca oggi ha un evidente vantaggio sul terreno?
Parlare di “vantaggio evidente” è fuorviante: il piano Trump premierebbe la Russia oltre quello che Mosca ha effettivamente ottenuto sul campo. Sarebbe una sorta di pacchetto regalo politico, economico e securitario.
Il tema del riconoscimento territoriale, pur importante, non è il vero fulcro per Mosca. Il vero obiettivo russo è impedire che l’Ucraina diventi un Paese militarmente capace di difendersi e stabilmente ancorato all’Occidente.
E il secondo obiettivo, altrettanto cruciale, è favorire un allontanamento strutturale tra Europa e Stati Uniti. Il Cremlino parte dal presupposto che, se Washington si defila, l’Europa da sola non sarà in grado né di sostenere Kiev né di sostenersi. Le divisioni interne all’UE faranno il resto.
In che modo un accordo di pace tra Russia e Ucraina, qualunque esso sia, plasmerà la sicurezza europea in futuro?
Enormemente. Ed è un punto che oggi in Europa viene sottovalutato. L’esito del negoziato sulla pace in Ucraina determinerà in larga parte quale peso l’Europa avrà nel sistema internazionale dei prossimi decenni.
Se dovesse passare un accordo di pace che tratta l’Ucraina come un “territorio da spartire” tra Washington e Mosca, senza tenere conto dei diritti di Kiev e che soprattutto marginalizza l’UE, allora possiamo dire che il progetto politico europeo entrerebbe in una fase crepuscolare.
Sarebbe la dimostrazione che l’Europa non è in grado di esercitare un’autonomia strategica né di difendere un proprio vicino aggredito, né di opporsi alla volontà di attori più forti come Stati Uniti e Russia.
Ma il punto è più ampio: un trattato di pace sbilanciato produrrebbe conseguenze globali.
Per l’Ucraina significherebbe rischiare la propria indipendenza o comunque accettare una sorta di “condominio” russo-americano sul proprio futuro.
Per gli Stati Uniti, uscire male dal dossier significherebbe perdere credibilità in Medio Oriente, Indo-Pacifico e in tutte le aree in cui la loro leadership viene quotidianamente messa alla prova.
Per la Russia, un accordo ingestibile internamente potrebbe aprire una fase di instabilità.
Per l’UE, infine, significherebbe certificare di essere il vaso di coccio in mezzo a due vasi di ferro.
In sostanza, questa trattativa non riguarda solo l’Ucraina, ma il futuro degli equilibri globali.
Esatto. Questa guerra non è soltanto una guerra di confine. È un conflitto che definisce chi avrà voce nelle grandi decisioni dei prossimi anni.
Nel negoziato sulla pace non c’è in ballo solo il destino dell’Ucraina: c’è il destino della credibilità dell’Occidente, della tenuta della NATO, dell’autonomia strategica europea e della capacità degli Stati Uniti di mantenere un ordine internazionale coerente.
Se passa una pace “alla russa”, cioè una pace che assegna a Mosca più di quanto abbia ottenuto militarmente e che costringe l’Ucraina a una semi-sovranità, allora la crisi che si aprirà sarà enorme.
Perché segnalerà a tutti gli attori globali che l’Occidente non è più in grado di proteggere i propri partner né di difendere un ordine basato sulle regole.
Alla luce di questo quadro, qual è la responsabilità specifica dell’Unione Europea?
È enorme. Ed è il punto che vorrei sottolineare più di tutti. Se l’Europa non riesce a trovare una formula congiunta con Stati Uniti e Ucraina che non penalizzi Kiev e non trasformi l’UE in un attore passivo, subalterno alle decisioni altrui, allora ne uscirà con un danno irreparabile.
L’UE oggi dovrebbe essere il motore diplomatico della trattativa, non un osservatore. Perché il futuro dell’ordine europeo, la sicurezza del continente, la credibilità delle sue istituzioni dipendono da come si chiuderà questo negoziato.
E se l’accordo finale sarà costruito esclusivamente sulle sensibilità russe e americane, senza una reale partecipazione europea, allora sì: potremmo assistere a un terremoto politico che scuoterà dalle fondamenta l’intero progetto comunitario.
In definitiva, potremmo dire che dall’esito di questa pace dipende anche la sopravvivenza del progetto europeo?
Non parlerei necessariamente di “fine”, ma certamente di un rischio di implosione dell’idea europea.
Se l’UE non riesce a incidere su un processo negoziale che riguarda la sicurezza del proprio continente, se non riesce a proteggere un Paese che ha scelto con chiarezza la via europea, se non riesce a evitare una pace imposta da terzi e sbilanciata a favore della Russia, allora sì: il progetto europeo ne uscirebbe profondamente indebolito.
E sarebbe difficile ricostruirne il prestigio.
Pace bloccata, Trump è sempre più nervoso. E il governo Netanyahu si rafforza

Difficile che possa avere inizio la seconda fase del piano Trump dal momento che Hamas di fatto rifiuta di consegnare i corpi dei diciannove israeliani ancora nelle loro mani e dichiara, tramite alti funzionari, che non ha alcuna intenzione di disarmarsi e “togliere il disturbo” ma di voler affermare la propria autorità su Gaza, nonostante il salvacondotto concordato che li allontanerebbe come persone libere.

Si profila una “impasse” che crea molti problemi innanzitutto ad Israele, ma che sta facendo innervosire Trump ogni giorno sempre di più.
Le esecuzioni dei guerriglieri di Hamas, che hanno ripreso il controllo di una parte del territorio nei confronti dei presunti collaboratori di Israele e dissidenti, sono un segnale molto chiaro sulle vere intenzioni di Hamas.
Va sottolineato l’iniziale “silenzio assordante” di quasi tutte le piattaforme mediatiche italiane per quelle efferate uccisioni di piazza da parte dei terroristi di Hamas davanti a una folla esultante che riprendeva le feroci esecuzioni con i cellulari.
La tregua potrà facilmente cadere sulla restituzione degli ostaggi morti: Israele, tramite il suo ministro della difesa Katz, ha annunciato che l’IDF sta preparando un piano di ripresa dei combattimenti se non vengono restituiti al più presto i corpi degli ostaggi uccisi; i tempi concordati per la loro restituzione sono già passati e il presidente Trump è stato molto chiaro in proposito, affermando che Israele potrà riprendere i combattimenti nel caso Hamas continui a prendere tempo.
Israele, da un punto di vista diplomatico, ha finalmente raccolto una importante vittoria: le manifestazioni continue pro-Hamas unite alle varie flottiglie, hanno dimostrato la loro irrilevanza politica; la stessa irrilevanza, ai fini della pace, che hanno dimostrato le cancellerie europee quando hanno incredibilmente “dato sponda” a Hamas riconoscendo lo Stato di Palestina.
Solo la Germania e l’Italia hanno dimostrato una lungimiranza politica che verrà premiata dall’amministrazione americana al momento della ricostruzione di Gaza: questi due paesi probabilmente avranno un ruolo centrale.
Qui in Israele tutti si chiedono, forse ingenuamente, come è stata possibile questa “gara” al riconoscimento della Palestina che ha dimostrato solo la cecità politica e forse anche un pregiudizio anti israeliano mascherato da una volontà di pacificazione.
Sul fronte politico interno c’è da registrare, secondo l’ultimo sondaggio del quotidiano israeliano Maariv il rafforzamento della coalizione del governo Netanyahu di 4 seggi dovuto al ritorno degli ostaggi da Gaza.

Secondo questo sondaggio la coalizione di governo salirebbe a 52 seggi contro i 58 dell’opposizione (servono almeno 61 seggi per avere la maggioranza).
Il partito di Lapid, forse perché ha assicurato i suoi voti al governo nel caso ce ne fosse bisogno, ha perso 3 seggi rispetto la settimana scorsa.
Sorprendentemente i due partiti di estrema destra guidati da Ben Gvir e Smotrich sono in ascesa nonostante la loro opposizione al piano di pace.
In particolare Smotrich supererebbe la soglia di sbarramento se si votasse oggi, contrariamente ai sondaggi precedenti.
È una situazione in divenire che riserverà sorprese fino a un minuto prima delle elezioni del prossimo anno.
Pace Ucraina-Russia, L’esperto: Ecco perché l’Europa è fuori dai negoziati
Le foto che campeggiano nelle prime pagine dei quotidiani a proposito della trattativa che (forse) inizierà sull’Ucraina vedono tre protagonisti. Trump, Putin e Zelensky.

Del quarto, l’Unione europea, nessuna traccia o quasi.
Professor Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, perché la Ue in questa fase appare così marginale?
“Un po’ perché quasi tutti i maggiori governi europei presentano forti debolezze interne, un po’ perché le due grandi superpotenze sono da sempre abituate a risolvere tra di loro le grandi questioni.
Pensiamo agli Euromissili. Anche lì l’Europa di allora restò marginale”.
C’è una possibilità per la Ue di rientrare nel gioco nella fase negoziale che potrebbe aprirsi?
“Divisi non si va da nessuna parte, e quindi per prima cosa i big europei, e parlo di Francia, Germania, Italia, Spagna e Polonia dovrebbero trovare una forte intesa tra di loro”.
“Chiamiamolo come vogliamo, ma la sostanza è quella. Si tratta di individuare una linea comune e di mantenerla. Allora anche gli altri Paesi europei verrebbero dietro, perché convinti e rassicurati”.
Per fare cosa?
“Il vero punto è quello. Cosa vogliono fare?”.
Quale è la prima cosa da fare?
“Per prima cosa occorre individuare un punto di equilibrio tra una cessazione delle ostilità, che prima o poi doveva avvenire, e l’affermazione del principio secondo cui il diritto internazionale va comunque salvaguardato. Altrimenti, se passa l’idea che chiunque può attaccare chiunque, finisce tutto“.
L’Europa chiede di entrare in gioco. Basta questo?
“No, chiedere per chiedere è una posizione negoziale sempre perdente. Bisogna saper scendere nel concreto. Parliamo ad esempio di ricostruzione”.
“Ecco. Ricostruire che cosa? A che condizioni? Che guadagni ne possiamo trarre? L’importante è non dare una disponibilità a prescindere”.
Ma nella partita del dopo guerra, la Ue si può permettere di restare a guardare?
“Non possiamo fare o promettere cose per solo rientrare in un tavolo quando poi queste cose rischiano di indebolire la deterrenza atlantica”.
“Se la Ue concede garanzie di sicurezza all’Ucraina crea una divisione all’interno della Nato, perché la Nato non agisce verso Paesi partner come l’Ucraina, ma protegge e difende i Paesi membri”.

Si parla di una forza militare Onu a cui i Paesi europei potrebbero dare sostanziosi contributi.
“Bene, allora vediamola questa forza. Con quale mandato, quante forze richiede e da chi sarebbe composta. L’importante è che non coinvolga la sicurezza della Nato. Non vorrei che molti facciano i conti senza l’oste”.
“La sicurezza euro-atlantica nella Nato. Se noi surroghiamo gli americani senza rimanere nel quadro Nato indeboliamo anche quello che d’interessante c’è per gli americani”.
L’ha sorpreso questo attivismo di Trump?
“Lui ha una certa idea della presenza Usa nel mondo e vuol tagliare tutti i rami secchi che non riguardano direttamente gli interessi americani”.

Ma secondo lei è una trattativa vera o siamo alla pretattica? Qualcuno dice che Putin voglia solo guadagnare tempo.
“Credo che i segnali per una trattativa vera ci siano. Le due forze sono provate ed hanno ambedue subito perdite umane molto ingenti. Anche la Russia”.
Con una amministrazione democratica sarebbe cambiato molto?

“Trump ha un linguaggio più diretto ed un approccio da businessman che la Harris non avrebbe avuto. Ma la sostanza sarebbe probabilmente rimasta la stessa. Gli Usa vogliono tirarsi fuori dalle grane europee per concentrarsi sul Pacifico, che per loro è vitale.
Ricordiamoci che cosa accadde nella Seconda guerra mondiale: entrarono solo quando vi furono trascinati, ed entrarono per un attacco nel Pacifico”.
