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Quali sono i rischi se non si effettua la doppia somministrazione del vaccino


A Mosca sono già state avviate le vaccinazioni di massa, la Gran Bretagna approva il vaccino Pfizer e in Italia il ministro Speranza assicura che il vaccino sarà la svolta dopo mesi difficili ed estenuanti.

Molti dei vaccini contro il coronavirus che stanno dimostrando maggiore efficacia prevedono una doppia somministrazione a distanza di poco tempo l’una dall’altra. Cosa succede quindi senza la seconda dose di vaccino Covid?

Seconda dose vaccino Covid

Molti dei vaccini sviluppati finora, compresi quelli di Moderna, dell’Università di Oxford-Astrazeneca e il vaccino di Pfizer e BioNTech, prevedono due dosi. Solo in questo modo può essere garantita una più completa protezione dal Covid-19.

Dai dati della sperimentazione di fase 3 del vaccino di Pfizer-BioNTech, è emerso che quando alla prima dose ha fatto seguito una seconda somministrazione a distanza di tre settimane, l’organismo dei pazienti presenta una maggiore concentrazione di anticorpi.

Il rischio, qualora la seconda dose non venisse effettuata, è quello di non essere realmente immuni al virus e quindi ugualmente esposi al rischio di contagio.

Inoltre, bisogna tenere presente che non tutte le persone rispondono allo stesso modo alla vaccinazione.

Vale lo stesso nel caso del morbillo, per cui solo la somministrazione di entrambe le dosi garantisce l’immunità.

Al contrario, dopo la prima dose si calcola che una buona percentuale delle persone vaccinate (dall’1% al 10%) non sviluppa una risposta immunitaria.

Dopo la seconda dose, invece, la cifra non supera il 2%. È evidente quindi che la seconda dose garantisce lo sviluppo di anticorpi nell’organismo e potenzia la risposta immunitaria.

Moderna, vaccino per il Covid con efficacia al 94,5 per cento


 Il farmaco di Moderna <dura fino a 30 giorni nel frigo di casa>.

L’azienda statunitense Moderna ha annunciato in un comunicato che il suo vaccino contro il Covid  mRNA-1273 ha una efficacia del 94.5%.

La scorsa settimana, Pfizer aveva annunciato per il suo vaccino un’efficacia del 90%. I dati sono preliminari, e gli studi sono ancora in corso: questo significa che le percentuali potranno cambiare.

Per ora infatti Pfizer e Moderna hanno annunciato i risultati attraverso comunicati stampa e non pubblicando le ricerche su riviste scientifiche peer-reviewed: le società non hanno ancora divulgato i dati dettagliati che consentirebbero a esperti esterni di valutare le loro affermazioni.

Ciò nonostante i risultati sono più che incoraggianti e offrono una speranza nel mezzo di una pandemia che ha ucciso oltre 1,2 milioni di persone e ne ha infettate 53 milioni nel mondo.

«È davvero una buona notizia», ha detto Anthony Fauci, il massimo esperto americano di malattie infettive, che ha parlato anche di «forte passo nella direzione giusta».

«Pensavo che saremmo stati bravi, ma il 94,5 percento è davvero impressionante». 

Il vaccino non sarà tuttavia disponibile su larga scala fino a primavera. Moderna ha annunciato che entro fine anno saranno disponibili 20 milioni di dosi per il mercato americano e tra 500 milioni e 1 miliardo di dosi entro il 2021.

Covid, studio conferma: c’è gruppo sanguigno che corre meno rischi


Uno studio della Società americana di Ematologia, pubblicato sul portale Blood Advances, conferma che c’è un gruppo sanguigno meno esposto al contagio da Covid. La ricerca, infatti, su cui si sofferma ‘La Legge per tutti’, ha concluso che le persone di gruppo 0 corrono i rischi minori.

“Sono stati messi a confronto i dati di 473mila danesi sottoposti a prove sul Covid con quelli di un campione di popolazione di oltre 2 milioni di persone, considerando anche la loro origine etnica, visto che la distribuzione dei gruppi sanguigni può variare in base a questo fattore.

L’esito rivela che il numero di pazienti positivi con sangue di gruppo 0 è molto inferiore rispetto a quelli con sangue di tipo A, B o AB si legge su ‘La Legge per tutti’ Oltre a questo, sono stati monitorati i dati di 95 persone ricoverate per Covid in condizioni critiche in un ospedale di Vancouver, in Canada.

Secondo i ricercatori, il virus si sarebbe manifestato in forma più grave tra i pazienti di gruppi A e AB rispetto a quelli con sangue di tipo 0 o di tipo B: i primi richiedevano più frequentemente la dialisi per insufficienza renale ed erano più predisposti alla ventilazione artificiale per problemi polmonari.

Inoltre, i pazienti A e AB restavano ricoverati più a lungo in terapia intensiva”.

“Secondo gli autori della ricerca prosegue ‘La Legge per tutti’ il fatto che il gruppo 0 possa essere più resistente al Covid può essere dovuto alla presenza nel sangue di Isoagglutinina, un anticorpo che reagisce con un isoantigene presente sulla superficie di globuli rossi di soggetti della stessa specie e che impedisce che il virus vi resti ancorato.

Ad ogni modo, gli esperti chiedono di non arrivare a delle conclusioni frettolose e di evitare di classificare la popolazione in base al gruppo sanguigno: anche chi appartiene al gruppo 0, avvertono, può ammalarsi di coronavirus a causa dell’età, dell’obesità o di altri fattori”.

Il vaccino potrebbe non bastare per tutti anche se aiuta contro il Covid


Il segretario generale dei medici di famiglia, Silvestro Scotti, propone due finestre: ottobre-novembre e la seconda a dicembre. Le scorte andrebbero però rifornite se dovessero terminare“Siamo sul filo”.

Traspare tutta la preoccupazione nella voce del dottor Silvestro Scotti, segretario generale nazionale della Federazione italiana medici di medicina generale, sulle dosi del vaccino antinfluenzale.

Questo anno è infatti alto il rischio che l’offerta non basti a coprire la domanda di vaccino. “Da aprile dico che ci sarebbe stato il problema.

In Campania racconta il medico di famiglia mi hanno dato ascolto e infatti nel mio studio il vaccino già è arrivato. Dal primo ottobre sono pronto ma questo anno più che mai dovrò spiegare ai pazienti che dovranno aspettare se non rientrano nelle categorie che hanno la priorità, come gli over 65 con patologie croniche ad esempio”.

Allo stesso tempo però, Scotti sottolinea come ai suoi pazienti debba pur dare la speranza che riusciranno a vaccinarsi ugualmente anche se non rientrano nelle categorie più fragili.

Per questo chiede di premere “il pulsante rosso” per poter allertare il sistema quando, a fronte di un monitoraggio sincrono dei punti vaccinali tra chi gestisce e chi eroga il servizio, si dovesse accorgere che il vaccino sta iniziando a scarseggiare.

“Alcuni soggetti, che pure avrebbero diritto a vaccinarsi perché rientrano nelle categorie a rischio, sono esitanti” dice, confidando nel fatto di poter reindirizzare il vaccino a chi invece ne ha fatto richiesta. “Si potrebbe poi pensare di avere due finestre per il vaccino: la prima a ottobre-novembre e la seconda a dicembre con un rifornimento delle scorte. Il problema vero però è il tempo di produzione”, spiega il medico di base.

L’allarme è stato ribadito anche dallo studio della Fondazione Gimbe che evidenzia come solo un italiano su 3 riuscirà a vaccinarsi. In sette regioni: Piemonte, Lombardia, Umbria, Molise, Valle d’Aosta, Abruzzo Basilicata e a Trento e Bolzano, le dosi non basteranno a raggiungere la soglia del 75% di vaccinati che garantisce l’immunità di gregge.

Quindi l’aumento delle dosi a disposizione, 5 milioni in più rispetto all’anno scorso per un totale di 17 milioni destinati a operatori sanitari, malati cronici e over 60, non bastano a coprire l’aumento di domanda che si genererà nella popolazione soprattutto tra i soggetti sani.

Chi volesse poi comprare da privato il vaccino in farmacia, avrà vita difficile perché alle farmacie sono state date scorte pari all’1% del totale, secondo i dati forniti dalla Fondazione.

Il bilancio arriva proprio quando lo studio del Centro Cardiologico Monzino di Milano, pubblicato sulla rivista Vaccines, ha invece evidenziato come il vaccino antinfluenzale potrebbe essere un alleato fondamentale nella lotta al coronavirus.

Sembra infatti che aiuti a combattere il Covid-19. La ricerca ha scoperto come, durante il lockdown, nelle regioni con un più alto tasso di copertura vaccinale tra gli over 65, c’erano meno contagi, meno pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva e meno decessi per Covid-19.

Il premio Nobel Hoffman: “Vaccino arriverà nel 2021”


Penso onestamente, e sono personalmente convinto, che per i membri del personale sanitario” ci sarà un vaccino, “quando è sempre un po’ aleatorio dirlo, ma certamente se non sarà a Natale sarà a Pasqua, allora potremo vaccinarli. E per la popolazione generale” il vaccino ci sarà “nel corso del 2021”.

Ne è certo il Premio Nobel per la Medicina 2011 e immunologo di fama mondiale Jules Hoffman, francese di origine lussemburghese, direttore di ricerca e membro del consiglio di amministrazione del Cnrs, Direttore di ricerca emerito del Centre National de la Recherche Scientifique presso l’Istituto di Biologia molecolare e cellulare a Strasburgo, già Presidente della Académie des sciences, membro dell’Académie française.

A Milano per l’annuncio dei vincitori dei Premi Balzan, Hoffman, membro del Comitato generale premi della Fondazione Internazionale Premi Balzan e Premio Balzan 2007, ha tenuto una lectio magistralis dal titolo ‘Les pandémies dans l’histoire humaine, à la lumière du Covid-19’.

Certo, ci sono stati “due o tre casi di reinfezione ha concesso ma in biologia non è come in altre discipline, è estremamente variabile, ogni cosa è variabile, nessuno di noi somiglia totalmente all’altro“.

Ma vi giuro ha poi scherzato che verrò ancora qui per il Premio nel 2022 e sono certo che a quel punto il problema sarà stato superato“, ha sottolineato.

E perché sono sicuro?“, ha continuato. “Semplicemente perché ci troviamo di fronte ad una situazione a parte alcuni dettagli in cui cominciamo a capire bene di cosa si tratta. Siamo in una situazione in cui l’umanità non si è mai trovataabbiamo delle tecniche che sono fantastiche. L’umanità non le ha mai avute: ha conosciuto delle pandemie ma non aveva gli strumenti che abbiamo oggi per combatterle“.

Stress, isolamento, meno efficienza Ecco il lato oscuro dello smart working


Non è tutto smart il “lavoro agile di massa” di questi mesi. A dispetto della mistica talvolta eccessiva che ha esaltato questa formula come la salvezza dell’economia e dello stipendio, proprio le esperienze di questa stagione mettono in evidenza anche quello che è stato definito “il lato oscuro dello smart working”.

Un lato fatto di isolamento, stress, prigionia domestica, connessione continua o raddoppio dell’impegno (principalmente per le donne), ma anche di drastico crollo della produttività degli stessi lavoratori, come nel pubblico impiego, con la perdita verticale di efficienza nei servizi pubblici.

I numeri e le ragioni dell’impennata del fenomeno sono noti. L’emergenza Coronavirus ha imposto un’accelerazione senza precedenti.

E così, in pochissime settimane, ci siamo trovati a essere un popolo di smart workers: dati Istat alla mano, con milioni di addetti in cassa integrazione, si è passati dall’1,2 per cento all’8,8 in pieno lockdown per stabilizzarsi al 5,3 nella fase 2 e 3, ma con punte dell’80 per cento nel pubblico impiego.

Insomma, 4-5 milioni di persone, che per la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, potrebbero arrivare a 8 milioni.

La grande sperimentazione di massa della formula, però, ha fatto emergere i limiti e le controindicazioni connesse a un passaggio travolgente avvenuto largamente senza cambi di organizzazione produttiva e di mentalità, senza tecnologie adeguate, digitalizzazione diffusa e precauzioni opportune.

Tanto che, non a caso, se vi sono giganti che confermano oggi strutturalmente e per tutti la tendenza, come la Banca Schroders, altri stanno tornando indietro, almeno in parte.

Se guardiamo agli effetti “negativi” a livello individuale, un sondaggio di LinkedIn ha rivelato che una quota del 46 per cento degli italiani in smart working nel settore privato ha dichiarato di sentirsi più ansiosa e stressata per il proprio lavoro rispetto a prima, manifestando disagio, fatica, stati di agitazione, insonnia, attacchi di panico.
E non mancano esperti di medicina del lavoro che parlano di vera e propria sindrome da burnout da smart working.

Le lavoratrici con figli, principalmente, si sono trovate a vivere dentro slalom infernali tra gli impegni familiari e quelli dell’ufficio.

Ma la gestione del tempo di lavoro (con il corollario del sempre connessi) si è trasformata spesso nel contrario della flessibilità, dell’autonomia e dell’agilità lavorative: più ore di lavoro, con giornate cominciate in anticipo e finite più tardi, senza pause.

“È indubbio osserva Emmanuele Massagli, presidente di Adapt che vi sia anche un lato oscuro. Il riferimento è soprattutto ai lavoratori agili ‘forzati’, quelli che vorrebbero tornare a lavorare in gruppo. Per chi ha pochi locali a disposizione e allacciamento a internet scarso il lavoro agile può diventare fattore di stress e alienazione”.

Ma il lato oscuro del lavoro da casa tocca anche i risultati per le aziende. La mancanza di rapporti diretti e immediati tra i lavoratori e con i loro dirigenti può portare anche a cali di produttività e sicuramente riduce la creatività e la spinta all’innovazione.

“La parte individuale ha osservato Mariano Corso, dell’Osservatorio del Politecnico di Milano quella più tecnica, può essere svolta ovunque. Ma c’è una parte di relazione, quella dei corridoi, del caffè alla macchinetta che non è solo socialità, ma anche spinta all’innovazione”.

Se mal gestito, insomma, lo strumento può spingere in senso opposto. “È probabile insiste Massagli che molti vorranno tornare alla concretezza dei rapporti umani, della pausa caffè, della riunione organizzata al volo, relegando il lavoro agile in una parentesi drammatica (per le condizioni storiche) della propria esperienza”.

Covid: ricerca italiana mostra come dimezzare morti


Con la diagnosi precoce si può dimezzare il numero dei morti tra i pazienti ricoverati per Covid nelle Terapie Intensive. È questo in estrema sintesi il risultato di una ricerca italiana condotta al policlinico Sant’Orsola di Bologna. Da mesi ormai il rapporto tra Covid e danno polmonare è sotto la lente d’ingrandimento del mondo scientifico. Una recente ricerca ha dimostrato che per tre pazienti su dieci i danni polmonari saranno cronici.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Respiratory Medicine, è stato coordinato dal professor Marco Ranieri. La ricerca ha visto la partecipazione del professor Franco Locatelli dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità e membro del Comitato Tecnico Scientifico, che sta affiancando il governo nella gestione dell’emergenza Covid.

Covid e danno polmonare: con la diagnosi precoce risultati importanti

Occorre identificare nel modo più veloce possibile i pazienti che presentano un cosiddetto doppio danno polmonare. Si tratta di persone a cui il coronavirus ha danneggiato sia i capillari, sia gli alveoli presenti nei polmoni. Sei pazienti su dieci che manifestano questo doppio danno ai polmoni muore. Se però si riesce a fare una diagnosi precoce è possibile arrivare a far scendere anche del 50% il numero delle vittime. Quando invece il coronavirus colpisce o gli alveoli o i capillari, la mortalità scende al 20 per cento.

Molti gli ospedali coinvolti

I ricercatori del policlinico emiliano hanno analizzato i dati di 301 pazienti ricoverati in diversi ospedali italiani. Oltre a quelli del Sant’Orsola e del Bambino Gesù, i pazienti ricoverati al Policlinico di Modena,  all’Ospedale Maggiore e all’Istituto Clinico Humanitas di Milano, all’Ospedale San Gerardo di Monza e al Policlinico Gemelli di Roma. Il team di esperti ha dimostrato che agendo nel più breve tempo possibile sul doppio danno polmonare si possono salvare molte vite.

Covid e danno polmonare: quali sono le conseguenze della ricerca

Per riconoscere il fenotipo del paziente, cioè il modo in cui si manifesta la malattia, è sufficiente eseguire due esami che misurino la funzionalità del polmone la distendibilità del polmone minore di 40, invece del valore di 100 e il parametro ematochimico.

Una volta identificato il doppio danno polmonare i medici potranno utilizzare le misure più innovative ed efficaci come la ventilazione meccanica. La ventilazione non invasiva invece potrà essere riservato a coloro che hanno un danno singolo, o agli alveoli o ai capillari, lasciando disponibili i macchinari per la ventilazione meccanica a chi ne ha assoluto bisogno.

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Il vaccino italiano è stato testato su una volontaria


È iniziata allo Spallanzani la sperimentazione del vaccino italiano contro il Covid-19. Alle 8.30 è stata inoculata la prima dose al primo dei 90 volontari selezionati.

“Il vaccino italiano sarà pubblico e a disposizione di tutti coloro che ne avranno bisogno” ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, in una conferenza stampa. “La Regione” ha aggiunto “seguirà passo dopo passo il processo di sperimentazione per arrivare prima possibile alla distribuzione del vaccino.

Crediamo molto nel vaccino bene comune, per questo abbiamo finanziato questo progetto pubblico. Da oggi inizia una fase storica della ricerca: è un bellissimo traguardo che la scienza e la medicina italiane hanno raggiunto”.

“Rinnovo un appello alla responsabilità delle persone. Non è corretto che ancora una volta si scarichino sul personale sanitario i pericoli del coronavirus.

Stiamo facendo di tutto per incentivare il filtro per individuare i positivi, ma senza il senso di responsabilità di tutti non ce la faremo mai. Rischiamo di tornare indietro. Servono dunque comportamenti responsabili che non significa non vivere” ha aggiunto.

A ricevere la prima dose è stata una donna di 50 anni. “Mi auguro che la mia disponibilità possa essere d’aiuto per salvare vite e che le persone siano sempre più responsabili per non mettere a rischio se stesse e gli altri” ha detto.

Come funziona la sperimentazione

Il vaccino è realizzato, prodotto e brevettato dalla società biotecnologica italiana ReiThera. Il volontario ha ricevuto tramite iniezione intramuscolare la dose di vaccino e iniziato l’iter che lo porterà nei prossimi mesi a sottoporsi a una serie di ravvicinati controlli periodici che serviranno ai ricercatori per verificare la sicurezza e la tollerabilità, nonché eventuali effetti collaterali.

La sperimentazione, messa a punto da un team di ricercatori e clinici dello Spallanzani in collaborazione con ReiThera, sarà effettuata su novanta volontari suddivisi in due gruppi per età: 45 tra i 18 e i 55 anni, altrettanti di età superiore ai 65 anni. Ciascun gruppo sarà suddiviso in tre sottogruppi da 15 persone, a ciascuna delle quali verrà somministrato un diverso dosaggio del preparato vaccinale.

Una parte della sperimentazione sarà effettuata presso il Centro Ricerche Cliniche – Policlinico G.B. Rossi di Verona. Se i primi risultati della fase 1 saranno positivi, entro la fine dell’anno potranno prendere il via le fasi 2 e 3, che saranno condotte su un numero maggiore di volontari anche in paesi dove la circolazione del virus è più attiva.

Quella di oggi è una tappa importante di un percorso iniziato nello scorso marzo, grazie all’impegno del Ministero della Ricerca Scientifica e la Regione Lazio che, d’intesa con il Ministero della Salute, hanno deciso di finanziare il progetto con 8 milioni di euro (di cui 5 a carico della Regione e 3 del Mur), individuando nell’INMI “Lazzaro Spallanzani” di Roma e nel Consiglio Nazionale delle Ricerche i partner operativi per la realizzazione della sperimentazione.

Il vaccino di ReiThera ha superato i test preclinici effettuati sia in vitro che in vivo su modelli animali, che hanno evidenziato la forte risposta immunitaria indotta dal vaccino e il buon profilo di sicurezza, ottenendo successivamente l’approvazione della fase 1 della sperimentazione sull’uomo da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco e del Comitato Etico Nazionale per l’Emergenza Covid-19.

Come funziona il vaccino

Il vaccino GRAd-COV2 utilizza la tecnologia del “vettore adenovirale non-replicativo”, ovvero incapace di produrre infezione nell’uomo. Il vettore virale agisce come un minuscolo “cavallo di Troia”, che induce transitoriamente l’espressione della proteina spike (S) nelle cellule umane. Questa proteina è la “chiave” attraverso la quale il coronavirus, legandosi ai recettori ACE2 presenti all’esterno delle cellule polmonari, riesce a penetrare ed a replicarsi all’interno dell’organismo umano. La presenza della proteina estranea innesca la risposta del sistema immunitario contro il virus.

Chi ha prodotto il vaccino

ReiThera Srl, società con sede a Castel Romano, ideatrice del vaccino, è stata costituita nel 2014 da un gruppo di ricercatori italiani che avevano ideato l’utilizzo dell’adenovirus dello scimpanzé come “navicella” su cui innestare il materiale genetico necessario per realizzare vaccini contro malattie infettive come Epatite C, malaria, virus respiratorio sinciziale, ed Ebola.

Sulla base di questa esperienza, ReiThera ha recentemente sviluppato il nuovo vettore virale, GRAd32, isolando un adenovirus di gorilla che negli studi preclinici ha indotto una forte risposta immunitaria, sia umorale che cellulare, contro le proteine veicolate, dimostrando inoltre un buon profilo di sicurezza.

Attraverso tecniche sofisticate questo virus, assolutamente innocuo per l’uomo, è stato modificato per azzerarne la capacità di replicazione; successivamente è stato inserito al suo interno il gene della proteina S del SARS-CoV-2, il principale bersaglio degli anticorpi prodotti dall’uomo quando il coronavirus penetra nell’organismo.

Una volta iniettato nelle persone, questo virus modificato, o meglio la proteina S che trasporta, provocherà la risposta del sistema immunitario dell’organismo, ovvero la produzione di anticorpi in grado di proteggere dal virus SARS-CoV-2. Altri vaccini basati su vettori adenovirali ricavati dai primati sono già stati valutati in trial clinici di fase 1 e 2 per candidati vaccini di altre malattie infettive, dimostrando di essere sicuri e di generare risposte immunitarie consistenti anche con una singola dose di vaccino.

Coronavirus, Usa e Brasile superano i mille morti al giorno.


Gli Stati Uniti hanno raggiunto la quota di 175.245 morti a causa del virus Covid 19. Lo rende noto l’Università Johns Hopkins, che ha contato per oggi altre 1.067 vittime.

Complessivamente si sono registrati negli Usa 5.618.133 casi di contagio. Solo nella città di New York sono morte per Covid 23.641 persone. Nel New Jersey 15.941, in California 11.886, in Texas 11.391, in Florida 10.168.

Il Brasile ha registrato ulteriori 1.054 decessi e 30.355 nuovi contagi nelle ultime 24 ore: lo hanno comunicato in serata il Consiglio nazionale dei segretari della sanità (Conass) e il ministero della Sanità brasiliani.

Il numero complessivo dei casi confermati di Covid-19 nel Paese è dunque salito a 3.532.330, mentre il totale delle vittime dall’inizio della pandemia ha raggiunto quota 113.358.

Il tasso di letalità è rimasto fermo al 3,2%, mentre quello di mortalità è pari a 53,9 persone ogni centomila abitanti.

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Covid, Oms: “Speriamo di uscire da pandemia in meno di due anni”


Ginevra, 21 agosto 2020 Covid, Oms speriamo di uscire da pandemia in meno di due anni

La conferenza stampa dell’Oms per fare il punto sull’emergenza Coronavirus. 

 

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Covid, Russia annuncia vaccino. Putin: “Registrato, mia figlia lo ha già provato”


Il presidente russo: “Già somministrata una dose a mia figlia. Febbre a 38 poi è calata”.

L’infettivologo Galli: “Per ora è solo un annuncio”.

Cauta l’Oms: “Dovrà passare da una rigorosa valutazione”

Mosca, 11 agosto 2020  La notizia ha del clamoroso e arriva da Mosca. Mentre la Russia continua a fare i conti sul fronte Coronavirus con dati negativi, Vladimir Putin ha annunciato che il ministero della Sanità russo ha registrato il primo vaccino contro il Covid nel mondo e che sua figlia ne ha già ricevuto una dose.

E secondo fonti ufficiali, venti Paesi nel mondo hanno già pre-ordinato un miliardo di dosi. Ma non manca lo scetticismo e l’Oms invita alla prudenza.

Lo riferisce Russia Today, citando il presidente russo, secondo cui il vaccino, sviluppato dall’Istituto Gamaleya di Mosca, ha ricevuto il via libera dal ministero della Sanità. Putin ha rivelato che alla figlia è già stato somministrato il vaccino, che le ha procurato una febbre, sparita poco tempo dopo.

Anche Sputnik scrive dell’annuncio. “Per la prima volta al mondo, stamattina ha detto il leader del Cremlino in un incontro col governo è stato registrato un vaccino contro il nuovo Coronavirus”.

Anche il ministro della Salute Mikhail Murashko ha confermato che il vaccinco è stato registrato.

Ma Putin è andato più in là rivelando il dettaglio che riguarda la figlia: “Una delle mie figlie è stata vaccinata ha poi detto il presidente.

Ha preso parte alla sperimentazione. Dopo essere stata vaccinata ha avuto 38 di febbre, il giorno dopo leggermente più di 37.

Poi, dopo la seconda dose, ha avuto di nuovo una leggera febbre, e dopo tutto tutto era a posto, si sente bene e ha un alto numero di anticorpi”.

Putin ha aggiunto di auspicare “che potremo avviare la produzione di massa di questo medicinale nel prossimo futuro, è molto importante”.

Il leader del Cremlino ha detto che la vaccinazione deve essere effettuata “a condizioni assolutamente volontarie” in modo che tutti coloro che lo desiderano possano “sfruttare le conquiste degli scienziati russi”.

So che altre istituti stanno lavorando su vaccini simili in Russia.

Auguro successo a tutti gli specialisti. Dovremmo essere grati a coloro che hanno fatto questo primo passo estremamente importante per il nostro Paese e per il mondo intero”.

Vaccino russo: la scheda

l vaccino russo si chiama Sputnik V, secondo il sito internet ufficiale.  “Sputnik-I ha rivitalizzato le esplorazioni spaziali nel mondo.

Il primo vaccino per il coronavirus ad essere registrato nel mondo ha creato un momento cosiddetto Sputnik per la comunità globale.

Sulla base di questo paragone il vaccino è stato chiamato Sputnik V”, spiega il sito. La somministrazione in due dosi aiuta a formare un’immunità dal Covid-19 fino a due anni, secondo l’ufficio stampa del ministero della Salute.

Il vaccino Gam-COVID-Vac è basato sull’adenovirus, è stato testato sugli animali e poi su due gruppi di volontari.

Lo stabilimento della Binnopharm nella città di Zelenograd potrà produrre 1,5 milioni di dosi di vaccino all’anno. La produzione industriale sarà avviata da settembre. Lo rendono noto fonti ufficiali di Mosca.

Oms: “Serve cautela”

L’Oms ha accolto con cautela la notizia, rilevando che, come gli altri, deve seguire le procedure di prequalifica e revisione stabilite dall’agenzia. “Accelerare non dovrebbe significare compromettere la sicurezza“, ha detto un portavoce dell’Organizzazione.

In ogni caso l’Organizzazione mondiale della Salute e le autorità russe stanno discutendo del processo di pre-certificazione del vaccino.

La posizione dell’Oms è netta: il vaccino dovrà essere sottoposto a “rigorosi esami e valutazioni di tutti i dati richiesti sulla sicurezza e l’efficacia” prima di ottenere l’approvazione: lo ha detto oggi a Ginevra durante una conferenza stampa online il portavoce dell’Oms, Tarik Jasarevic.

Le reazioni

“Finché non avremo dati confermati si tratta solo di un annuncio giornalistico.

Sarebbe bellissimo se fosse vero, ma devo esprimere delle riserve fino a quando non avremo evidenze”.

Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, esprime qualche perplessità sull’annuncio.

“Sarebbe una notizia fantastica dice Galli all’Adnkronos Salute ma è difficile visto che le modalità e le caratteristiche per l’approntamento di un vaccino sono diverse da queste, a meno che non siano stati resi noti tutti i dati necessari precedenti, sulla sicurezza e l’efficacia, di cui non ho notizia”.

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Coronavirus: esperto,pochi effetti collaterali plasmaterapia


PAVIA, 02 AGO 2020 “Gli effetti collaterali della plasmaterapia, per la cura dei casi più gravi di Covid-19, sono modesti e facilmente dominabili.

A confermarlo è anche uno studio condotto negli Stati Uniti su oltre 20mila pazienti, dove sono stati riscontrati effetti collaterali in una percentuale inferiore all’1 per cento, e comunque sempre decisamente inferiore a quella che si manifesta con alcuni farmaci antivirali utilizzati contro il Coronavirus”.

A spiegarlo all’ANSA è il professor Cesare Perotti, primario del servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del San Matteo di Pavia.

Il Policlinico pavese, insieme all’ospedale di Mantova, ha condotto una ricerca sull’utilizzo del plasma da donatori convalescenti come terapia per i pazienti critici affetti da Covid-19.

Fino ad oggi sono state 370 le donazioni di plasma effettuate al San Matteo da pazienti convalescenti.

In 180 casi il protocollo è stato applicato con l’infusione di plasma ricco di anticorpi particolarmente efficaci nel combattere il Covid.

“Fuori protocollo – aggiunge Perotti – abbiamo distribuito anche in numerosi ospedali di altre regioni un plasma con una carica leggermente più bassa di titolo neutralizzante, che comunque ha dato ottimi risultati nella cura dei pazienti.

In previsione di un’eventuale seconda ondata di contagi in autunno, che naturalmente ci auguriamo non si verifichi, abbiamo stoccato un numero di sacche in grado di infondere il plasma in circa 800 pazienti”.

Coronavirus: Brasile ha superato i 2,6 milioni di casi


BRASILIA, 31 LUG. 2020 Il Brasile ha superato i 2,6 milioni di casi di coronavirus, mentre la corsa alla produzione del vaccino continua nello stato di San Paolo.

Secondo l’ultimo bilancio giornaliero riferito ieri dal ministero della Salute, il gigante latinoamericano ha registrato 57.837 infetti in 24 ore portando il totale a 2.613.634 casi.

Nel bilancio quotidiano sono state registrate 1.129 nuove vittime, per un totale di 91.263 morti dall’inizio della pandemia nel Paese.

Lo stato di San Paolo, epicentro della pandemia con oltre 529.000 contagi, ha annunciato l’intenzione di produrre 120 milioni di dosi del vaccino cinese CoronaVac, mentre sono in corso studi e test con il vaccino dell’Università di Oxford, nel quadro di un accordo firmato dal governo del presidente Jair Bolsonaro.

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Virologo Perno: ‘Vedere i morti da Covid mi ha sconvolto come l’Aids’


Quando il mondo iniziava a scontrarsi con il dramma dell’Hiv, il virologo Carlo Federico Perno si trovava negli Usa “in un reparto in cui tutte le sere si andava via e la mattina dopo si trovavano un paio di letti vuoti, e non perché i pazienti erano usciti con le loro gambe.

E’ un’esperienza che ti tocca profondamente.

Devo dire però che è la stessa esperienza che ho vissuto con il Covid: vedere tutti questi morti è stato per me ancora più sconvolgente forse dell’Aids”.

E’ la dura testimonianza resa dall’esperto in una video-intervista nell’ambito del progetto Janssen ‘A\Way Together’.

Quella di Perno, direttore di Microbiologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, è l’ultima storia raccontata attraverso l’iniziativa che ha coinvolto tre eccellenze del settore, chiamate a immaginare insieme una strada comune per affrontare le sfide della sanità che verrà.

Dopo il primo video dell’infettivologo Massimo Galli (ospedale Sacco-università Statale di Milano), è seguito quello di Massimo Andreoni (università di Roma Tor Vergata) e ora quello di Perno che spiega come, dall’emergenza coronavirus, lui ha “imparato tantissimo”.

“La prima cosa dice è non dare mai per scontato di sapere le cose giuste perché tutti noi all’inizio, a gennaio e febbraio, avevamo la percezione di qualche cosa che sarebbe passata e andata.
E’ inutile negarlo, era così”, riflette l’esperto.
Subito però “è stato necessario avere il coraggio di fare un passo indietro, di dire ‘qui stiamo parlando di qualcosa di nuovo e di sconvolgente’ che in effetti poi ha sconvolto la nostra vita. Spero veramente di non rivivere mai più un’esperienza come quella degli scorsi mesi”.

“Quello che adesso abbiamo chiarito è che questo è un virus avverte Perno che ha le caratteristiche per restare tra noi, al contrario di tanti che sono passati.

Dobbiamo combattere per far sì che non si riespanda”, ammonisce lo specialista.

Sars-CoV-2 “è un virus tra i più infettivi che abbia mai visto assicura forse il più infettivo.

Ecco, quello su cui siamo perfettamente d’accordo”, al di là del dibattito fra camici bianchi al quale si è assistito in questi mesi, “è che se non lavoriamo bene questo virus continuerà a generare problemi a noi e a tutti quelli che ci circondano”.

Tornando a quello che spesso è sembrato uno scontro fra scienziati, Perno chiarisce che “la mia è la posizione di una persona che si è sempre occupata di virologia. Il problema ragiona l’esperto sta nella parola ‘specialisti’: purtroppo è stata una definizione data un pochino a tutti.

Nell’ambito del Covid si sono susseguite varie persone che hanno lavorato e hanno presentato su questo, qualcuno specialista, qualcuno un po’ meno. Quello che ho imparato”, però, “è che gli specialisti veri erano tutti d’accordo; qualche non specialista lo era un po’ meno”.

Nella video testimonianza il virologo ripercorre una carriera che, dopo la laurea all’università Sapienza di Roma, lo ha portato ad affrontare sfide sempre nuove in luoghi via via diversi: “Sono tutte esperienze che servono precisa perché il rischio è che crescere sempre nello stesso ambiente significa in sostanza adattarsi all’ambiente stesso, e il rischio è grande. Invece questa sfida continua ti costringe a tirare fuori il meglio di te”.

Perno ha cominciato a farlo presto, quando “sono partito per gli Stati Uniti convinto di avere una buona conoscenza dell’inglese e mi sono scontrato con la realtà. Uno in quei casi o si mette a piangere o impara”.

Il messaggio ai giovani è l’importanza di “farsi sfidare e avere il coraggio di combattere, perché così uno tira fuori risorse incredibili”. Nei suoi anni americani, il virologo ha dovuto farlo anche per superare l’impatto con l’Aids. “Sono arrivato in America nel gennaio dell”86 rammenta quando il virus era stato scoperto da 2-3 anni.

Non c’era nessuna terapia, i pazienti morivano a grappoli”. Quasi come per Covid, nelle settimane più difficili dello tsunami coronavirus.

Protagonista di un ‘caso’ su Instagram, dopo che un’intervista pubblicata dalla figlia Maria Stella ha calamitato in poche ore oltre 200mila visualizzazioni, Perno riflette sul ruolo dei social come mezzo di informazione usato soprattutto dai giovani.

“Da un lato – afferma il virologo i social troppo spesso semplificano e di conseguenza non permettono di capire la complessità delle cose”, mentre “certe volte è indispensabile andare a fondo per capire come vanno le cose.

Ma dall’altro è inevitabile che stiamo andando verso una società che è fatta di spot, di pillole, e allora è necessario avere la capacità di esprimere un concetto e saper essere convincenti in tempi brevi in una società che non ha più la capacità di approfondire”.

La conclusione dell’esperto chiama in causa ancora una volta il concetto di sfida: “Tutti noi dobbiamo avere il coraggio di farci sfidare dai social esorta Perno essere capaci di esprimere concetti e saperli esprimere semplicemente e in maniera convincente”.

 

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In Asia torna la peste bubbonica: una regione in quarantena


La peste bubbonica è tornata: la Mongolia ha messo in quarantena una regione al confine con la Russia dopo la scoperta di due casi.

È scattato l’allarme peste bubbonica in Mongolia, dove una coppia di fratelli versa in condizioni critiche dopo aver mangiato carne di marmotta cruda.

Nel timore di uno scoppio di un’epidemia, le autorità sanitarie mongole hanno messo in atto misure di sicurezza e imposto la quarantena di una regione al confine con la Russia.

Il ritorno della peste non deve sorprendere: già a fine 2019 in Cina sono stati diagnosticati dei casi, uno di peste bubbonica e due di peste polmonare (più grave). L’infezione in quel caso era legata al consumo di carne di coniglio selvatico.

La peste è un’infezione di origine batterica che si trasmette attraverso le pulci che vivono su roditori selvatici e, se non trattata in tempo, può uccidere nel giro di 24 ore, secondo l’OMS.

Ad oggi non esiste un vaccino per la peste, e la malattia si cura nei primi stadi con farmaci e antibiotici. Gli esperti ritengono che i discendenti della peste nera che nel 14° secolo ha ucciso 50 milioni di persone nel mondo esistano ancora oggi e causano la morte di 2.000 persone l’anno.

 

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STORIA – Europa Peste del 1346

 

Incubo peste nera in Mongolia: regione in quarantena

La Mongolia ha messo in quarantena la regione a ovest del confine russo dopo aver identificato due casi di peste legati al consumo di carne di marmotta. Si tratta di due fratelli, un uomo e una donna, le cui condizioni sarebbero critiche secondo quanto riportato.

La diagnosi è stata confermata da test di laboratorio. Sono stati raccolti e analizzati 146 campioni di individui di primo contatto, ma sarebbero almeno 500 le persone che potrebbero essere entrate in contatto con i due infetti, anche per vie traverse.

Intanto il Centro nazionale per le malattie zoonotiche della Mongolia si è attivato per mettere in quarantena il capoluogo di provincia e uno dei distretti della regione. Ai veicoli è temporaneamente vietato l’ingresso.

A maggio 2019 la Mongolia aveva chiuso un varco chiave al confine con la Russia a causa del sospetto che la pestilenza provenisse da lì, e bloccato l’ingresso di diversi turisti russi.

Il Coronavirus è mutato: ne circola una versione più contagiosa


Un ceppo più contagioso di Sars-Cov-2 sta circolando nel mondo.

Si tratta di una variante nel genoma virale del Covid-19 che ha potenziato la sua capacità di infettare le cellule umane.

La notizia della scoperta di questa variante era circolata settimane fa, grazie alla pubblicazione su alcune riviste scientifiche di alcuni studi internazionali fra i quali uno italiano, firmato da Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, Roberto Cauda, docente di Malattie infettive all’Università Cattolica di Roma e Antonio Cassone, docente di Microbiologia dell’Università di Perugia.

Ora un team internazionale di ricercatori dimostra che questa variante ha reso più forte il virus aiutandolo a diventare il ceppo dominante che circola oggi nel mondo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Cell.

La variante D614G

La variante individuata è la “D614G” che è risultata più contagiosa in condizioni di laboratorio e apporta una piccola ma efficace modifica alla glicoproteina Spike, usata dal virus per penetrare nelle cellule.

Subito dopo la sua comparsa, si è visto che la variante D614G ha preso rapidamente il posto del ceppo dominante e varie analisi di campioni a livello internazionale hanno mostrato “un significativo spostamento nella popolazione virale dall’originale al nuovo ceppo del virus”.

La variante più infettiva

I ricercatori del Los Alamos National Laboratory nel New Mexico e della Duke University in North Carolina, hanno collaborato con il gruppo di ricerca dell’Università di Sheffield (nel Regno Unito) per analizzare campioni di genoma del virus pubblicati su Gisaid, una risorsa internazionale per condividere sequenze di genoma tra ricercatori di tutto il mondo.

“Abbiamo sequenziato i ceppi di Sars-CoV-2 a Sheffield sin dall’inizio della pandemia e questo ci ha permesso di collaborare per dimostrare che questa mutazione era diventata dominante nei ceppi circolanti”, spiega Thushan de Silva, docente in Malattie infettive presso l’Università di Sheffield.

“Lo studio appena pubblicato conferma questo risultato. E anche che la nuova variante D614G è più infettiva in condizioni di laboratorio”.

In particolare, i dati dei ricercatori suggeriscono che il nuovo ceppo sia associato a maggiori carichi virali nel tratto respiratorio superiore dei pazienti con Covid-19. “Questo significa aggiunge de Silva che la capacità del virus di infettare le persone potrebbe essere aumentata. Fortunatamente in questa fase, non sembra che i virus con la mutazione D614G causino malattie più gravi”.

Sulle tracce del Coronavirus

Grazie alla piattaforma Gisaid ormai i ricercatori tengono traccia del virus. “E’ possibile tracciare l’evoluzione di Sars-CoV-2 a livello globale spiega Bette Korber, di Los Alamos nel New Mexico, autrice principale dello studio perché i ricercatori di tutto il mondo stanno rapidamente rendendo disponibili i loro dati sulla sequenza virale attraverso il database Gisaid.

Attualmente sono disponibili decine di migliaia di sequenze e questo ci ha permesso di identificare l’emergere di una variante che è rapidamente diventata la forma dominante a livello globale”.

I ricercatori sottolineano comunque che è necessario effettuare ulteriori analisi di laboratorio nelle cellule vive per comprendere tutte le implicazioni di questa mutazione.

Il parere dell’Oms e dell’esperto italiano

Sulle mutazioni subite dal Coronavirus nel corso di questi mesi si è espressa anche la direttrice del gruppo tecnico per il coronavirus dell’Oms Maria Van Kerkhove dichiarando: “Il virus sta cambiando, muta. Ma non abbiamo indicazioni che le mutazioni rilevate indichino cambiamenti nella gravità e nella contagiosità di Sars-Cov-2. Si tratta di una questione che indagheremo attentamente”.

Da gennaio sono state pubblicate almeno 60mila sequenze genetiche di Sars-Cov-2: una mole di dati preziosi.

“La mutazione che abbiamo individuato e pubblicato un mese fa ha dichiarato all’Adnkronos Salute Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma si è rivelata determinante nel rendere Sars-Cov-2 più contagioso, come ha dimostrato ora lo studio pubblicato su ‘Cell’.

Ma questo non vuol dire che il virus sia diventato più cattivo o più aggressivo. E una conferma della maggior contagiosità di questo ceppo rispetto a quello cinese arriva anche dai focolai registrati nella Penisola.

Una ‘spia’ del fatto che il virus circola e che, se non si rispettano le misure, si trasmette con facilità”.

La buona notizia è che “gli anticorpi sviluppati contro questo ceppo possono curare anche quello cinese”, e dunque la mutazione non influirà sulle terapie mirate e sui vaccini allo studio.

 

Cos’è l’hantavirus: il virus dei topi che ha fatto il salto di specie


La notizia della morte di un uomo in Cina per un hantavirus, proprio durante la pandemia da Covid 19 ha scatenato il panico, poi subito rientrato, nei confronti di questi virus che scatenano malattie potenzialmente mortali. L’allarme hantavirus è comunque l’occasione utile per approfondirne la conoscenza.

Cos’è l’hantavirus

Gli Orthohantavirus, comunemente chiamati Hantavirus, sono un genere di virus a RNA a singolo filamento negativo, appartenente alla famiglia Hantaviridae dell’ordine Bunyavirales. Questi virus si possono trasmettere all’uomo: poiché gli ospiti naturali dell’hantavirus sono i roditori, si tratta di un tipico esempio di zoonosi. Il genere degli Orthohantavirus comprende 36 specie di virus.

Patologie da hantavirus

Alcuni hantavirus possono determinare patologie potenzialmente mortali nell’uomo come la nefropatia epidemica, la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS) e la sindrome polmonare da hantavirus (HPS). La nefropatia epidemica è più frequente in Europa, mentre l’HFRS lo è in estremo oriente e l’HPS è più frequente nel continente americano.

I sintomi dell’hantavirus

I sintomi dell’infezione da hantavirus, dopo un periodo di incubazione, iniziano con febbre, cefalea e dolori muscolari e in alcuni soggetti anche dolore addominale, nausea, vomito e diarrea. A seconda del tipo di infezione i sintomi si differenziano: nella sindrome polmonare si manifestano tosse e respiro affannoso, invece nella sindrome renale si verifica un’insufficienza renale acuta.

Origine dell’hantavirus

Gli ospiti naturali dell’hantavirus sono i roditori selvatici e domestici: ogni hantavirus è associato a una specie di roditore o a un gruppo di specie strettamente correlate. I roditori eliminano gli hantavirus nelle urine, nelle feci e nella saliva e quindi i luoghi infestati da topi devono essere considerati a rischio. Il termine “hantavirus” deriva dal fiume Hantan, in Corea del Sud, dove verso la fine del 1970 il team di ricerca guidato da Ho-Wang Lee riuscì ad isolare il virus.

Diffusione dell’hantavisurs

Una persona può contrarre questo virus attraverso il contatto della cute lesa o per inalazione con l’urina, la saliva o e le feci dei roditori infetti, dunque non è sufficiente la sola ingestione o il semplice contatto. Gli hantavirus si trasmettono all’uomo soprattutto attraverso inalazione, cioè respirando un aerosol costituito dalle particelle di escrementi, urina o saliva dei roditori infettati.

L’hantavirus in Cina

Nel marzo 2020 è stato segnalato in Cina un caso di decesso dovuto a questo virus: l’uomo, proveniente dalla provincia dello Yunnan, si trovava su un bus nella provincia di Shandong. Inizialmente si pensava fosse un caso di epidemia di COVID-19, ma gli esami hanno dimostrato che si trattava di contagio hantavirus.

L’hantavirus in Italia

In Europa sono presenti diversi hantavirus e nel 2014 erano stati confermati 3.667 casi in Germania, Francia, Croazia, Finlandia e Svezia. In Italia e in altri paesi del Mediterraneo fortunatamente nessun caso è stato segnalato.

L’hantavirus in Canada

Nel giugno 2014 in Saskatchewan, provincia del Canada occidentale, è stato segnalato un caso di decesso dovuto all’hantavirus. Sempre in Canada, dal 1994 ad oggi, sono stati registrati 27 casi di infezione e 9 casi di decesso legati a questi virus. Nel Nord America, il principale vettore del virus responsabile della sindrome polmonare da hantavirus si è rivelato essere il topo cervo (Peromyscus maniculatus).

L’hantavirus in Patagonia

Nel dicembre 2005 nelle Ande, in Sud America, si è verificato l’unico caso finora mai registrato di trasmissione interumana dell’hantavirus, cioè di contagio da uomo a uomo, ritenuta estremamente rara.

Hantavirus: come si cura

Non esiste un trattamento specifico e neppure vaccini per le malattie da hantavirus, che quindi vengono trattate cercando di ridurre la sintomatologia: alcuni farmaci antivirali hanno dimostrato di essere in grado di ridurre la malattia e la morte, se usati precocemente.

Coronavirus, a Pechino casi ancora in aumento. E le autorità mettono sotto accusa il “salmone importato”


PECHINO – I supermercati di Pechino lo hanno eliminato dagli scaffali, gettando intere confezioni di salmone norvegese affumicato nella spazzatura.

Alcuni ristoranti lo hanno tolto dal menù. Quelli che non possono, come i sushi giapponesi, hanno visto la loro clientela sparire.

Improvvisamente, la Cina ha paura del salmone, specie di quello che arriva dall’estero.

Il motivo: nel mercato pechinese di Xinfadi, quello dove è emerso il nuovo focolaio di coronavirus, tracce di Sars-CoV-2 sono state trovate su un banco su cui si tagliava il salmone. In verità frammenti del patogeno sono stati riscontrati un po’ ovunque all’interno della struttura, ma fin dalle prime ore i media cinesi si sono concentrati su quelle parole “salmone importato”.

E in un rimpallo tra giornali, scienziati e autorità, molto poco scientifico e molto propagandistico, l’ipotesi che sia stato il pesce norvegese a contagiare a Pechino si è diffusa a macchia d’olio, rilanciata da quel potentissimo moltiplicatore di fatti e fattoidi che è il web mandarino.

Risultato: le autorità hanno deciso di sospendere le importazioni di salmone dall’estero, come hanno confermato alcuni dei maggiori produttori norvegesi.
Se non tutti, la sostanza è che molti cinesi credono che il colpevole sia il salmone. Alcuni si chiedono perfino se non fosse colpa del pesce anche nel mercato di Wuhan, e non dei pipistrelli, dei furetti o dei pangolini.

Il livello di allarme in città è alle stelle. I numeri sono ancora limitati, oggi sono stati annunciati 31 nuovi casi (in totale 44 in tutto il Paese, compresi gli altri due contagi locali in altrettante province e 11 indicati come “provenienti dall’estero”), ma la risposta del governo è decisissima: Pechino, simbolo del potere, va difesa a tutti i costi.

Dopo aver alzato il livello di allarme in città al secondo più alto e richiuso tutte le scuole, le autorità hanno cancellato la maggior parte dei voli in uscita dagli aeroporti della capitale, sempre più bloccata (sebbene non ancora in “lockdown”) e ora anche isolata dal resto del Paese.
Dal punto di vista scientifico l’ipotesi del salmone è molto improbabile, come hanno ammesso anche alcuni scienziati cinesi.

È praticamente impossibile che il pesce sia un vettore del virus in grado di trasmetterlo all’uomo. Ed è molto improbabile anche che il virus, nel caso abbia contaminato il cibo durante la lavorazione, sopravviva a un trasporto internazionale e poi si “liberi” una volta che il salmone viene scongelato.

Le tracce del patogeno peraltro sono state trovate sul banco, non sul cibo, una ricostruzione molto più probabile è che qualcuno ci abbia tossito sopra. Ma in linea teorica l’ipotesi non è smentita. E sia le autorità che i media si guardano bene dal farlo.

Quello che interessa loro infatti, nell’accusare il “salmone importato”, non è tanto la parola “salmone”, quando l'”importazione”. Da settimane infatti, cioè da quando hanno contenuto l’epidemia scoppiata in Cina, le autorità hanno spostato l’attenzione sul rischio dei contagi importati, proprio questa è la parola, dall’estero, dai cinesi di ritorno agli stranieri.

Un modo per comunicare all’opinione pubblica che la Cina aveva vinto la battaglia, che ora toccava al resto del mondo fare lo stesso. Prendersela con il salmone importato è stata una sorta di riflesso condizionato.

O forse una vera e propria strategia. Nelle scorse ore infatti scienziati e media hanno anche sostenuto che, dai primi studi, il nuovo ceppo di Pechino sembra avere similarità con quello europeo, cioè potrebbe venire dall’Europa. Un’altra ipotesi molto ballerina dal punto di vista scientifico, almeno finché non si avrà un sequenziamento completo dei campioni.

Intanto le autorità agiscono come se la trasmissione attraverso il cibo contaminato sia possibile. Le dogane hanno iniziato a testare anche la carne importata dall’estero.

La municipalità di Pechino ha mobilitato 20mila lavoratori per supervisionare la sanificazione di decine di mercati cittadini, negozi e ristoranti.

Può essere giustificato in nome della prudenza, ma non aiuta a tranquillizzare i cittadini e a proteggere il business dei ristoratori, già ammaccato da lunghe settimane di lockdown. Il gestore di una catena di sushi di Pechino si lamentava di aver perso dalla sera alla mattina l’80% del clienti.